- La sua «macchina» permette di mettere ordine rapidamente nel caos dei dati. Un servizio usato nelle guerre, nella lotta al terrorismo, ma anche dal governo inglese durante la pandemia da Covid.
- Contestazioni e sentenze giudiziarie sottolineano il rischio di un’assenza totale di privacy (e quindi di libertà) per i cittadini.
Lo speciale contiene due articoli
Mentre le Big Tech hanno costruito la propria fortuna sulla monetizzazione dei dati dei consumatori attraverso pubblicità e intrattenimento su piattaforme proprietarie (Facebook, X, Instagram, Tik Tok e via socializzando), Palantir Technologies ha seguito una strada radicalmente diversa, posizionandosi come l’infrastruttura invisibile del potere statale moderno.
Il nucleo operativo di Palantir si divide in diverse piattaforme specifiche, progettate per risolvere quello che il fondatore Alex Karp definisce il problema del «caos dei dati». La prima, denominata Gotham, è stata concepita per le agenzie di intelligence e di difesa (infatti il Federal Bureau of Investigation, Fbi, è un prestigioso «cliente»). Il software non soltanto raccoglie informazioni, ma permette di integrare dati assai eterogenei (segnali radio, registri finanziari, immagini satellitari, rapporti sul campo) per identificare schemi e relazioni che sfuggono all’occhio umano. Un cliente noto di Palantir è il Dipartimento di Polizia di Los Angeles, ma secondo alcune fonti non confermate sono almeno una dozzina le entità del governo degli Stati Uniti ad utilizzare i software di Palantir (tra cui Cia, Nsa, il corpo dei Marines e l’aeronautica militare).
L’efficacia di questi strumenti ha trovato riscontro in operazioni di alto profilo. Si sa che il software di Palantir è stato utilizzato per mappare i flussi di finanziamento del terrorismo internazionale e, secondo diverse ricostruzioni, ha giocato un ruolo cruciale nella localizzazione di Osama bin Laden. Vi sono anche usi meno legati alla sicurezza, ad esempio Palantir è stato impiegato per esaminare quarant’anni di archivi legali e finanziari nel caso che portò alla condanna di Bernie Madoff.
Foundry è un’altra piattaforma Palantir dedicata al settore civile e industriale. Durante il periodo oscuro del Covid-19, il governo del Regno Unito e il sistema sanitario statunitense hanno utilizzato Foundry per gestire la logistica della distribuzione dei vaccini.
Palantir si distingue dai colossi tecnologici più noti per una scelta di campo esplicitamente politica. Mentre alcune Big Tech hanno affrontato tensioni interne e proteste dei dipendenti riguardo alla collaborazione con il Pentagono (ad esempio il tormentato Progetto Maven di Google, che durò circa un anno e fu fermato da una petizione di 4.000 dipendenti di Google), Karp ha consolidato il ruolo dell’azienda come arsenale digitale.
Questo posizionamento è diventato evidente nel conflitto in Ucraina. Palantir è stata una delle prime aziende tecnologiche occidentali a fornire supporto diretto a Kiev. Il software dell’azienda viene utilizzato dalle forze ucraine per il puntamento di precisione, l’analisi dei movimenti delle truppe russe e la valutazione dei danni di battaglia. In questo contesto, Karp ha dimostrato come il vantaggio tecnologico sia ormai strettamente collegato alla potenza militare tradizionale. La capacità di elaborare dati più velocemente dell’avversario è diventata la variabile decisiva sui campi di battaglia del XXI secolo, fisici o digitali.
Karp respinge l’idea che la tecnologia debba essere neutrale o universale, come abbiamo visto. La sua strategia riflette la convinzione che le aziende tecnologiche occidentali abbiano il dovere morale di sostenere i regimi liberali e i loro alleati. Questo posizionamento ha portato l’azienda a rifiutare sistematicamente contratti con la Cina e altre nazioni non liberali, una scelta che ha cementato la fiducia delle istituzioni di difesa degli Stati Uniti e dell’area Nato.
Secondo il fondatore di Palantir, delegare lo sviluppo delle tecnologie critiche a entità che non condividono i valori della democrazia occidentale rappresenta un rischio esistenziale per l’Occidente. In effetti, a questo punto diventa difficile pensare a Palantir come un mero fornitore di software. Si tratta di un attore politico che opera per garantire la superiorità tecnologica e strategica degli Stati Uniti nel nuovo (dis)ordine mondiale.
Nonostante le critiche riguardanti la privacy e il potenziale (enorme) di sorveglianza di massa, Karp ha sempre ribadito che il software di Palantir è progettato per operare entro i confini della legge, anche con rigorosi protocolli di tracciabilità delle operazioni. Non c’è modo per noi di sapere se ciò sia vero, naturalmente. Ma la scommessa industriale di Palantir è che in futuro nessun governo o grande istituzione potrà esercitare il potere senza un’infrastruttura software capace di distillare la complessità del mondo reale in poche e semplici opzioni. La riduzione del mondo a una goccia di sapere rappresenta la nuova via per il potere. In un’epoca in cui i dati sono la risorsa primaria, Karp ha posizionato la sua azienda come il raffinatore di questa materia prima grezza. La scalata di Palantir segna la fine dell’era del software come puro servizio e l’inizio dell’era del software come pilastro dell’autorità statale.
L’«algoritmo della sorveglianza» fa sempre più paura
Innovazione tecnologica ed esercizio del potere sovrano, ecco il confine su cui si colloca Palantir, la creatura di Alexander Karp. Il tema più controverso che circonda l’azienda è, inevitabilmente, la sorveglianza. In un’epoca di minacce asimmetriche e dati onnipresenti, la capacità di monitoraggio pervasivo offerta dai software della società di Denver ha sollevato interrogativi etici e politici che investono direttamente la tenuta delle libertà civili nelle democrazie liberali. Denver, sì, perché dopo la nascita dell’azienda in California Karp ha voluto distanziarsi anche fisicamente dall’ambiente tossico della Silicon Valley.
Karp non nega i rischi del controllo pervasivo né tenta di mascherarli dietro una retorica di marketing tesa a minimizzare. Al contrario, egli rivendica la sorveglianza come uno strumento necessario dello Stato moderno per garantire la sicurezza dei propri cittadini in un mondo instabile.
Questa visione sembra evocare una versione digitale del Leviatano di Thomas Hobbes, un’autorità sovrana a cui i cittadini affidano parte della propria libertà in cambio della protezione della vita. Per Karp, in un contesto di guerra asimmetrica, il sovrano deve possedere una spada tecnologica affilata per evitare il ritorno allo stato di natura, ovvero al caos dei conflitti non governati. La tesi di fondo è che, senza una tecnologia superiore in mano alle autorità legittime, lo Stato perderebbe il monopolio della forza a favore di attori occulti o potenze straniere.
Tuttavia, la portata della sorveglianza estesa che Palantir può attuare è regolarmente al centro di accese polemiche pubbliche. Le critiche richiamano spesso le analisi di Michel Foucault in Sorvegliare e punire, un filosofo che Karp conosce benissimo. Se Foucault descriveva il passaggio a una società disciplinare attraverso il modello del Panopticon , dove il controllo è invisibile ma costante, Palantir rappresenta per molti l’evoluzione algoritmica di quel modello. La capacità del software di integrare dati eterogenei crea un sistema di visibilità totale che rischia di trasformare la cittadinanza in una massa costantemente osservata e categorizzata.
Le polemiche sono pesanti e sollevano interrogativi profondi sulla natura del controllo sociale nel XXI secolo. Negli Stati Uniti, il software è stato associato alle operazioni dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement), mentre in Europa una sentenza della Corte Costituzionale tedesca del 2023 ha sollevato dubbi sull’analisi predittiva. I giudici hanno sottolineato che l’analisi automatizzata permette di creare profili talmente dettagliati da generare un’interferenza profonda nella vita delle persone. La Corte afferma che la sorveglianza estesa può avere un «effetto dissuasivo» sulla libertà di comportamento dei cittadini, che sentendosi osservati, potrebbero rinunciare a esercitare i propri diritti. Una sorta di applicazione concreta del mondo distopico immaginato da Philip K. Dick in Rapporto di minoranza.



