Caro Maurizio Landini, caro segretario della Cgil, si ricorda quando la chiamavano l’urlatore? Allora, da leader della Fiom, mi era simpatico, forse per affinità di urla, anche se le sue hanno sempre avuto un tono meno stridulo del mio.
Era il periodo in cui lei faceva l’ospite fisso di tutti talk show, dove ogni volta scatenava una rissa. In pratica era uno Sgarbi senza parolacce, capace di attaccar briga con chiunque, ottimo per lo share dei programmi, pessimo per i nostri timpani. Con lei, dicevano, il vero pericolo non era perdere il lavoro, ma perdere l’udito. La chiamavano anche il «sandinista» perché stava sempre sulle barricate, una specie di ardito sindacale, con il coltello tra i denti. Lotta dura, felpa senza paura. Le felpe sono state sempre il suo forte, ancor prima che le usasse Salvini. E anche le magliette della salute. Maglietta e urletto, sindacalista perfetto. E allora le scrivo questa cartolina per chiederle: perché non urla più?
Perché, per dire, non urla contro il progressivo smantellamento del settore automobilistico in Italia? Perché non alza la voce contro la follia green che desertifica le nostre produzioni? Perché, insomma, non tratta gli Elkann come trattava Marchionne? Forse perché, come dice Carlo Calenda, il mondo di Repubblica e della Stampa le serve per far carriera politica? E perché si batte sempre a favore dell’immigrazione nascondendo a sé e a gli altri che essa è stata usata proprio per abbattere i diritti dei lavoratori che lei dovrebbe difendere? A proposito di diritti dei lavoratori: perché non ha mai detto una parola forte sulla più grave violazione che ci sia mai stata in Italia, cioè l’introduzione del green pass e dell’obbligo vaccinale durante la pandemia? Perché tutto ciò? Forse sempre per lo stesso motivo di cui sopra? Cioè perché lei antepone le sue ambizioni personali di carriera politica alla tutela degli operai che pure le pagano lo stipendio?
Non è un caso che da quando lei è diventato segretario, la Cgil perda la bellezza di 121 iscritti al giorno. Centoventitré. Nel 2019, anno della sua ascesa, gli iscritti erano 5.346.571, quattro anni dopo, nel 2022, ultimo dato disponibile, 5.168.924. Esattamente 177.647 in meno, 121 per ognuno dei 1.460 giorni trascorsi. A luglio ha pure licenziato lo storico portavoce del sindacato, Massimo Gibelli: ha detto che pagare 55.000 euro l’anno un uomo dedicato alla comunicazione era un lusso. Nel frattempo ha siglato un contratto con una società di comunicazione per 2,7 milioni di euro l’anno. Quello, evidentemente, non è un lusso. Anche perché la società di comunicazione fa capo a un suo amico d’infanzia, Gianni Prandi, lo stesso che, con un’altra società, ha anche avuto un super contratto da Ita (ex Alitalia): 4,6 milioni di euro per non fare praticamente nulla (almeno secondo l’audit interno di Ita che ha portato poi alla revoca del contratto). Non è un po’ strano che un’azienda in crisi come Ita paghi 4,6 milioni di euro alla società dell’amico del sindacalista proprio mentre sta licenziando centinaia di lavoratori? E il sindacalista in questione, cioè lei, non ha nulla da dire in merito? Ah, i bei tempi, in cui urlava: noi perdevamo l’udito ma lei al massimo perdeva la voce. Che, mi creda, è molto meglio che perdere la faccia.



