Panico nelle cancellerie del Nord Europa, dopo che martedì l’euro ha raggiunto un massimo sul dollaro a oltre 1,2, un valore che non si vedeva dal giugno 2021.
Il dollaro è sceso rispetto a tutte le principali valute e martedì il Dollar index, cioè il rapporto tra il dollaro americano e un paniere di valute, è calato a 96, ai minimi dal febbraio 2022. L’oro è volato verso un nuovo record, oltre 5.300 dollari l’oncia.
Ieri il governatore della banca centrale austriaca Martin Kocher ha detto che la Bce dovrà considerare un nuovo taglio dei tassi se l’euro salisse ancora: «Un euro più forte ridurrebbe i prezzi delle importazioni e comprometterebbe la competitività rispetto ai concorrenti statunitensi», ha affermato. Gustosa inversione: dopo avere magnificato per anni le doti di una moneta forte, all’improvviso gli stessi invocano la tanto deprecata svalutazione competitiva. Un dollaro debole svantaggerebbe le esportazioni europee ed è per questo che a Berlino e Francoforte suona l’allarme, poiché la vocazione all’export dell’eurozona resta e a Berlino non pensano ad altro, come dimostra l’accordo appena siglato tra Ue e India.
Donald Trump ha esultato per la performance della valuta americana («Penso che il dollaro stia andando alla grande», ha detto) e ha dichiarato di non essere preoccupato per il calo della valuta. Il presidente americano ha affermato di avere discusso per anni inutilmente con Cina e Giappone per evitare che questi svalutassero la loro moneta e che ora il dollaro «sta cercando il proprio livello». Tradotto: chi manipola il cambio per avvantaggiarsi a danno del dollaro può farsi molto male. Un messaggio anche per l’euro e i suoi mandanti di Francoforte e Bruxelles. Ricordiamo ad esempio la svalutazione del 20% dell’euro sul dollaro tra il maggio 2021 e il settembre 2022.
A cosa è dovuta la debolezza attuale del dollaro? Certo non all’andamento dell’economia americana. Infatti, i dati Usa sulla crescita, in netto rialzo (Pil +4,4% nell’ultimo trimestre 2025, dopo il +3,8% del terzo trimestre, ben oltre le attese) hanno sorpreso gli economisti mainstream che per mesi hanno intonato il coro del disastro economico per via dei dazi e del One Big Beautiful Bill. Nonostante le Cassandre, l’inflazione Usa a gennaio è rimasta stabile al 2,7%.
Nella debolezza attuale del dollaro entra piuttosto la questione del «carry trade» con lo yen. I tassi di interesse giapponesi sono storicamente molto più bassi di quelli statunitensi, quindi i trader prendono in prestito yen e investono in dollari, intascando la differenza. Ma ora la Banca centrale giapponese sta alzando i tassi mentre la Fed li sta tagliando, il che chiude la forbice della convenienza. Dunque, qualcuno ha iniziato a vendere dollari e ricomprare yen, innescando il calo della valuta americana. Il carry trade yen-dollaro è in effetti enorme, così grande che una sua inversione repentina potrebbe causare più di qualche grattacapo.
La gran parte dei commentatori offre spiegazioni più o meno fantasiose sul calo del dollaro, insinuando che la politica di Trump inneschi sfiducia nel dollaro. Ad esempio, le tensioni con gli alleati sulla questione della Groenlandia spingerebbero l’Europa a spendere più euro in sistemi di difesa. Oppure, la politica estera fatta di dazi e interventi militari spingerebbe i gestori di fondi a diversificare in altre valute. O ancora, le mire di Trump sulla Fed rappresenterebbero una turbativa sui mercati che spingono a prendere le distanze dal dollaro.
Ma alla base, il dollaro è una moneta sopravvalutata, guardando alla parità del potere di acquisto. La sua forza è sostenuta da massicci afflussi di capitali verso la finanza statunitense, che sono la controparte strutturale del persistente deficit delle partite correnti degli Stati Uniti. Cioè, è la finanza a tenere alto il cambio. Questa è anche l’ipotesi di Stephen Miran, economista ora membro del Board della Fed, secondo cui il dollaro forte non è un vantaggio, ma un costo strutturale dell’egemonia americana.
Lo sforzo di Trump per riformare il sistema economico globale nel solco delle idee di Miran richiederà tempo. La ricetta dell’economista che sussurra a Trump prevede dazi, una svalutazione controllata, accordi internazionali sui cambi (sul modello del Plaza Accord del 1985). In più, Miran propone di rendere più costoso per il resto del mondo parcheggiare riserve in dollari, così da ridurne la domanda «artificiale» e alleggerire il peso che questo sistema scarica sull’economia reale americana.
Ieri, comunque, il dollaro ha recuperato terreno, dopo che il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno una politica monetaria forte e non interverranno assolutamente sui mercati valutari per sostenere lo yen. In serata poi, dopo tre riduzioni consecutive del costo del denaro, la Fed ha lasciato i tassi di interesse invariati tra il 3,50% e il 3,75%, affermando che l’inflazione e l’incertezza sulle prospettive economiche restano leggermente elevate. Stephen Miran e Christopher Waller hanno espresso dissenso sulla decisione. Il dollaro è risalito verso 1,19 dopo la notizia. Nonostante le pressioni di Trump, dunque, Powell tiene il punto e non abbassa i tassi, in una sfida sempre più dura.


