La sinistra ha un’autentica passione per il mattone. Che si tratti delle case dell’Inps, affittate a prezzi di favore a compagni e compagne (D’Alema, Veltroni, Nilde Jotti, l’ex moglie di Occhetto, la figlia di Luciano Lama, eccetera) o di grandi operazioni urbanistiche, quando ci sono di mezzo gli immobili i progressisti hanno sempre le mani in pasta e ogni tanto rischiano pure di sporcarsele. Il caso Milano è d’esempio. La giunta di Beppe Sala si trascina stancamente da anni, inseguita dalle inchieste giudiziarie che hanno portato agli arresti di architetti, manager, funzionari comunali e pure di un assessore.
In totale sono circa 150 i cantieri finiti nel mirino della Procura per costruzioni senza autorizzazione urbanistica, realizzati con la benevolenza degli architetti municipali e ora fermi, sospesi in un limbo in attesa di una legge Salva Milano che in realtà era una Salva Sala. Ora sul capo dell’ex aspirante federatore della sinistra (il sindaco sognava di essere il prossimo leader della coalizione ma ora lotta anche per un semplice posto da deputato) si è abbattuta un’altra grana, anzi una tegola.
I pm sostengono che dirigenti e imprenditori hanno truccato la gara per la vendita dello stadio di San Siro, la più grossa operazione immobiliare in città dei prossimi anni. Secondo i magistrati, il bando per acquistare l’impianto sportivo (per poi demolirlo e costruirvi attorno condomini residenziali e centri commerciali) sarebbe stato tagliato su misura per far vincere Milan e Inter.
Il progetto è stato a lungo contestato da chi non capiva la ragione di dover demolire uno stadio che avrebbe potuto essere ristrutturato e conservato come edificio storico. Ma l’idea di recuperare il vecchio impianto non è mai stata neanche lontanamente presa in considerazione dalla giunta Sala e adesso si scopre, dai messaggi scambiati tra assessori ed ex assessori, tra manager e impiegati pubblici, che dietro c’era un preciso piano. Ovvero l’intenzione di vendere a tutti i costi lo stadio alle società proprietarie delle squadre di calcio cittadine. Un’operazione fatta in fretta per non incorrere nei vincoli della Soprintendenza ma, soprattutto, fatta scambiando dettagli e inserendo clausole che garantissero l’interesse dei soli club e di nessun altro immobiliarista.
Perché questa urgenza? E perché questa voglia di favorire due società che comunque hanno sede e interessi all’estero? Nonostante la passione per il mattone dei compagni, nessuno ha mai voluto chiarire il mistero. Tuttavia ora, per causa di forza maggiore, i protagonisti dell’affaire dovranno spiegare, perché non soltanto la Procura ha sequestrato i supporti informatici, vale a dire telefoni e computer, di manager e funzionari, ma ha pure indagato tutti per turbativa d’asta.
Il sindaco in questa faccenda non è tirato in ballo (mentre in quella dei condomini costruiti senza concessione sì), ma, pur riconoscendo che contro di lui non ci sono accuse, resta il fatto che una giunta a cui si contestano 150 cantieri abusivi e la vendita «truffaldina» dello stadio non può restare in piedi. Con quale faccia Sala continuerà a far finta di niente mentre tutto va a rotoli? Come potrà rispondere alle centinaia di famiglie che, avendo dato soldi a imprese che non avevano l’autorizzazione a costruire, ora non hanno né risparmi né casa? O come giustificherà la vendita dello stadio cittadino con un’operazione che, adesso, i pm sostengono essere stata truccata? Può darsi che Sala, sindaco glamour col calzino arcobaleno, s’imbulloni alla sedia, nel disperato tentativo di lasciarla solo quando gli verrà garantita una poltrona di ricambio in Parlamento, ma comunque sia, la giunta calce e martello è al capolinea.
E a questo proposito forse il centrodestra dovrebbe fare qualche riflessione, prima di arrivare alle prossime elezioni senza un candidato e con la prospettiva di regalare ancora una volta alla sinistra la capitale economica d’Italia.



