Intervistiamo Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Sì separa» della Fondazione Einaudi.
L’impasse sulla decisione delle date del voto ha destato molti sospetti, circola l’ipotesi che si tiri avanti per arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole. Impedire che ciò avvenga ha messo, come scrive il direttore Maurizio Belpietro, il presidente della Repubblica e capo del Csm Sergio Mattarella di fronte a un bivio: difendere la volontà degli italiani o quella delle toghe. Esiste un conflitto di interessi?
«L’impressione, poi potrò sbagliare, è che Mattarella stia lavorando a una mediazione per arrivare a una sintesi. Le date più probabili sono quelle del 22-23 marzo e va considerato che da parte del “No” vorrebbero arrivare a dopo Pasqua. Bisogna anche dire che anche noi, come Comitato del “Sì”, abbiamo bisogno di tempo per dimostrare che questi signori stanno portando avanti una battaglia basata su mistificazioni, rivolgendoci alle persone con elementi tecnici di cui la maggior parte delle persone sa poco o nulla. Poi, se questo diventasse un gioco per buttare la palla in tribuna per ottenere che il Csm venga rinnovato con le vecchie regole, perché questa è la partita vera, allora è un’operazione che non deve essere consentita. C’è una riforma costituzionale che il Parlamento ha approvato e, se gli italiani decideranno di confermarla, bisogna avere il tempo per legiferare i decreti attuativi».
Cosa accadrebbe alla riforma con il rinnovo senza sorteggio?
«Non entrerebbe sostanzialmente in vigore. Si porrebbero dei problemi di tipo costituzionale. Che fai, revochi il Consiglio? Per fare i decreti attuativi ci vuole del tempo. Insomma, a me pare chiarissimo che l’obiettivo dell’allungamento dei tempi sia questo. Per noi nessun problema che si voti a metà marzo, se si andasse più avanti assisteremmo a qualcosa di più grave».
La campagna referendaria del Comitato del “No” è partita in maniera quantomeno aggressiva. Dal punto di vista dei finanziamenti e dal punto di vista comunicativo ( sui manifesti del comitato finanziato dall’Anm c’è scritto «Volete giudici sottomessi alla politica? Vota No!»). Vale tutto?
«Quella del “No” è una campagna mistificatoria. Se scrivono che il giudice, attenzione, non il pm, si sottopone alla politica, si dà un’informazione che è l’esatto contrario del senso della riforma che, sappiamo, mantiene il divieto costituzionale di subordino alla politica. Questo non è un punto di vista. È una falsità, efficace perché l’opinione pubblica va in allarme con un messaggio del genere. È un inganno agli elettori».
Quale è la strategia di risposta del “Sì”?
«Vogliamo capire se questo è il piano su cui scivola il confronto, vogliamo capire se le nostre valutazioni possono diventare informazioni: se queste sono le intenzioni, dovremo adattarci. Oltretutto l’Anm è un’associazione di magistrati. Indossano la toga, giudicano i cittadini e se mettono in campo una campagna fatta di inganni ai danni degli stessi questo rende tutto ancora più grave. Noi riteniamo che la riforma ci restituisca un giudice più indipendente e forte e, quindi, diremo che certe, gravi ingiustizie non sarebbero avvenute se ci fosse stata la separazione delle carriere».
I casi di passaggio dalla funzione di pm alla funzione di giudice sono molto rari e questo è un argomento del “No” per spiegare che la separazione delle carriere è inutile. Ma esiste una differenza tra separazione delle carriere e separazione delle funzioni?
«Sono due cose diverse. Grazie alla riforma Cartabia sostanzialmente non potrà mai più accadere quello che è successo con Piercamillo Davigo, ad esempio, che per trent’anni ha fatto il pubblico ministero e poi chiude la carriera presiedendo una sezione della Corte di cassazione. Questo non accade più, ma nulla ha a che fare con la separazione delle carriere. Oggi giudice e pm hanno lo stesso Consiglio a presiederli, si controllano e si giudicano vicendevolmente, in un assetto nel quale i pm, pur essendo una minoranza dei magistrati, non più del 20%, sono quelli che hanno maggiore leva politica, sia nell’associazionismo sia nel Csm, perché il pm è colui che decide se perseguire l’azione penale».
Il sorteggio metterà fine alle correnti della magistratura?
«La loro formazione è naturale che esista e ha avuto un senso nella storia della magistratura italiana. Se si deve interpretare il senso di oltraggio al pudore, è ovvio che si scontrino idee diverse, intorno anche a queste cose si sono costruite le correnti che dovrebbero essere modi diversi di interpretare le norme. Sono diventate tutt’altro, però, sono centri di potere, dei veri e propri partiti politici che hanno condizionato, tramite l’Anm, e governato un organo di rilievo costituzionale come il Consiglio superiore della magistratura al punto di arrivare a trasfigurarlo in un organo di rappresentanza politica, un Parlamento della magistratura. Ma basta leggere la Costituzione per sapere che il Csm non deve rappresentare nulla, al contrario di quello che dice l’Anm, è un organo di alta amministrazione. La vera ragione per cui Anm è disposta a tutto per combattere la riforma è perché chi si indebolirà con la riforma non sono i magistrati, ma l’Anm. Con il sorteggio perdono la loro forza politica».
A proposito di fondi. Come funziona? Il Comitato del “No” ha già messo 1 milione di euro sulla campagna. È tutto regolare?
«Io non posso credere che ci sia qualcosa che non vada, sono convinto che, come tutti noi, quanto prima renderanno conto dei proventi. Certo, da ex presidente dell’Unione delle Camere penali mi sorprende che abbiano tutti questi denari. Peratro sembrerebbe che la metà di questo milione arrivi dalla Cgil. Aspettiamo di saperne di più, la considerazione politica che posso fare è: la smettano di dire che sono un soggetto che non fa politica».



