Siamo al paradosso. Un paradosso che domenica sera ho evidenziato nella trasmissione di Mario Giordano, Fuori dal coro, dove faceva il suo ingresso uno di quei robot che avevamo appena visto nei servizi. Robot, intelligenza artificiale, umanoidi; creature che stanno entrando nelle nostre vite con la frequenza della goccia che scava il sasso; invasioni costanti, inarrestabili.
Robot e Intelligenza artificiale entrano nel lavoro
I robot che fanno i lavori faticosi che gli umani non vogliono più fare (devo averla già sentita da qualche altra parte); i robot che fanno i lavori di precisione; i robot che ci fanno compagnia… Quello che oggi è ancora un investimento per pochi, a breve sarà un «Coso» sempre più presente negli ambienti che frequentiamo.
L’impatto più grosso lo vediamo nelle fabbriche, ovviamente. America e Cina sono le frontiere più avanzate. In America, in questi giorni, sta accadendo che Tesla chiede ai suoi operai di indossare tute speciali con sensori di movimento, telecamere e guanti tattili per insegnare a un robot, Optimus, a replicare esattamente ogni movimento dell’umano in catena di montaggio.
Tesla e l’addestramento del robot Optimus
Un vero e proprio addestramento, che però ha suscitato nei lavoratori una protesta più che comprensibile: non potete chiederci di insegnare ai robot il nostro lavoro – è il succo della contestazione – con la conseguenza che poi le macchine sostituiranno l’uomo.
Il caso Optimus evidenzia ciò che noi non conosciamo del sommerso dell’Intelligenza artificiale: è sempre l’uomo ad alimentare la conoscenza delle macchine. Di solito l’apprendimento accade in silenzio e nello sfruttamento (consiglio la lettura di Nutrire la macchina) dei lavoratori o delle persone, Elon Musk invece non ha remore a giocare a carte scoperte e costringere i suoi operai a trasferire loro movimenti, azioni e gesti propri della catena di montaggio, così che poi il robot potrà replicarlo.
Il paradosso del robot che sostituisce l’uomo
Un paradosso degno della perfidia di Musk – uomo che guadagna 38.000 dollari al minuto! – il quale non solo andrà avanti nella creazione dei robot (Optimus è un suo progetto) che sostituiranno il progetto di togliere l’uomo dalle catene di montaggio, sostituendolo con i robot appunto, ma si fa sponsor del «reddito universale» a tutti i lavoratori espulsi dalla modernità tecnologica, che giustifica come conquista di libertà dal lavoro! Un meccanismo feudale che toglie libertà e dignità ai lavoratori, i quali a quel punto diventano schiavi dello Stato che sarà titolare di un potere ricattatorio totale.
Ma restiamo all’esperimento nelle fabbriche: Tesla avrebbe già raccolto oltre 500.000 ore di dati di addestramento, con l’obiettivo di raddoppiarle entro fine anno, e produrrebbe già centinaia di unità Optimus a settimana, puntando a superarne 1.000 entro la fine del 2026.
Musk lo ha definito «il prodotto più grande di sempre», stimando che un giorno potrebbe valere l’80% dell’intera azienda. Il progetto arriva peraltro mentre Tesla ha già interrotto la produzione di Model S e Model X nello stabilimento di Fremont, riassegnando proprio agli automi gli operai di linea rimasti senza mansione.
L’automotive e il taglio dei posti di lavoro
Non è un episodio isolato, sia chiaro, ma la punta più visibile di una trasformazione già in corso nell’automotive globale. Negli Stati Uniti, General Motors, Ford e Stellantis hanno tagliato insieme oltre 20.000 posti salariati, il 19% della loro forza lavoro impiegatizia rispetto ai picchi recenti.
In Germania il settore ha perso circa 55.000 posti negli ultimi due anni, secondo l’associazione di categoria Vda. Il caso più clamoroso è Volkswagen: dopo 35.000 esuberi già concordati nel 2024, a settembre il gruppo ne ha annunciati altri 50.000, con la chiusura di quattro stabilimenti tedeschi, per un totale di 100.000 posti, la ristrutturazione più grande nella sua storia.
La corsa alla robotizzazione tra Stati Uniti e Cina
Quasi nessuna di queste aziende dichiara esplicitamente «tagliamo per sostituire con i robot», ma è chiaro che se Tesla lavora in tal senso costruisce sia il precedente, sia un modello produttivo cui si adatteranno gli altri, per far fronte alla concorrenza cinese.
Veniamo così al Dragone: nelle fabbriche automobilistiche cinesi il futuro corre più veloce che altrove. Lo stabilimento Xiaomi di Pechino ha il 91% dell’assemblaggio automatizzato, con oltre 700 robot solo nell’area carrozzerie. Zeekr sperimenta umanoidi UbTech per lo smistamento materiali. Pechino punta a «dark factory» senza operai entro fine decennio.
La fabbrica cinese e il futuro del lavoro
Dietro c’è una macchina statale senza equivalenti: 230 milioni di dollari spesi dal governo nel solo primo semestre 2026 per robot e addestramento, quasi il quadruplo dell’anno prima. Oltre 140 aziende specializzate, 40 centri di addestramento dedicati.
Un reportage della rivista Internazionale ha raccontato recentemente che chi resta in fabbrica spesso serve solo a insegnare al robot il proprio mestiere, senza la leva contrattuale per opporsi. La differenza con l’Occidente sta dunque nell’assenza di conflitto: nessun operaio può protestare.
Se questo è progresso, facciamoci due domande sull’evoluzione digitale del mondo.
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