Nel toto ministri entrano ed escono ogni giorno nomi nuovi. Dal 25 settembre a oggi abbiamo assistito a una girandola di candidature. In due settimane, per il posto di ministro dell’Economia, ovvero per la poltrona più importante del nuovo governo, sono stati indicati: Fabio Panetta, che nel board della Bce rappresenta l’Italia; Dario Scannapieco, amministratore delegato di Cassa depositi e Prestiti; Carlo Messina, amministratore delegato di Banca Intesa; LuigiFederico Signorini, direttore generale di Banca d’Italia; Gaetano Micciché, presidente di Banca Imi. Mancano all’appello i numero uno di Unicredit, del Monte dei Paschi e di Bpm e poi diciamo che la margherita dei migliori manager degli istituti di credito è stata completamente sfogliata. Con il ministro della Sanità, più o meno è successo lo stesso. Si è cominciato con il presidente del comitato della Croce Rossa, Francesco Rocca, per poi passare all’ex direttore esecutivo dell’Ema, Guido Rasi. Quindi si sono fatti i nomi del primario di anestesia del San Raffaele di Milano, nonché medico personale di Silvio Berlusconi, Alberto Zangrillo, e della parlamentare di Forza Italia più vicina al Cavaliere, Licia Ronzulli. Sul finale, tra le new entry, ecco speso il nome di Guido Bertolaso, ex capo della protezione civile e autore di due miracoli italiani: lo sgombero della monnezza dalle vie di Napoli e la macchina degli aiuti dopo il terremoto dell’Aquila. Anche in questo caso, mancano i nomi dei direttori sanitari del Policlinico di Milano e dell’Umberto I di Roma e poi sulla ruota del lotto ministeriale sono stati giocati tutti i possibili candidati. Il gioco potrebbe continuare con altri ministeri, da quello per lo Sviluppo economico, in cui entrano ed escono ex manager di Stato come Paolo Scaroni ed ex ministri come Giancarlo Giorgetti, al Viminale. Dal dicastero dell’Istruzione a quello delle Infrastrutture, è un gira gira di nomi e la probabilità che siano quelli giusti, ovvero quelli che Giorgia Meloni, se incaricata di formare il nuovo governo, consegnerà a Sergio Mattarella, è tutta da dimostrare. Come i lettori della Verità avranno notato, il nostro giornale ha preferito astenersi dall’esercizio che fa impazzire gli altri organi di stampa. Buttare nella mischia ogni giorno un candidato non credo serva a molto, soprattutto non penso che il gioco delle figurine Panini con cui si cerca di riempire le caselle mancanti sia di grande utilità per l’opinione pubblica.
Tuttavia, a prescindere dalla lista dei futuri ministri (la commenteremo e la giudicheremo quando verrà presentata), qualche parola sul futuro governo la voglio spendere, non per dare consigli sulle scelte che dovrà operare il futuro presidente del Consiglio, ma per suggerire una soluzione che darebbe al nuovo esecutivo un aspetto sobrio e anche miglior efficienza. E forse limerebbe le unghie anche ai tanti che nella maggioranza vogliono accaparrarsi una poltrona.
Mi spiego. Il governo uscente era composto da 23 ministri a cui si sono aggiunti una quarantina di sottosegretari. A che serve un simile esercito se non a moltiplicare gli incarichi? Davvero erano indispensabili sei sottosegretari alla presidenza del Consiglio? E tra i ministri senza portafoglio, siamo sicuri che ci sia bisogno di un ministro per i rapporti con il Parlamento, di uno per l’innovazione tecnologica (in un anno e mezzo di governo, a Vittorio Colao va il premio Np, acronimo che non sta per problemi complessi, ma per «Non pervenuto»), di un incaricato per gli Affari regionali, di un altro per la Coesione territoriale, del ministro per le Politiche giovanili, di quello per le Pari opportunità e di un ministero per la Disabilità. Non si potrebbero accorpare gran parte di queste funzioni (la Disabilità e le Pari opportunità nel Welfare, l’Innovazione tecnologica nello Sviluppo economico). Siamo certi che sia indispensabile un ministero per la Transizione ecologica (lo voleva Beppe Grillo e questo è già un buon motivo per abolirlo) e due ministeri per l’istruzione, uno per l’Università e uno per la scuola primaria e secondaria?
Insomma, se fossi Giorgia Meloni lavorerei di forbici, senza badare agli appetiti dei partiti che compongono la maggioranza. Un governo snello, senza poltrone inventate su misura per contentare un capo corrente o l’altro, darebbe al Paese un’immagine di essenzialità in un momento in cui i fronzoli non sono indispensabili. Via tutti i portaborse e i portaborsette, anche se questo determinerà malumori. Del resto, meglio partire mettendo in chiaro le cose che cominciare con il rischio di trovarsi avvolti nella nebbia dopo pochi mesi. La leader di Fratelli d’Italia sa che, se fallisse, per lei non ci sarebbe una seconda chance, perciò meglio giocare bene sin dal primo tempo.



