Da un lato c’è l’ennesima inchiesta (la quattordicesima) su un progetto urbanistico di Milano, questa volta tra via Lepontina e Via Valtellina. Dall’altro si fa concreta la possibilità che il cosiddetto «Salva Milano» (progetto di legge ora in discussione in commissione ambiente) arrivi alla Camera il 26 novembre per poi passare al Senato, così da salvare cantieri e grattacieli nel capoluogo lombardo, spazzando via le inchieste della Procura. In mezzo divampano le proteste del centrosinistra che sostiene il sindaco Beppe Sala a palazzo Marino, con il verde Carlo Monguzzi che chiede un’urgente verifica della maggioranza. «Il condono è un baratro politico. La politica che cancella l’operato della magistratura - dice Monguzzi - è una cosa che neanche Berlusconi avrebbe mai osato fare. Lo fa ora una giunta di sinistra. Ma non sono certo i valori e i principi che io e moltissimi altri abbiamo votato alle comunali del 2021». La sfiducia deve essere sottoscritta da due quinti dei consiglieri. Rischia di essere la goccia che fa traboccare il vaso, l’ultima inchiesta della procura di Milano. Del resto, la richiesta di sequestro di un’area, quella di via Valtellina, dove già sorge una residenza universitaria convenzionata (e dove sono in costruzione due edifici residenziali, su progetto dell’architetto Paolo Mazzoleni), è, secondo la procura, «esemplificativo». Perché «i meccanismi creati sono significativi dell’azione di gruppi di pressione che controllano le operazioni immobiliari più lucrative, e che operano attivamente per assicurare il mantenimento di tale sistema, escludendone chi non vi appartiene, e per impedire che l’azione del Comune venga ricondotta sui binari del rispetto del territorio e della legalità». In sostanza, l’attività degli indagati era funzionale «ad avallare le procedure dirette al conseguimento di titoli edilizi illegittimi, con conseguenti danni alla comunità e all’erario, a fronte di ingenti profitti privati». Nell’informativa della Guardia di finanza emergono conflitti di interesse in seno alla Commissione per il Paesaggio e in capo ad alcuni funzionari dell’amministrazione comunale milanese. Secondo gli inquirenti - l’aggiunto Tiziana Siciliano e i pm Marina Petruzzelli, Mauro Clerici e Paolo Filippini - siamo di fronte a «un sistema consolidato nel tempo, in virtù del quale sembrerebbero essere sempre meno tutelati gli interessi della collettività e del comune, e sempre più avvantaggiate le società operatrici e i loro progettisti, a scapito dell’interesse pubblico». Tutto ruota intorno alla Commissione, dove emergono palesi conflitti di interesse «tra funzione pubblica e interessi economici personali». Le indagini hanno persino dimostrato che ci sarebbero state valutazioni differenti su alcuni progetti. Su casi simili, infatti, la commissione dava valutazioni contrastanti, a seconda che il progettista fosse iscritto nei cosiddetti «circuiti privilegiati» o circolo degli amici. Oltre alle accuse di abuso edilizio, falso in atto pubblico, false dichiarazioni sull’identità e violazione delle norme urbanistiche nazionali e regionali, si fa largo anche il reato di traffico di influenze, di cui deve rispondere al momento solo Marco Emilio Mario Cerri. Secondo le indagini, in quanto professionista esperto di urbanistica e vantando canali privilegiati in comune, si era proposto al legare rappresentante della Sun Shine Srl (acquirenti di un immobile in via Lamarmora) «come facilitatore» per ottenere «il titolo edilizio per la realizzazione dell’intervento sullo stesso immobile». Il resto degli indagati, 12 in totale, rispondono soprattutto di conflitti di interesse, come Giovanni Oggioni, membro della commissione del Paesaggio, che non aveva mai dichiarato di lavorare per la società Abitare In Spa «oggetto di valutazione da parte della stessa» commissione. Così anche Alessandro Trivelli che collaborava con lo studio Archi Tekton, o ancora Alessandro Scadurra che era pagato da Bluestone, entrambi in società collegate sempre a progetti immobiliari che venivano valutati dalla commissione. Spunta poi la figura di Paolo Mazzoleni, che viene indagato per la terza volta in due anni. Attuale assessore all’Urbanistica ed edilizia privata dalla giunta del sindaco dem di Torino Stefano Russo, ex presidente dell’ordine degli Architetti, il suo nome era già emerso, in qualità di progettista, nelle indagini sull’edificio Bluestone di Piazza Aspromonte e per le torri «Residenze Lac» di via Cancano, sequestrate a luglio 2024. Tra i perquisiti si segnala anche l’avvocato Ada Lucia De Cesaris, già assessore all’Urbanistica ed ex vicesindaco del Comune di Milano, torna a lavorare nel privato. Non è indagata, ma il suo nome compare in un altro fascicolo su nomine legate alle pratiche urbanistica. Nei fascicoli di indagini, compare anche un richiamo al «fondamentale principio di legalità, che informa l’intero ordinamento repubblicano» e che «esclude che il Comune di Milano possa esercitare la sua autonomia per introdurre deroghe alle leggi dello Stato e delle Regioni non previste e non consentite dalle leggi medesime». Un chiaro messaggio al parlamento e a chi sta lavorando sul Salva Milano.
Serve un piano Marshall per aiutare gli italiani a pagare le spese condominiali che quest’anno raddoppieranno a causa dei costi dell’energia. A parlarne con La Verità è Francesco Burrelli, presidente di Anaci, la principale associazione di amministratori di condominio.

State riscontrando un aumento della morosità nei condomini a causa della crisi energetica?
«È il caso di fare una premessa. Stiamo per andare incontro a un problema sociale, che non riguarda più solo i furbetti morosi che non pagano. Per intenderci, la nostra associazione rappresenta circa 1,2 milioni di condomini in Italia che ospitano il 73-74% della popolazione italiana. Oltre 40 milioni di persone. Il problema è questo. Fino alla gestione 2020/2021, per le spese ordinarie con anche il riscaldamento centralizzato, la morosità oscillava intorno al 15-20% in media. Circa due su condomini su dieci. Per la gestione 2021/2022 sono cominciati a comparire problemi importanti perché i consuntivi che stiamo chiudendo sono circa il doppio della cifra preventivata per il 2020/2021. Per fare un esempio, un condominio con 20-22 persone circa con un consuntivo medio annuo di 22-23.000 euro, quest’anno chiuderà la partita a 39.600 euro. Un altro consuntivo di un palazzo medio da 148.000 euro per il 2020/2021, distribuiti in sei rate, quest’anno chiuderà a 296.000 euro. Per intenderci, io mi trovo quindi a chiedere ai condomini di pagare in una volta sola quanto prima pagavano in sei rate. È chiaro che non è sostenibile e che il numero di morosi schizzerà verso l’alto. Non finisce qui, gli amministratori, poi, devono fare anche il preventivo 2022/2023. Come possiamo farlo con questi valori? C’è quindi da unire alla morosità acquisita in precedenza quella di chi non può più pagare perché non riesce, oltre a malati, deboli e fragili che anche loro potrebbero avere difficoltà a far fronte alle spese. Si consideri che lo stipendio medio in un condominio italiano arriva a 1300-1400 euro al mese. Siamo davanti a un allarme sociale perché passeremo da due condomini su dieci morosi a sette condomini su dieci. In questo caso il problema non è se uno non paga, ma quando devo pagare per non far staccare la corrente».
C’è un aumento dei distacchi dei servizi energetici dovuti a mancati pagamenti?
«Le aziende stanno staccando le forniture perché si trovano buona parte dell’insoluto del 2020/2021 e anche molto insoluto extra preventivo del 2021/2022. Così sono iniziate le chiusure. Per dare un dato, solo a Torino e provincia ne sono state chiuse 170-180. Tutte le città dove c’è molto teleriscaldamento come ad esempio Parma, Brescia e Bergamo faranno la stessa fine. Il problema vero è determinare le condizioni per evitare che le imprese energetiche stacchino la fornitura».
Come muoversi quindi?
«Noi stiamo aspettando che il presidente della Repubblica dia l’incarico a Giorgia Meloni perché serve un’azione del governo. Ci vuole subito una misura contro le chiusure selvagge delle forniture. Quello di cui abbiamo bisogno è un tavolo di confronto con le imprese dell’energia, Anaci, i manutentori e gestori del riscaldamento che dovranno impostare le temperature. Si fa presto a dire di tenere 19 gradi in casa. Chi è esposto a Nord ci mette molto di più a scaldarsi di chi è rivolto a Sud. Serve una fotografia esatta dei condomini in Italia. Quanti sono gli abitanti dei palazzi che riescono comunque a pagare, quanti quelli che non ce la fanno perché hanno un reddito che non glielo permette, quanti quelli che potrebbero pagare ma non lo fanno. In questo caso, bisogna attivarsi in primis per riscuotere da chi potrebbe avere i fondi per pagare. A quel punto, però, conoscendo esattamente la situazione di tutti, di chi paga e di chi no, posso fare un piano di rientro parlando con le società energetiche e mostrando loro la copia dei decreti inviati a chi non ha pagato. Così riusciremo a passare l’inverno».
Quali sono le tempistiche per mandare un decreto a chi non paga?
«Dopo un mese, un amministratore può mandare un avviso, se al secondo mese non ha ricevuto ancora il denaro invia una diffida ufficiale. L’ultimo passaggio è quello del decreto che deve arrivare al giudice. Se viene approvato, perché non ci sono contestazioni particolari, arriva il decreto esecutivo. In totale per questi step servono circa tre o quattro mesi. Il giudice può anche prevedere una dilazione di pagamento in un certo numero di rate».
Se comunque il condomino non paga, il debito va ripartito su tutto il condominio?
«In prima battuta, ognuno paga il suo. Ognuno deve fare fronte ai propri debiti. L’unica condizione per cui un condomino non paga è perché non è solvibile su tutto il territorio italiano. Che, in pratica, significa che non ha proprietà o redditi di nessun genere. Solo in questo caso il debito è comunitario. Ma il problema non riguarda il singolo condomino che non paga. Il problema è che da ora in poi andremo incontro a molti proprietari che non potranno pagare perché non saranno in grado di sostenere i costi raddoppiati per l’energia nel giro di un anno e nemmeno potranno farsi carico di anticipare per gli altri in attesa dei rientri».
- La Penisola si sgretola: si contano 2 milioni di edifici abbandonati. Dei 200.000 immobili di valore architettonico oltre 6.000 presentano uno stato di degrado; ci sono 428 teatri chiusi e 450 tra chiese in rovina e castelli diroccati.
- Il Garante per i beni culturali di Napoli: «Più di duecento edifici ecclesiastici desolati».
- Il Sovrintendente al Teatro dell’Opera di Roma: «Dall’inizio del secolo l’offerta intellettuale nazionale ha perso 54 arene».
Lo speciale contiene tre articoli.
Il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, striglia gli industriali sollecitandoli ad investire di più in cultura ma il ministero che dirige non può certo ergersi ad arbitro e dispensare bocciature. Gran parte del patrimonio storico artistico è in stato di totale abbandono e soffre un degrado quasi irreversibile. A questo si aggiunge il patrimonio immobiliare lasciato deperire per incuria o perché non più funzionale. È uno scenario fatiscente ed è difficile risalire la filiera delle responsabilità.
La Carta del Rischio della Direzione generale Sicurezza del Patrimonio culturale presso il ministero dei Beni Culturali, ha schedato oltre 200.000 beni immobili di valore architettonico e archeologico e in base agli esami finora effettuati, è stato rilevato che il 3% è in una condizione accertata di vulnerabilità e di degrado.
Una ricerca del Cescat-Centro Studi Casa Ambiente e Territorio di Assoedilizia, indica che ci sono oltre 2 milioni di edifici abbandonati e diroccati, prevalentemente ubicati nelle campagne, molti in posizioni panoramiche privilegiate, come casolari, baite, ville rustiche, antiche magioni, rocche, case cantoniere ma anche ex aree industriali.
La lista dei siti Unesco dichiarati Patrimonio mondiale dell’umanità, conta oltre 1.000 luoghi d’interesse distribuiti in tutti i continenti, e l’Italia è il Paese più rappresentato con 53 eccellenze (alle quali vanno aggiunte le 39 che hanno chiesto il riconoscimento senza riuscire, per ora, a ottenerlo).
Il patrimonio culturale appartiene a diversi soggetti giuridici, come lo Stato, le Regioni, i comuni, i privati, gli enti ecclesiastici, le fondazioni. Facile quindi fare lo scarica barile delle responsabilità.
Secondo i dati Eurostat, l’Italia è penultima in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura (peggio di noi fa solo la Grecia): 1,4% a fronte di una media Ue superiore al 2%. Quella che viene definita la «Penisola dei tesori» investe nella cura di queste ricchezze, meno di quanto fanno altri.
Numerosi siti archeologici, musei, chiese, palazzi e persino interi centri storici cadono a pezzi.
Italia Nostra ha elaborato una Lista Rossa, una mappa molto accurata del patrimonio abbandonato, in stato di degrado, su segnalazioni di privati. La lista comprende attualmente 450 beni tra castelli diroccati, chiese chiuse, piazze, borghi perfino grotte ed è in continuo aggiornamento. La finalità è di segnalare questo patrimonio a rischio al ministero dei Beni Culturali e alle Soprintendenze.
Tra i gioielli che compaiono nella Lista Rossa, c’è l’Abbazia di Santa Maria di Calena a Peschici, in provincia di Foggia, un insediamento monastico che risale all’XI secolo passato al Demanio e poi a privati che ne hanno fatto un’azienda agricola, ora un rudere. Eppure continua ad essere un punto di riferimento per la comunità locale. In totale abbandono e senza un piano di recupero, è l’acquedotto Pontificio di Loreto, unica opera idraulica con arcate ancora integre nelle Marche. In questa Regione, Italia Nostra segnala anche il Castello di Monte Varmine, in provincia di Ascoli che risale all’epoca longobarda, diroccato. A Reggio Calabria c’è il Convento dei Cappuccini del XVI secolo che contiene altari intarsiati in avorio e madreperla. È crollato in più parti, compreso il tetto. Al momento non si conoscono piani di recupero. Segnalato sempre da Italia Nostra il Canale Navile di Bologna, opera del Vignola del XVI secolo che rappresentava una delle più importanti vie di comunicazioni dell’Italia Settentrionale per lo scambio delle merci. Le strutture lungo il canale sono molto danneggiate con tetti crollati e azioni di vandalismo.
Un altro volto dell’Italia che cade a pezzi tra incuria, disattenzione e abbandono, è quello dei teatri. La patria di Goldoni e di Pirandello non riesce a tutelare i gioielli architettonici tramandati da una storia illustre. Il Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma, Francesco Giambrone, ha guidato la realizzazione di un censimento ad opera di TeatriAperti, sui teatri dimenticati. La ricerca risale al 2008, ma da allora nulla è cambiato. Nel nostro Paese ci sono ben 428 teatri chiusi. Della maggior parte di essi, però, nessuno parla. Se è vero che in Italia ci sono circa 2.000 teatri, il censimento rivela che per ogni tre aperti ve ne è uno chiuso. Il 50% dei sipari abbassati sono in edifici storici di un qualche pregio architettonico. Sono concentrati soprattutto in Sicilia e Lombardia (rispettivamente 59 e 57). Oltre il 50% ha cessato la propria attività a partire dal 1980 e solo 12 (ossia poco meno del 3% circa) sono stati chiusi prima del 1940.
Tra le cause di chiusura, l’inagibilità è quella più ricorrente: il 31,7% dei teatri è stato infatti bloccato perché dichiarato inagibile mentre solo 47 (pari all’11% circa del totale) si sono fermati per lavori di restauro che usualmente si protraggono anche per decenni. Alcune strutture, dopo la chiusura, sono state destinate ad altri usi.
Report nell’inchiesta «Gli incompiuti» andata in onda ad aprile scorso, ha acceso i riflettori su alcune realtà di Venezia. Nel centro storico un gioiello architettonico di inizio Novecento, il Cinema Teatro Italia, oggi è un supermercato Despar.
Quanto costa alla comunità il degrado del Paese, culturale e artistico? Una domanda a cui nessuno si preoccupa di dare una risposta.
Giulio Pane: «La situazione del centro di Napoli è grave»
A Napoli è stata creata due mesi fa, la figura del Garante per i beni culturali ed il paesaggio, per la conservazione e valorizzazione di quello che è il centro storico più grande e importante d’Europa. Giulio Pane, già ordinario di Storia dell’Architettura all’Università Federico II, avrà il compito di raccogliere le segnalazioni dei cittadini sulle eventuali criticità e sollecitare le amministrazioni competenti per una soluzione «in tempi ragionevoli». Questo è quanto sta scritto ma come stanno realmente le cose? «In ballo ci sono fondi europei per 100 milioni stanziati per il Progetto Unesco di valorizzazione del Centro storico di cui sono stati spesi al momento solo circa 20 milioni» afferma Pane. Non avrà vita facile. Sulla sua nomina è già scoppiata la polemica di chi lo accusa di «essere un doppione». Ma per Pane si profila anche la nomina a Garante per i Beni Culturali a livello nazionale. «La situazione del centro storico di Napoli è di estremo degrado. Sono più di duecento le chiese chiuse, abbandonate e spesso depredate delle loro opere d’arte. Alcune in rovina e pericolanti».
Ci fa qualche esempio?
«La Chiesa della Scorziata, una volta splendida e ricca di capolavori, ora è un cumulo di immondizia. Fu depredata dai ladri nel 1993 quando era chiusa già da molti anni a causa dei danni subiti con il sisma del 1980. Sparirono opere preziose. Molte chiese sono state riadattate, altre occupate trasformate in depositi di detersivi, fabbriche di infissi, abitazioni con tanto di citofoni o adibite a negozi e autofficine. A Marina di Ascea, un ex immobile religioso è stato trasformato in un residence di lusso contravvenendo alle norme paesaggistiche. Fabbricati religiosi sono stati trasformati in ristoranti e le aule delle chiese in luoghi di eventi e ricevimenti. Lo Sferisterio di Fuorigrotta è un simbolo del degrado della città. Nato nel 1950 come mega centro sportivo e poi per eventi, spettacoli e concerti, fu distrutto nella notte tra il 30 e il 31 dicembre del 1986 da uno spaventoso incendio. Da allora numerosi i progetti di recupero mai andati in porto. C’è la situazione dei padiglioni dell’antica mostra di oltremare che stanno andando in malora. La cupola del Padiglione della Civiltà cristiana in Africa è crollata. Il Monastero delle Trentatré è in abbandono totale. Palazzo D’Avalos stava andando in malora perché il nuovo proprietario voleva suddividerlo in mini appartamenti. Poi è intervenuto il vincolo per il restauro».
C’è una mappatura del patrimonio degradato?
«Ci sono oltre 200 chiese inutilizzate in abbandono, oggetto di furti e vandalismi. Innumerevoli edifici privati di pregio storico che non riescono ad attingere i contributi pubblici per incapienza finanziaria dei proprietari».
Incapacità di spendere i fondi europei?
«Alcuni progetti presentati sono privi della rispondenza alle norme dei lavori pubblici. Talvolta manca la relazione geologica, e quando vanno a gara si bloccano».
Come può accadere una cosa del genere?
«Accade per superficialità, perché non c’è una formazione adeguata; e perché l’attuale normativa è complessa e onerosa. Talvolta però, anche se la documentazione non è accurata - e se le fosse evidenzierebbe un danno artistico o ambientale - passa lo stesso. È il caso dell’ascensore di monte Echia. L’altura di Pizzofalcone è stata l’antica sede di Partenope, e lì Lucio Lucullo aveva costruito una lussuosa villa in vista del mare, di cui sopravvivono alcuni ruderi. Bene, davanti ad essi sorge ora il volume tecnico di un ascensore pubblico che toglie la vista del paesaggio per una lunghezza di undici metri e un’altezza di quattro. La relazione paesaggistica del progetto se la sbrigava così: “L’ascensore sorge nel centro storico di Napoli”».
Francesco Giambrone: «Le politiche culturali per troppi anni sono state marginali»
«La causa principale in molti casi è diventata un alibi. Molti teatri chiudono quando vengono inasprite le norme sulla sicurezza, perché la cosa più facile è chiudere. Ed è quello che è accaduto al Teatro Massimo di Palermo. La realizzazione di una scala di uscita per il pubblico si doveva concludere in sei mesi ma il sipario del maggiore teatro in Europa, rimase calato per 23 anni». Perché, è una domanda ingenua e la risposta scontata. «Le politiche culturali nel nostro Paese sono state per troppi anni marginali e l’investimento nella cultura mai considerato pagante». C’è una nota di commozione nella voce del Sovrintendente al Teatro dell’Opera di Roma Francesco Giambrone, che ha lasciato il cuore nella sua Palermo dove, come Sovrintendente del Massimo, ne seguì le vicende della chiusura, poi della mobilitazione cittadina e della riapertura. «In Italia negli ultimi trent’anni, è stato costruito un solo teatro, a Firenze, il Teatro del Maggio Musicale fiorentino alle Cascine, mentre in Grecia e Spagna ne sono stati inaugurati a decine. Lasciamo andare in rovina i gioielli del passato e con essi distruggiamo gli unici luoghi di aggregazione laica. Il nostro Paese nella seconda metà dell’Ottocento aveva costruito l’Italia unita anche attraverso un investimento forte nella infastrutturazione culturale del territorio costruendo luoghi di spettacolo. Non c’era borgo in cui non ci fosse un teatro. Siamo andati verso un grande impoverimento».
Quali casi l’hanno più colpita in questa ricerca?
«Il censimento dei teatri chiusi realizzato nel 2008 con l’associazione TeatriAperti e Arcus, andrebbe aggiornato ma non penso che ci troveremmo di fronte a sorprese positive. Abbiamo individuato 428 teatri chiusi e il 25,5% è all’interno di edifici di valore storico e architettonico, sottoposti a vincolo della Soprintendenza ai Beni Culturali. Circa il 40% risalgono a prima del 1900. Tra questi c’è il Teatro Laluna del 1600 nel comune di Mineo a Catanzaro chiuso nel 1983 dopo essere stato trasformato in cine-teatro. La causa più frequente per il fermo dell’attività, nel 31,7% dei casi, è l’inagibilità, ma solo l’11% è stato chiuso per i lavori di restauro. Ci siamo trovati davanti realtà di pregio trasformate in palestre, magazzini, autorimesse. A Palermo la proprietà del teatro Bellini uno dei più antichi della città, voleva trasformalo in una pizzeria, ma la sovrintendenza bloccò il progetto. A Sciacca l’incredibile storia del teatro Samonà. Nato sulle macerie dello storico Teatro Politeama Mariano Rossi, i lavori iniziarono nel 1979 ma rimasero incompiuti per diversi anni. Nel 2015 è stato inaugurato ancora incompleto, poi di nuovo chiuso e adesso ancora si discute del suo futuro. Il Teatro Ernesto Rossi di Pisa, della seconda metà del Settecento, ha avuto una vita travagliata; nel 1977 è stato anche utilizzato come magazzino di oggetti smarriti. Quando dopo alcuni interventi di recupero, nel settembre 2004, sembrava che si potesse riavviare l’attività, la polizia giudiziaria bloccò tutto per notificare un sequestro conservativo. Pare ci fosse un cavillo burocratico legato alla sicurezza. Il sipario cala definitivamente, nonostante i successivi restauri della Soprintendenza. Un altro caso è il teatrino all’interno di Villa Raggio di Pontenure, in provincia di Piacenza, della seconda metà dell’Ottocento. Il parco è stato recuperato dopo anni di abbandono ma la villa e il teatrino, per gli alti costi di restauro, sono in degrado».
Quali sono le Regioni con il più alto numero di teatri chiusi?
«Le chiusure sono concentrate in Sicilia (59) e Lombardia (57). Dall’inizio del nuovo secolo l’offerta culturale nazionale ha perso 54 strutture tra teatri e cine-teatri di cui 17 solo nel 2006. Solo il 12% dei teatri chiusi censiti, nel 2008 era in possesso di un regolare certificato di agibilità e tra questi poco più del 40% è in fase di restauro. Nonostante la chiusura, alcune strutture, circa il 16% hanno continuato ad ospitare eventi culturali».
C’è speranza che i teatri chiusi vengano riaperti?
«È un obiettivo che dovrebbe rappresentare la priorità per qualsiasi politica culturale. Ma le riaperture devono essere vere, i lavori devono rispettare le scadenze programmate».
Vi proponiamo un viaggio tra architettura, arte, storia e misteri. Dai Palazzi dei Rolli a Genova a Palazzo Barberini a Roma, dal Palazzo Beneventano a Scicli (Ragusa) al Palazzo De Castro dei Conti di Lemos a Squinzano (Lecce) ecco un breve itinerario per visitare alcuni dei più belli.
Pur non volendo scadere nella retorica, è impossibile non sottolineare quanto il nostro Paese sia bello e ricco da un punto di vista storico-artistico. I palazzi fanno parte a pieno titolo di questa ricchezza, che ha generato e continua a generare sogni, poesie e afflati tra gli stranieri, per cui il Belpaese rappresenta una meta ambitissima.
Siamo noi italiani, come sempre, a doverci rendere conto del nostro patrimonio. Ecco perché questo viaggio tra i palazzi storici d’Italia: non si può ignorare l’architettura, forma d’arte che si impone agli occhi di chiunque. Sta a noi volerne approfondire i misteri, ammirandone non solo l’involucro, ma anche il contenuto.
Da quali palazzi storici partire? La scelta è soggettiva, ma tutti quelli che seguono sono tappe fondamentali per chiunque voglia fare incetta di bellezza.
I Palazzi dei Rolli – Genova
Le Strade Nuove e il sistema dei palazzi dei Rolli: è il nome per esteso di questo patrimonio dell’umanità UNESCO.
Siamo in pieno centro storico, dove possiamo respirare e osservare gli slanci dell’aristocrazia dei secoli XVI e XVII. Se le Strade Nuove sono Via Garibaldi, Via Cairoli e Via Baldi, i palazzi sono le dimore nobiliari che le abitano. Il nome “Rolli” si riferisce agli alloggi pubblici, che venivano sorteggiati per ospitare eminenti personalità durante le visite di Stato.
Tali palazzi (o almeno quelli selezionati dall’UNESCO) sono ben 42. Si va da Palazzo Doria-Spinola a Palazzo Pallavicini Agostino, da Palazzo Spinola Pantaleo a Palazzo Grimaldi Nicolò. Nomi altisonanti che sono solo un assaggio della sontuosità che nascondono all’interno.
I Rolli aprono ai visitatori due volte l’anno: la prossima apertura si terrà a maggio 2022. Per prenotare, basta andare sul sito VisitGenoa/rollidays-online.
Due indirizzi, uno per dormire e uno per mangiare:
- Hotel Bristol Palace, Via XX Settembre 35, albergo romantico ed elegante, in tema con un weekend dedicato alla sontuosità;
- Antica Friggitoria Carega, Via di Sottoripa, 113 r: street food genovese di qualità!
Palazzo Barberini – Roma
Oggi parte del Polo Museale di Roma, Palazzo Barberini altro non era che la sede di rappresentanza di Papa Urbano VIII (all’anagrafe Maffeo Barberini); o meglio: della sua potente famiglia. Il progetto venne affidato prima all’architetto Carlo Maderno e poi al Bernini, con il Borromini che collaborò con entrambi.
Con tutti questi personaggi, tra artisti e potenti, non poteva che nascere un palazzo imponente e colmo di capolavori, considerato che Papa Urbano VIII era un amante delle arti, nonché mecenate. Oggi, oltre alle invenzioni dei tre architetti (tra cui la splendida scala elicoidale), è possibile estasiarsi di fronte al Narciso del Caravaggio, al Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein Il Giovane o all’Annunciazione di Filippo Lippi.
Inoltre sono in corso tre mostre: “Una Certa Italia” (fotografie dal 1959 al 1981 a cura di Giuseppe Loy), “Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento” e “Una rivoluzione silenziosa. Plautilla Bricci pittrice e architettrice”.
Per maggiori informazioni, consultare la pagina web.
Per dormire, consigliamo l’appartamento Piazza Barberini, Via del Boccaccio, 8: modernissimo e centralissimo;
Per mangiare: Osteria Barberini, Via della Purificazione, 21. Da provare: l’amatriciana.
Palazzo Beneventano – Scicli (RG)
I motivi per visitare Scicli e dintorni sono migliaia. Il Commissario Montalbano è servito a svelare le bellezze storico-artistiche di una Sicilia che, per fin troppo tempo, è rimasta quasi nascosta.
Non solo mare a due passi, non solo cibo: Scicli è considerato uno dei borghi più belli d’Italia. E a ragion veduta: l’architettura barocca si fonde alla perfezione con la natura brulla, aspra dei Monti Iblei, che hanno fornito la pietra calcarea per la costruzione del paese.
Palazzo Beneventano è considerato l’espressione per eccellenza del Barocco siculo (fu costruito nel ‘700). Come i Rolli, fa anch’esso parte dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Basta osservarne l’esterno per rendersi conto dell’incredibile preziosità del palazzo: le figure grottesche che adornano i balconi dalle ringhiere in ferro battuto, le teste di moro e le lesene bugnate lo hanno reso un capolavoro.
L’interno è generalmente visitabile prenotando una guida, ma l’esterno vale bene un primo approccio. Il palazzo si trova in Via Beneventano 17.
Per dormire, consigliamo l’Hotel Novecento, in Via Dupré 11: struttura elegante in pieno centro storico.
Per mangiare: Osteria Donna Luisa, Via F. Mormina Penna, 121. Da provare il pane cunzato, che in dialetto siciliano significa condito-arricchito.
Palazzo De Castro dei Conti di Lemos – Squinzano (LE)
Squinzano non è il paese più famoso della Puglia, ma vale la pena visitarlo se si decide di fare tappa a Lecce e dintorni. Dal capoluogo di provincia dista infatti poco più di 15 km.
Oltre a vantare il Museo dell’Olio e del Vino (punte di eccellenza del territorio), offre ai suoi visitatori la bella Piazza Plebiscito, la Chiesa Matrice (dal pregevole coro ligneo) e vari palazzi storici, come il Palazzo De Castro dei Conti di Lemos.
Il palazzo deve il suo nome alla stirpe spagnola dei De Castro, che vennero in Italia al seguito del conte Fernando Ruiz, nominato viceré di Napoli nel 1599. Nel 1795 i De Castro fecero costruire un palazzo di famiglia a Squinzano, oggi hotel di charme dalle camere barocche, arricchite da mobili d’epoca.
Un tuffo in un passato ormai lontano, quando la raffinatezza spagnola si sposò con quelle napoletana e locale.
E per mangiare? Marenuesciu Cucina Tipica Marinara & Pizzeria, in Via Botteghe Nuove, 66. Porzioni generose e ottima pizza.




