Smaltita la sbornia per la vittoria del No, per il centrosinistra arriva il momento di pagare il conto: la missione (quasi) impossibile è far capire a Elly Schlein e ai suoi fedelissimi che proporre la segretaria come leader della coalizione alle prossime elezioni vorrebbe dire regalare la vittoria a Giorgia Meloni, che non a caso ieri ha fatto depositare immediatamente la proposta della nuova legge elettorale per obbligare gli avversari a indicare il nome del candidato alla presidenza del Consiglio. Niente di personale: Elly non convince una buona parte del suo stesso partito e l’elettorato degli alleati; identico discorso vale per Giuseppe Conte e per i leader di una coalizione che da oggi, dopo aver vinto il referendum limitandosi a dire No, ha l’onere di elaborare una proposta credibile per tentare di non disperdere in 12 mesi il potenziale elettorale che una alleanza anti Meloni ha dimostrato di poter mobilitare.
Che fare, dunque? Scopiazzare la regola del centrodestra, che prevede che in caso di vittoria a Palazzo Chigi vada il leader del partito che prende più voti, significa rassegnarsi a una bella e colorata sconfitta targata Schlein; l’idea delle primarie, d’altro canto, non convince nessuno, tranne ovviamente la stessa Schlein, che potrebbe contare sulla macchina organizzativa del Pd, assai affidabile (per usare un eufemismo) in questo genere di consultazioni: «Io ho sempre detto», spiega Elly a Repubblica, «che se si deciderà di utilizzare le primarie per scegliere chi guiderà la coalizione progressista, sono assolutamente disponibile a correre. Tutto, data compresa, verrà deciso insieme».
Il primo a sfilarsi, con parole felpate, è Conte: «Se si aprisse oggi il discorso delle primarie», sottolinea il leader del M5s, «sarebbe un fatto di personalismi. Il programma del fronte progressista deve nascere dal basso con i cittadini che vogliono partecipare e poi andiamo a vedere chi sarà l’interprete migliore, più competitivo. Oggi fare delle primarie», aggiunge Giuseppi, «sarebbe una follia. Io sono disponibile ma non ho ancora interrogato né gli organi del M5s né la base». Conte, evidentemente, si sta convincendo che sia meglio un possibile bel posto da ministro che una assai improbabile corsa al ritorno a Palazzo Chigi, e non casca nel trabocchetto dei sondaggi, come quello effettuato dall’Istituto Noto per Porta a Porta, che segnala che l’ex premier sarebbe favorito alle primarie con il 43% dei consensi, contro il 37% della leader dem. Tiepido anche il leader di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, che a domanda risponde: «Ora si è aperto il dibattito sulle primarie, parleremo di tutto ma non mi sembra la prima esigenza, presentiamo un’altra legge sul salario minimo a 11 euro, perché intanto l’inflazione è aumentata, ripartiamo da qui». L’idea di partecipare a delle primarie, sotto i riflettori dei media, piace naturalmente ai leader dei movimenti minori o semisconosciuti: «Ho già dato la mia disponibilità a partecipare alle primarie», dice all’Ansa il fondatore di Più Uno, Ernesto Maria Ruffini, «a condizione che siano primarie davvero aperte e con regole condivise da tutti i partecipanti». «Metteremo in campo un candidato», sottolinea Alessandro Onorato, assessore ai Grandi eventi a Roma e promotore di Progetto civico Italia, «che saprà interpretare al meglio il forte bisogno di cambiamento che il Paese chiede». Nello stesso Pd c’è cautela: «La scelta della premiership sarà affidata a una valutazione dei leader», frena il deputato Pd e segretario regionale campano Piero De Luca, «se si dovesse decidere di andare verso le primarie la segretaria Schlein ha dato disponibilità a essere presente». «Penso che prima di parlare di possibili primarie», spiega Paolo Ciani, segretario di Demos e vice presidente del Gruppo Pd-Idp alla Camera, «sia opportuno concentrarsi sui temi cari ai cittadini, stilando un programma di priorità». Butta la palla in tribuna pure Andrea Orlando, che così risponde a una domanda sulle primarie dell’Huffpost: «Prima di parlare di regole vanno sciolti i nodi. Di regole ne parlerei una volta che sia stata definita una traccia programmatica coerente». Ci va giù piatta invece Silvia Salis, sindaco di Genova vicinissima a Matteo Renzi: «Io non ho cambiato idea», sottolinea la Salis, «le primarie sono sbagliate perché ti obbligano a mettere in contrapposizione due o più soggetti politici che in realtà sono nella stessa alleanza. Tu dovresti fare in pratica campagna elettorale contro le persone che poi dovrebbero sostenere il tuo governo, una cosa che trovo tecnicamente sbagliata, è un messaggio di divisione che la destra userà contro il campo progressista durante la campagna elettorale nazionale. Sono tutti elementi negativi dai quali dovremmo stare molto alla larga. Bisognerebbe fare una discussione interna e trovare un leader in grado di guidare il campo progressista. Lo dico fin da subito», avverte la Salis, «se ci saranno le primarie non mi esprimerò per nessun candidato».
Dunque, bisognerà convincere Elly Schlein a fare un passo indietro insieme a tutti gli altri leader del centrosinistra e convergere su un «federatore» che stia bene a tutti, un Romano Prodi del terzo millennio (il nome più ricorrente è quello di Paolo Gentiloni, espressione del Pd ma con le caratteristiche di una personalità super-partes). Il paradosso è questo: prima della vittoria del No al referendum, tutti pensavano che la Meloni avrebbe vinto in carrozza anche le prossime elezioni, e quindi la Schlein andava benissimo come perdente di successo. Ora che il centrosinistra coltiva una speranzella di vittoria, bisogna trovare il modo per convincerla a non intestardirsi, proprio lei, testardamente unitaria.



