C'è l'impiegata di uno studio di commercialista a Siena, che aspetta ancora la cassa integrazione di marzo e aprile. C'è il ristoratore di Baratti che ha dovuto respingere decine di clienti perché è in attesa che la Soprintendenza gli dia il permesso per ripristinare la copertura di un pezzo del locale, spazzata via dal vento a gennaio, e senza la quale non può utilizzare un settantina di coperti: quasi sei mesi per un permesso. «In un momento come questo significa perdere lavoro, che ci potrebbe aiutare». La burocrazia è più forte di tutto. Quanti locali potevano contare su un centinaio di coperti e ora, per rispettare la distanza di sicurezza, sono scesi a 30? Per loro ogni posto in più è un'ipoteca sulla vita.
C'è il barista e pasticciere di Firenze che sta sulla porta ad aspettare che entri qualcuno: mancano le ordinazioni, e il telefono non squilla perché alberghi e ristoranti sono chiusi o non hanno clienti. È la Toscana condannata a morte. Mentre il governo balla sul Titanic.
Questo è il Paese reale che combatte con la ripresa, ma il governo si pavoneggia e le istituzioni intermedie non sono minimamente cambiate, con le farraginosità dominate dalle scartoffie che uccidono più del virus. È rimasto uguale quello che, dicevamo baldanzosi durante il lockdown, sarebbe dovuto cambiare (la mentalità, le procedure burocratiche); è cambiato quello che avremmo voluto mantenere (le fonti di lavoro e di guadagno, prima di tutte il turismo, le abitudini sociali).
Il governo si trastulla con gli Stati generali, qualche sindaco, come quello di Firenze, ha capito che bisogna essere assai più concreti e prova a pianificare un percorso di rinascita. Ma siamo ancora alla fase delle enunciazioni. Bisogna fare qui... Bisogna fare là: ma in che modo? Che vuol dire invertire la rotta? Intanto sarebbe stato meglio che al posto degli Stati generali della fuffa, il governo si fosse confrontato con i sindaci delle città capoluogo e avesse chiesto che intenzioni hanno e quanti soldi sono necessari per sostenere la ripresa secondo nuovi modelli.
Prendete Firenze. Un deserto. Fra piazza del Duomo e piazza della Signoria si contano 40 persone nell'ora di punta. La città è tornata com'era negli anni Cinquanta e Sessanta, quando il turismo era d'élite e il centro era però abitato e vissuto dai fiorentini. Oggi i turisti non ci sono e chissà quando torneranno, ma anche i residenti sono rimasti in pochi, perché hanno scelto di trasferirsi nell'hinterland: Scandicci, Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio e Prato.
Dopo l'alluvione del 1966 molte abitazioni furono trasformate in negozi e studi professionali, la residenza è crollata anche perché gli affitti sono diventati stellari e solo un certo tipo di turismo se li è potuti permettere. L'ultimo, estremo fenomeno dei B&B ha inferto il colpo mortale. Questa politica è stata cancellata dal Covid. Aspettare che torni la Firenze che conoscevamo fino al gennaio scorso sarebbe un suicidio. Nel frattempo i negozi scomparirebbero, come in effetti sta succedendo. E una città senza negozi è una città condannata a morte.
Nardella, al quale va riconosciuto il merito di essersi accorto del dramma annunciato, al contrario di altri suoi colleghi, ha lanciato il fondo per la Rinascita di Firenze e ha chiesto aiuto al mondo. Un'utopia, anche perché il mondo ha già problemi per conto proprio. Il problema, i fiorentini, se lo devono risolvere da sé. Bisogna ripercorrere il processo inverso di quello compiuto nel 1966: riportare la residenza nel centro della città. Ecco, ma come?
Serve una nuova politica fiscale. Che sia conveniente per i proprietari che affittano case e per chi apre nuove attività. E già che c'è, il Comune, con questa strategia, potrà seppellire definitivamente il turismo mordi e fuggi. Che ha arricchito parecchia gente ma ha distrutto il bello della città. Una slot machine criticata ma che nessuno ha mai avuto la forza di rompere. È finito il tempo dello sfruttamento della rendita. Approfittiamone per sbaraccare un sistema città che per decenni è stato asservito ai turisti stranieri.
Allora: sgravi fiscali per chi affitta le case ai residenti. Che significa, per esempio, non far pagare ai proprietari l'Imu, per almeno cinque, dieci anni.
Ovviamente, di contro, a chi sceglierà la politica del B&B, dovrà essere raddoppiata l'imposta sugli immobili e chi alloggerà nei bed and breakfast pagherà una più ricca tassa di soggiorno. Tanto per darvi un'idea, numerosi appartamenti del centro sono stati affittati a extracomunitari, più o meno con regolare permesso, che facevano i lavapiatti o i pizzaioli nei ristoranti e nei pub di Santa Croce o dell'Oltrarno, di Santo Spirito e al Ponte Vecchio: vivevano in una dozzina, stipati in alloggi vicino al luogo di lavoro, pagando ciascuno dai 150 ai 200 euro a settimana per il posto letto, e garantendo al proprietario un guadagno stratosferico. Ristoranti e pub oggi non hanno più clienti. Che fine faranno questi dipendenti?
E ancora altri appartamenti si libereranno, perché molti studi legali si sono trasferiti in periferia, a Novoli, dove sorge il nuovo Palazzo di Giustizia. E al loro posto? È qui che Palazzo Vecchio deve intervenire. Anche ripristinando il vincolo di destinazione, che fu abolito alla fine degli anni Settanta, favorendo la proliferazione di studi professionali e uffici.
Scomparsa la residenza, con il tempo sono stati sfrattati anche i laboratori artigiani: dalla globalizzazione del commercio, dalle rivendite cinesi «tutto a un euro», da nuovi bar e fast food, i cui proprietari sono arrivati con soldi cash, di dubbia provenienza, per sedurre il vecchio trattore assediato da affitti insostenibili. Da qui deve ripartire un Comune lungimirante: calmierare gli affitti dei locali pubblici, incoraggiare l'iniziativa di qualità come l'artigianato, dimenticandosi di un turismo di massa che non esiste più.
Ripensare Firenze costerà. E non potrà certo pesare sui cittadini. Qui dovrà intervenire lo Stato, utilizzando i fondi europei. Non distribuiti a pioggia ma dirottati su chiare operazioni di rilancio. Se il Comune rinuncia all'Imu, l'introito perso dovrà essere sostituto dai trasferimenti statali.
Porre il problema delle città, soprattutto d'arte, ora abbandonate a sé stesse, dovrebbe essere una priorità per un governo che guardi un po' più in là del proprio ombelico. O dell'ego del premier.
Come può sopravvivere una città svuotata improvvisamente delle attività che l'avevano resa opulenta? Oltretutto popolata di pizzerie al taglio, gelaterie, rivendite di borse in finta pelle made in China, ristoranti più o meno apprezzabili. Si è sgretolato un sistema, che va sostituito: altrimenti in autunno assisteremo a una implosione irreversibile. E già siamo su questa strada.



