Una sorpresa amara e costosa. Protagonista Nexi, la grande società dei pagamenti digitali, che ha presentato il nuovo piano strategico. Promette agli azionisti una pioggia di dividendi: oltre un miliardo nel triennio. Il mercato risponde con un tonfo memorabile: meno 16,6% a 2,82 euro. Grande delusione.
Un miliardo e cento milioni di euro di cedole non è un’elemosina. In un mondo finanziario normale, una società che annuncia una distribuzione così generosa verrebbe accolta con applausi, e qualche brindisi. Ma la Borsa, come sanno bene gli operatori più smaliziati, non vive di fatti. Vive di aspettative. E quando le aspettative sono molto alte, basta un dettaglio fuori posto per trasformare una promessa generosa in una delusione cocente.
Il dettaglio, in questo caso, è una parola che a Wall Street e dintorni suscita entusiasmi quasi romantici: buyback, il riacquisto di azioni proprie. L’anno scorso Nexi aveva distribuito 600 milioni. Un cocktail perfetto per gli investitori: soldi in tasca oggi e sostegno al titolo domani. Quest’anno il menu è cambiato. Dividendi ricchi (350 milioni già nel 2026, con la promessa di farli crescere del 5% l’anno fino al 2028) ma buyback zero.
Il risultato è stato immediato. Gli analisti hanno cominciato a fare i conti e qualcuno, come quelli di Intermonte, ha tirato fuori il cartellino rosso parlando di piano «molto deludente». Non tanto perché manchino i soldi da distribuire, quanto perché il mercato si aspettava qualcosa di più muscolare: circa 1,8 miliardi restituiti agli azionisti e un bel programma di riacquisto per sostenere la quotazione.
Invece Nexi ha scelto un’altra strada. Se vogliamo anche più noiosa. Il piano 2026-2028 racconta una storia di crescita lenta e ragionata. I ricavi aumenteranno poco nei primi due anni, poi nel 2028 dovrebbero accelerare attorno al 5%. Anche i margini, compressi dagli investimenti, torneranno ad espandersi. È, insomma, il piano della pazienza. Una parola che nei mercati finanziari provoca spesso la stessa reazione di un dibattito sulla dieta dinanzi ad una tavola imbandita.
A complicare ulteriormente l’atmosfera è arrivata anche un annuncio che ha fatto sobbalzare più di un investitore: una svalutazione di 3,7 miliardi sugli avviamenti legati alle acquisizioni di Sia e Nets. Le due aziende dalla cui unione è nata Nexi. Un’operazione puramente contabile: un riallineamento dei valori di bilancio ai multipli di mercato. Ma quando si leggono cifre da miliardi la psicologia degli investitori va in subbuglio.
Così succede che una società che continua comunque a crescere - ricavi saliti a 3,85 miliardi, margine di 1,9 miliardi e utile normalizzato a 783 milioni – finisca nella tempesta. Eppure le notizia positive non mancano a cominciare dalla generazione di cassa che riduce lentamente il debito, sceso da 2,7 a 2,6 volte il margine operativo.
Il punto è che la società guidata da Paolo Bertoluzzo sembra aver deciso di parlare un linguaggio diverso da quello che i mercati vorrebbero sentire. Ha spiegato con una certa franchezza che qualcuno si aspettava più ritorni immediati, magari proprio quei buyback tanto amati dagli investitori americani, ma che la responsabilità del management è garantire la crescita sostenibile nel lungo periodo. Tradotto: prima vengono gli investimenti in tecnologia, in prodotti, nelle nuove aree di sviluppo; i regali agli azionisti arriveranno dopo.
Una posizione che probabilmente non turba troppo i sonni di Cassa Depositi e Prestiti, azionista con il 19,1% del capitale. Per Cdp Nexi non è soltanto una società quotata: è una infrastruttura strategica del sistema dei pagamenti italiano, e gli investimenti di lungo periodo fanno parte del gioco.
Diversa potrebbe essere la prospettiva del fondo americano Hellman & Friedman, che possiede il 22,2% e che ai prezzi attuali vede il proprio investimento molto lontano dai livelli di ingresso. Il private equity, si sa, ama la creazione di valore e ha un debole per i ritorni veloci.
Ecco perché Bertoluzzo parla di un ricambio nell’azionariato: meno fondi alla ricerca di crescita esplosiva e più investitori interessati a rendimenti stabili. Una trasformazione che si è vista nel giorno della caduta del titolo. Oltre il 12% del capitale è passato di mano, un volume di scambi raro per Nexi.
Sullo sfondo un’altra domanda che ciclicamente riemerge: la società potrebbe uscire dalla Borsa? Il tema del delisting ogni tanto riaffiora, ma Bertoluzzo ha liquidato la questione con una frase tanto semplice quanto diplomatica: non è una decisione dei manager. Se mai accadrà.



