(Ansa)
Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Sergio Mattarella depongono la corona d'alloro sulla tomba del Milite Ignoto in occasione della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate.
Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Sergio Mattarella depongono la corona d'alloro sulla tomba del Milite Ignoto in occasione della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate.
Il Tricolore, l’orgoglio e il fastidio di essere italiani. Per uno di quegli strani casi della vita, il vecchio Tricolore è tornato a farci visita due volte nel giro di poche ore; potremmo dire, citando Karl Marx a rovescio, prima come farsae poi come tragedia. La farsa è quel siparietto che ha visto protagonista il neosindaco di Merano, la tirolese di sotto Katharina Zeller, che riluttava a indossare la fascia tricolore, se l’è messa, poi se l’è tolta, poi se l’è un po’ rimessa, infine se l’è definitivamente tolta, perché lei con l’Italia non vuole avere niente a che fare e soprattutto vuol farlo sapere ai suoi elettori sudtirolesi. La tragedia, invece, è la scomparsa di uno degli ultimi simboli viventi d’italianità, Nino Benvenuti, istriano cacciato da bambino con la sua famiglia dalla sua terra e che amava davvero l’Italia. Lo ha dimostrato mille volte nella sua vita di pugile e di cittadino; ma io ricordo un episodio mitico, che accadde alle Olimpiadi di Roma nel 1960, e che alcuni anni dopo fu per me la rappresentazione più bella dell’amor patrio: fu quando Nino vinse la medaglia d’oro e la bandiera italiana fu issata più in alto di quella americana e di quella sovietica che conquistarono le postazioni successive. L’inno di Mameli risuonò sovrano sugli altri inni nazionali. Vedere la bandiera della piccola grande Italia torreggiare su quella degli Stati Uniti e sulla falce e martello dell’Unione sovietica, vale a dire i due imperi allora dominanti, fu per me - ragazzo degli anni Settanta, che sventolava all’epoca il tricolore nelle piazze, quando era quasi proibito, comunque disdicevole e pericoloso - uno dei simboli più belli e rari da sbandierare per la fierezza di essere italiani. Non era il tricolore delle guerre e nemmeno quello dell’Italia fascista, non c’erano discorsi e trombettieri a enfatizzare il tricolore, c’era un tricolore issato in una competizione sportiva, pacifica, dei nostri tempi.
Quando anni dopo conobbi Nino Benvenuti glielo dissi e gli ricordai che come molti italiani, refrattari al pugilato, seguii con insolita passione i suoi mitici match con Emile Griffith e poi con Carlos Monzon, nel ’71; credo di non aver mai partecipato con tanto pathos a un incontro di pugilato, se non quando Benvenuti fu battuto da Monzon. Capì allora, a suon di pugni, la nobiltà della sconfitta; quella sconfitta fu più ricca d’umanità e di onore della vittoria mondiale con Griffith. Il precedente rispetto a Benvenuti era stato Primo Carnera, il gigante friulano, povero emigrato, e poi orgoglio degli italiani d’America e del mondo; ma altra epoca, altro mondo. Ma di tutta quella storia di Benvenuti, l’altro giorno le veline del mainstream sulle prime pagine dei giornali se ne sono dimenticate, per buttarla sulla solita menata, l’amicizia di Benvenuti con Griffith gay e nero, dunque doppiamente benemerito a prescindere.
Certo, nel tricolore di Benvenuti c’era la tragica epopea degli istriani e dalmati sfrattati dalle loro case, dalle loro terre. Nel tricolore rifiutato dalla Zeller c’è invece la storia di un’appartenenza mal sopportata, mai digerita, che è costata tanto, a noi italiani e a loro, ma su piani diversi. Forse in un’Italia perfetta, mi dicevo da ragazzo, Nizza e l’Istria, la Dalmazia dovevano essere italiane e l’Alto Adige doveva essere austriaco. Non erano poi sbagliati gli Imperi centrali, spazzati via dalla Prima guerra mondiale, perché i triestini e gli istriani convivevano bene con austriaci e slavi, non si sentivano a disagio sotto gli Asburgo, le diversità erano rispettate.
Ora non pretendo che chi non ha mai sentito l’identità italiana come sua, l’abbracci e si converta. Ci sono modi diversi di mantenere non solo il bilinguismo ma anche il bipatriottismo: un buon esempio è Jannik Sinner, che si mostra fieramente italiano, pur parlando in casa tedesco ed essendo altoatesino (ma risiedendo come molti suoi colleghi a Montecarlo). In fondo anche Alcide De Gasperi era perfettamente integrato nell’Austria, nella lingua e perfino nella Dieta di Vienna, prima di diventare il primo, grande statista dell’Italia repubblicana.
Del resto so bene che l’amor patrio non si può inoculare con un’endovena di bianco, rosso e verde, non è un vaccino obbligatorio da somministrare anche ai riluttanti, e la fascia tricolore non è olio di ricino da far ingurgitare a chi non la digerisce. Dunque capisco, forse si può ipotizzare per quelle zone a cavallo tra l’Adige e il Tirolo, una fascia simbolica che traduca il bilinguismo, che so, in un tricolore con stemma tirolese. Però l’amor patrio è come il coraggio di don Abbondio e chi non ce l’ha non se lo può dare e tantomeno glielo puoi imporre per decreto. E va riconosciuto che il loro vero amor patrio è verso la casa madre austriaca di cui sono i terroni: il Sud-Tirolo è l’unica regione d’Italia in cui ricorre la parola sud, preferiscono all’Alto Adige il Basso Tirolo: si è sempre i terroni di qualcuno, diceva Luciano De Crescenzo. Fatte queste premesse e condiviso il relativismo pirandelliano applicato alla geopolitica e all’amor patrio, arrivo a una conclusione: ci sono scelte che tu fai in libertà e con passione, e poi ci sono regole che tu devi rispettare anche se non le condividi. Sul piano del giudizio storico e del sentimento patrio, nessuno può impedirti di sentirti estraneo all’Italia e amante di un’altra patria, succede spesso anche da noi, al sud, per esempio. O ai corsi con la Francia, ai baschi con la Spagna, e via dicendo. Nel caso della Zeller, poi, mi pare che la bandiera del suo cuore non sia nemmeno quella austriaca ma quella arcobaleno; perché lei non ama il tricolore non tanto perché si sente tirolese (questo magari lo fa più per utilità elettorale) ma perché si sente progressista, cittadina del mondo, pacifista globale e amica dei diversi. Inclusiva verso tutti, meno gli italiani.
Ma finché sei in Italia, devi rispettare le leggi e la Costituzione italiana, devi rispettare lo Stato e il territorio nazionale in cui abiti, pur riluttante, e devi quindi seguire gli obblighi legali, formali e rituali. È lo Stato italiano la tua Casa di Legge, il luogo in cui sei inserito, bene o male che sia; sono i carabinieri italiani, i poliziotti italiani, i tribunali italiani, i governi italiani a tutelare i tuoi diritti. E rispetto a loro e allo Stato tu hai dei doveri. Dunque, fai pure una campagna per avere una fascia diversa o bipatriottica, esprimi pure i tuoi sentimenti e le tue opinioni; ma mettiti quella fascia, è tuo preciso dovere, oppure toglitela insieme alla tua carica di sindaco.
Aggiungo che per quel che mi riguarda sarei ben felice che la signora lasciasse l’Italia detestata. Perché non è sempre vero, come invece è il caso della dipartita di Nino Benvenuti, che sono i migliori ad andarsene per primi.
Edmondo De Amicis fu autore di un popolare saggio sulla lingua italiana, L’idioma gentile, in cui l’elogio della comunicazione corretta faceva tutt’uno con la difesa della Patria.
Dopo l’unità d’Italia, in quella fase storica in cui, proverbialmente, «fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani», l’educazione sentimentale e l’immaginario collettivo di un intero popolo finalmente riunito in una unica comunità nazionale furono plasmate da alcune opere di letteratura popolare e a tema patriottico che ebbero seguito vastissimo. A partire dal 1881, Carlo Collodi – pseudonimo di Carlo Lorenzini, scrittore e patriota, volontario nelle prime due guerre di indipendenza – pubblicò a puntate Le avventure di Pinocchio, che ebbero un notevole successo e che divennero presto un classico, molto conosciuto fra grandi e piccini. Nel 1886, invece, l’ex militare in carriera Edmondo De Amicis faceva uscire il suo celeberrimo Cuore.
Ufficiale di fanteria nel 1865, combattente nel '66, De Amicis fu addetto al giornale L'Italia militare e divenne noto presso il grande pubblico per articoli e bozzetti. Ormai, incitato da un pubblico sempre più vasto e fedele, egli, lasciata la carriera militare, si diede interamente alla letteratura. La sua popolarità sarà tale che, ancora per tutto il primo dopoguerra, De Amicis risulterà il secondo autore, dopo Manzoni, cui le grammatiche attingevano più di frequente per elaborare gli esercizi e gli esempi. Scrisse romanzi, poesie, ma anche saggi. È il caso de L’idioma gentile – il titolo è tratto da un verso di Alfieri –, che è poi un lungo elogio, anch’esso concepito con spirito apertamente pedagogico, alla lingua italiana, concepita come: «Un’eredità sacra a milioni e milioni d’esseri del nostro sangue, dei quali, per secoli, ella espresse il pensiero; la nostra nutrice intellettuale, il respiro della mente e dell’animo nostro, l’espressione di quanto è più intimamente proprio della nostra indole nazionale, l’immagine più viva e fedele e quasi la natura medesima della nostra razza».
L’idioma gentile è stata la prima guida italiana al parlare e scrivere. Pubblicato nel 1905 ebbe un successo immediato, l’ultimo ottenuto dall’autore, che sarebbe morto nel 1908. Un regio decreto ne caldeggerà la diffusione. Nel 1921 ne vennero vendute 86.000 copie. Il libro è diviso in tre parti. Nella prima, De Amicis si sofferma sulla necessità di imparare a parlare correttamente, nella seconda esamina le parole di origine straniera, come i francesismi, ed effettua una rapida rassegna dei principali scrittori italiani, la terza parte è dedicata soprattutto alla questione dello stile.
Il libro si apre rivolgendosi a un «giovinetto», a cui del resto l’autore si rivolgerà per tutto il testo: «Tu ami la lingua del tuo paese, non è vero? L’amiamo tutti. È inseparabilmente congiunto l'amore della nostra lingua col sentimento d'ammirazione e di gratitudine che ci lega ai nostri padri per il tesoro immenso di sapienza e di bellezza ch’essi diedero per mezzo di lei alla famiglia umana e che è la gloria dell'Italia, l'onore del nostro nome nel mondo». L’intento di De Amicis, come si vede bene, non è puramente filologico. Lingua e patria sono per lui la stessa cosa. E patria, a sua volta, non è certo un concetto disincarnato, ma ha a che fare con il «sangue», con un popolo in carne e ossa, dipinto con accenti all’epoca normali, ma che oggi farebbero gridare al razzismo (così come del resto improntato al «sangue e suolo» era all’epoca tutto il patriottismo risorgimentale e post risorgimentale).
Tornando all’aspetto più propriamente linguistico, affrontata di petto è la questione dei dialetti, che nell’Italia di quegli anni era cruciale. De Amicis non contrappone in modo brutale lingua italiana e dialetti. Al contrario, li ritiene fratelli e invita gli italiani ad approcciarsi alla propria lingua nazionale proprio a partire dai dialetti. Se questi venissero studiati a fondo, spiega l’autore, vi si ritroverebbero molte costruzioni tipiche dell’italiano. De Amicis adotta spesso un tono ironico e colloquiale, che in alcuni passaggi ricorda vagamente, malgrado le macroscopiche differenze, i calembour di Umberto Eco. De Amicis critica, con grande acume, il proliferare degli «ismi», l’uso incontrollato dell’espressione «coso», il dilagare di frasi fatte e luoghi comuni che non dicono nulla («ora si chiamano arterie le strade grandi, e non so perché non si chiamino vene le strade minori»). Un insegnamento che potrebbe essere di qualche aiuto anche agli studenti ora alle prese con la maturità.
Tra i brani più noti del Risorgimento, il «Canto degli italiani» ha dovuto aspettare il 1946 per diventare inno ufficiale. E addirittura il 2017 per l’approvazione definitiva.
“Su proposta del ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli”. Era il 12 ottobre del 1946, esattamente 77 anni fa, quando un comunicato stampa rendeva nota la decisione presa dal Consiglio dei ministri presieduto da Alcide De Gasperi. Il nuovo governo italiano andava a istituzionalizzare, seppur “provvisoriamente”, l’inno risorgimentale che già da tempo era nell’immaginario del popolo italiano. Per quanto sembri incredibile, la decisione temporanea restò tale per gran parte della storia della Repubblica. Solo con la legge 4 dicembre 2017, n. 181, la Repubblica ha riconosciuto definitivamente il Canto degli italiani (questo il suo vero titolo) come inno nazionale. I due commi che compongono la legge recitano:
“1. La Repubblica riconosce il testo del Canto degli italiani di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale proprio inno nazionale.
2. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, ai sensi dell'art. 1, comma 1, lettera ii), della legge 12 gennaio 1991, n. 13, sono stabilite le modalità di esecuzione del Canto degli italiani quale inno nazionale. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato”.
Negli eventi ufficiali vengono eseguite solo le prime due strofe di otto versi, per una durata di circa un minuto. Il testo integrale è però più lungo, ma presenta termini oggi divenuti imbarazzanti per ovvi motivi (“I bimbi d'Italia si chiaman Balilla”) e altri legati a contingenze politiche oggi non immediatamente recepibili, oltre che scritti con una lingua troppo cruda per la delicata sensibilità contemporanea (“già l’aquila d’Austria le penne ha perdute. / Il sangue d’Italia e il sangue Polacco / bevè col Cosacco, ma il cor le bruciò”).
Goffredo Mameli scrisse l’inno il 10 settembre 1847, intitolandolo Il canto degli Italiani. Mameli, giovane patriota di famiglia aristocratica, morirà poi a 21 anni a Roma, nel 1849, in seguito a una ferita infetta che si procurò durante la difesa della Repubblica Romana. La giovane età del poeta ha fatto ipotizzare a qualche commentatore che il vero autore fosse qualcun altro, anche se l’ipotesi è scartata dalla maggior parte degli studiosi. Il testo fu poi musicato da Michele Novaro, compositore e patriota, il 24 novembre del 1847. Cantato per la prima volta a Genova durante una festa popolare, l’inno fu subito proibito dalla polizia, ma dopo i moti del 1848 fu suonato e cantato dalle bande musicali e dai soldati partenti per la guerra di Lombardia. In breve, divenne il canto più amato del Risorgimento italiano e degli anni successivi all’unificazione.
Dopo l'unità d'Italia, la natura battagliera e giacobina del testo di Mameli portò i Savoia a preferirgli, come inno, la Marcia reale, mentre sotto al fascismo la priorità fu data ai canti del Regime, anche se le canzoni del Risorgimento erano comunque tollerate. Tra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e il 2 giugno 1946, il Cnl (Comitato Nazionale di Liberazione) adottò La canzone del Piave, ispirata ai fatti tra la disfatta di Caporetto e la riscossa di Vittorio Veneto durante la Prima Guerra Mondiale, come inno nazionale contro i tedeschi.
Nel dopoguerra, come detto, l’inno di Mameli trovò finalmente l’ufficialità, seppure per diversi decenni “provvisoria”. Dal punto di vista del sentire comune, tuttavia, il brano ha conosciuto alti e bassi. Molti ne hanno contestato l’andatura da “marcetta”. E il clima anti nazionalista degli anni Sessanta e Settanta certo non ha aiutato. Fatto sta che per molto tempo l’inno non ha goduto di grande popolarità. Orecchiato da tutti ma poco conosciuto, ci si era abituato a sentirlo solo prima delle partite di calcio della Nazionale, con il pubblico che ricordava a malapena l’incipit e i calciatori comunque rigorosamente muti. Con la presidenza Ciampi e la sua riabilitazione dell’immaginario risorgimentale l’aria è cambiata (oggi gli atleti vivono il momento dell’inno con grande trasporto e partecipazione).
Appena chiuso il sipario della prima tappa 2023 del festival delle Città Identitarie (prossimi appuntamenti dal 21 al 23 luglio a Torino e dopo un mese a Loano dal 22 al 24 agosto) Edoardo Sylos Labini accenna un soddisfatto sorriso. Qui a Potenza è andata alla grande. Un’ovazione per Giancarlo Giannini che è stato il simbolo del Festival, incontri, seminari e spettacoli sempre pieni, la cultura di destra che riesce a diventare pop. Come Edoardo che divenne famoso per quello spot: Antò fa caldo! Attore, regista, scrittore, giornalista, nipote adottivo di Silvio Berlusconi per aver spostato Luna, la figlia di Paolo Berlusconi – si sono lasciati, hanno una figlia: Luce – esattamente 5 anni fa decise di fondare Cultura e Identità il cenacolo della nuova cultura del centrodestra dove, si potrebbe dire, si riconosce chiunque abbia rifiutato Karl Marx e seguaci. E chiunque non indulga nell’obbedienza al mainstream. Un anno dopo uscì il mensile CulturaIdentità e successivamente nacque l’associazione delle Città Identitarie. Si parte da qui per ragionare della cultura di destra con un uomo che aveva una carriera facile facile e ricca e ha rinunciato alla comfort zone del luogocomunismo per esplorare il mondo delle idee.
Identità: sembra un tormentone, ma cos’è davvero l’identità?
«Sono le nostre radici, i luoghi della nostra nascita, dove i nostri genitori sono venuti al mondo; è vitale tornare nei luoghi dove si nasce. Dove è custodito in fondo ciò che siamo: il cibo, i dialetti, le tradizioni, le storie. Soprattutto per chi è del Sud ed è costretto ad abbandonare quei territori l’identità è un legame fortissimo; i veri patrioti sono gli italiani all’estero che continuano a desiderare, a mantenere un contatto con la patria».
Patria, una parola desueta e che ora resuscita: perché?
«Patria nel suo significato più alto e profondo è tornata in auge con questo governo; la sinistra l’aveva ghettizzata, era una parolaccia per loro. Per la sinistra – e non è un gioco di parole – nel dopoguerra Patria era una parola sinistra. L’orgoglio oggi di pronunciarla e di viverla è un segno evidente della sconfitta di chi per decenni si è insediato nei gangli del potere ideologizzandoli. Hanno preso una bella botta, sono come un pugile suonato e ci metteranno del tempo per riaversi. Li vedi avvolti nelle loro bandiere arcobaleno orfani di una qualsiasi proposta; da trent’anni non conoscono più i bisogni reali delle persone e non hanno più proposto un loro progetto di società. Si sono limitati e ingegnati a stare contro il centrodestra. Agitano continui demoni perché sanno essere solo contro e mai per».
L’Europa però è antinomica al concetto di Patria, vuole sostituirlo con l’europeismo; sovranista per la sinistra è un epiteto di disprezzo…
«Questa Europa così com’è stata costruita e com’è adesso ha la stessa direzione della nostra sinistra che copia la sinistra europea che a sua volta è influenzata dalla sinistra dem americana. Loro lavorano alla globalizzazione che ci ha impoveriti. Per questo le elezioni europee del 2024 sono decisive. Si prospetta una vittoria di popolari e conservatori che insieme possono cambiare l’Europa. Lasciamo da parte le questioni di schieramento geopolitico, di politica internazionale o di funzionamento della macchina europea, ciò che deve emergere è l’Europa come luogo delle identità. Penso alla bellezza delle Olimpiadi quando le Nazioni sfilano con i loro colori, con le loro bandiere eppure si ritrovano insieme; l’identità è il contrario della chiusura: è rispetto di se stessi per rispettare gli altri».
La Francia in fiamme è il più evidente fallimento della mancata integrazione?
«Certo, perché se rinunci all’identità non hai confronto. Un esempio che l’identità diventa valore nell’incontro te lo dà la Sicilia: hanno avuto invasioni degli arabi, dei normanni, ma dal rispetto e dall’incontro è nata una civiltà immensa. In Francia invece hanno fintamente accolto e hanno costruito quei quartieri dove il globalismo ha creato steccati e ghetti. Il globalismo è una finta accoglienza che crea disuguaglianza».
Pensa che Giorgia Meloni come leader dei conservatori europei cambierà l’Europa?
«Lei in caso di vittoria del Ppe e dei Conservatori diventa il nuovo asse europeo e già si vede nei suoi viaggi; da ovunque torna con un risultato positivo. La vera vittoria di Giorgia Meloni è e sarà sul piano internazionale».
Lei è stato anche responsabile culturale di Forza Italia e «nipote» di Silvio Berlusconi. Esiste un erede del Cavaliere? Forza Italia resisterà al dopo Berlusconi?
«Un giorno Berlusconi mi chiamò e mi disse: entra in Forza Italia e occupati della cultura. Ma lui sapeva che avevo sempre votato a destra. Glielo dissi e lui rispose: sei capace e mi fido di te, fallo. Era fatto così, era unico e per questo non ha mai né cercato davvero un erede né lo ha costruito. Lui è stato il fondatore del centrodestra e attraverso Forza Italia ha portato al governo la destra che altrimenti non ci sarebbe mai arrivata, lui ha dato spazio alle diverse anime del centrodestra e non so dire se oggi Forza Italia abbia un futuro e quale senza di lui. So che lui in qualsiasi condizione ci ha sempre messo la faccia; anche nelle ultime elezioni: non stava bene eppure ha lottato e il consenso si è accentrato su di lui. Dicono che Matteo Renzi possa essere il suo erede, mi pare la favola di Fedro della rana che voleva diventare bue. Anche se forse non l’erede, ma l’eredità politica di Berlusconi c’è già chi l’ha raccolta».
Chi?
«Giorgia Meloni, che fu da giovanissima ministro del governo Berlusconi. Lei sta garantendo la continuità del centrodestra ed è una donna di mediazione e contemporaneamente di azione, col suo pragmatismo sta allargando l’orizzonte del centrodestra e sa perfettamente interpretare il cambio di passo che c’è tra stare all’opposizione e governare. Lei è la vera erede di Berlusconi. Un esempio concreto sono le politiche culturali».
A lei piace la cultura di questo governo?
«Giorgia Meloni l’ha messo in mano a due persone molto abili: Gennaro Sangiuliano al ministero e Giampaolo Rossi alla Rai stanno facendo un ottimo lavoro. La Rai tornerà ad essere ciò che deve essere: la prima impresa culturale del paese. Prima delle elezioni alla Sala Umberto di Roma con Giampaolo Rossi avevamo fatto un importante convegno sul nuovo immaginario per dire cosa avremmo voluto fare. Tra questi obbiettivi c’è di fare attraverso la Rai un servizio pubblico pluralista, ma patriota e nazionalista che metta in luce e divulghi la bellezza della cultura italiana e dell’Italia, della cultura di tutti. La diversità tra noi è la sinistra è che la sinistra usa la cultura per farsi propaganda, la destra per produrre consapevolezza. Se un teatro è diretto da uno di destra vedrai che la programmazione è pluralista, se un assessore alla cultura è di sinistra chiama solo i suoi. Abbiamo il compito di liberare la cultura da queste incrostazioni pluiridecennali della sinistra partendo dal principio guida della destra: se uno è bravo non importa come vota, importa che sia bravo».
Lei si prepara dunque a tornare in televisione…
«C’è un progetto per un programma che parli e valorizzi i territori, di più non dico».
E dell’attacco al cibo, alla cultura alimentare che pensa?
«Che è l’ennesima dimostrazione che vogliono distruggere le identità. Ma il cibo, la cucina italiana, anzi dei territori italiani è uno dei costituenti primi dell’identità. Molti si stupiscono del successo all’esportazione dei nostri prodotti: è il fascino della cultura italiana che si fa nutrimento! Aver creato il ministero della Sovranità alimentare dà il senso del lavoro profondo che si sta facendo sull’identità».
Eppure sembra che la sinistra eserciti ancora la sua egemonia culturale, non trova?
«Ci vuole tempo: loro l’egemonia culturale l’hanno costruita nei decenni e l’hanno imposta occupando tutti i posti di comando e di scelta. Io mi sento un po’ un pioniere: ho portato sul palco da D’Annunzio a Marinetti, da Mazzini a Italo Balbo e ho riunito un gruppo di amici in Cultura e Identità che va da Giampaolo Rossi a Federico Mollicone, da Guido Castelli al sindaco di Norcia Alemanno, da Crespi ad Alessandro Giuli a Giusi Versace. Da lì siamo partiti mettendo insieme varie anime di un mondo che mai si era ritrovato. La sinistra quando va al governo abbatte tutto ciò che non gli appartiene, noi invece vogliamo esser pluralisti».
Lei ha pagato pegno?
«Sì, ho immolato la mia carriera a questa idea per dare speranza a tutti coloro i quali non si accodavano al mainstream. Ma c’è chi ha pagato anche di più. Penso proprio a Giancarlo Giannini: gli dedicano una stella sulla Walk of fame a Hollywood e l’Italia non lo ha mai premiato. Lo abbiamo portato qui al festival delle Città Identitarie dove ha avuto un successo strepitoso. Un attore non deve dire per chi vota, ma non deve essere giudicato a seconda di chi vota».
Per finire: Antò fa ancora caldo?
«Mi dispiace che se ne sia andato Alessandro D’Alatri il regista di quello spot geniale perché riassumeva la commedia all’italiana e raccontava un tratto assoluto di italianità. Per questo dopo oltre vent’anni è ancora popolarissimo. L’accoppiata con Luisa Ranieri fu vincente e nessuno di noi due era consapevole allora di cosa quello spot avrebbe significato. Luisa ha fatto nel cinema una straordinaria carriera. Io ho ricavato da quell’esperienza consapevolezza».
I veri attori però snobbano la pubblicità e anche la commedia all’italiana, o no?
«Tutti i grandi hanno fatto pubblicità. La commedia all’italiana tornerà: se cambiano i presupposti gli sceneggiatori, i registi sono portati a raccontare l’epoca in cui vivono. Se Canale 5 fa L’Isola dei famosi tu Rai non devi andargli dietro: devi raccontare il costume dell’epoca, devi comunicare l’anima della tua gente, lo spirito del tempo. Ce la faremo: promesso».

