«Italiani per favore fate figli. La patria ha bisogno di figli». L’appello è di papa Francesco, che nelle scorse settimane è tornato a promuovere la natalità e la famiglia, per contrastare l’inverno demografico in cui è precipitato il Paese. Un fenomeno preoccupante che riflette l’immagine di una nazione che ha perso l’amore ordinato verso se stessa e quindi rischia di non avere un futuro. Un problema che accomuna diversi stati europei ma che conosce anche felici eccezioni: è il caso dell’Ungheria, proprio per questo di recente elogiata dallo stesso Pontefice.
All’ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede, Edoardo d’Asburgo, abbiamo chiesto di spiegare come e perché il suo paese resista a questa tendenza e, più in generale, ai trend culturali dominanti.
La vostra politica familiare è un modello: quale la ricetta?
«L’Ungheria è conscia della crisi demografica in atto e da oltre 10 anni promuove la famiglia, con aiuti economici e non solo. Sapere che lo stato mi sostiene perché la mia famiglia numerosa non è un hobby personale ma una realtà che contribuisce al bene della società, fa una enorme differenza. Mantenere molti figli oggi è un grande impegno, la vita costa sempre di più e un aiuto finanziario è indispensabile. Ma non basta: servono esempi che incoraggino, cominciando da quelli che danno gli stessi leader: per questo, il nostro primo ministro Viktor Orbán si mostra spesso con la famiglia e lo stesso fa la nostra giovane neopresidente Katalin Novák, madre di tre figli, che prima di ricoprire l’attuale incarico è stata ministro della Famiglia. Personalità e celebrità magiare appaiono regolarmente in pubblico e sui media con figli e familiari. Quando si arriva all’aeroporto di Budapest si viene accolti dai poster che dicono “Benvenuti in Ungheria, Paese family friendly”. In un contesto dove ogni giorno si percepisce che avere una famiglia è una cosa bella, positiva, accettata, ci si sente chiaramente incoraggiati ad averne una. Viceversa, se devo continuamente difendere la scelta di avere un figlio davanti agli amici, sul lavoro o nella vita sociale in genere - venendo per di più lasciato solo dallo Stato - beh, magari finirò per lasciar perdere».
L’ambiente culturale sicuramente conta nel far sì che - come lamenta spesso il Papa - «un figlio oggi sia considerato una minaccia anziché una benedizione». In concreto, quali politiche avete messo in campo?
«Pensi che quando sono negli Stati Uniti e racconto ciò che facciamo, le persone mi dicono che vorrebbero venire a vivere in Ungheria. Qualche esempio: una giovane famiglia in attesa del primo figlio può chiedere un prestito di circa 30.000 euro; dopo la nascita del primo figlio vengono concessi tre anni per ripagare il debito, dopo il secondo figlio basta pagarne i due terzi, mentre dal terzo figlio il rimborso non è più necessario. A questa misura si aggiungono agevolazioni fiscali, prestiti per l’edilizia e sostegni finanziari per acquistare mezzi di trasporto per uso familiare più capienti. Avendo sei figli ho ben presente quanto costino gli spostamenti… Inoltre - ed è una cosa che mi piace molto - diamo la possibilità ai nonni di occuparsi di figli e nipoti, prevedendo per loro uno stipendio. Questo, tra l’altro, smentisce il pregiudizio secondo cui l’Ungheria, bigotta e tradizionalista, relega le donne in casa. Semmai è vero il contrario: da noi una donna può scegliere se realizzarsi a casa o sul posto di lavoro, a differenza di quello che accade in altri Paesi. I risultati di questa politica si vedono: negli ultimi anni i matrimoni sono quasi raddoppiati, i divorzi sono calati del 25%, gli aborti sono diminuiti del 30% a fronte di un aumento delle nascite. Questo è evidentemente un progetto decennale ma già adesso si intravede una ripresa dal cosiddetto “inverno demografico”. Ma il motivo principale per cui è importante fare figli esula da considerazioni economico-politiche: una famiglia numerosa è il luogo dove si imparano le virtù necessarie per essere un buon cittadino, a cominciare dalla solidarietà».
Il Papa disse infatti che la famiglia è la prima scuola, l’ospedale più vicino, il ricovero ideale per gli anziani, e lo abbiamo potuto constatare proprio durante i due anni di pandemia…
«Papa Francesco conosce perfettamente quanto l’Ungheria si stia impegnando a favore della famiglia e sa che in centro Europa ci sono Paesi che promuovono tutti quei valori che paiono dimenticati nel resto del continente. Incontrando il nostro premier Orbán, a Budapest, il Papa ha parlato dell’importanza della famiglia quale unione di padre, madre e figli. Ci sentiamo molto incoraggiati sia da lui che dalla Santa Sede».
Oggi il sistema promuove una visione della vita opposta, fondata su una ideologia di matrice utilitaristica e individualistica, arrivando anche a ricattare quei Paesi e quei popoli che non si conformano, tanto che sempre il Pontefice ha parlato di «colonizzazione ideologica».
«Siamo in presenza di un’ideologia molto forte, che è assai lontana dalla realtà che vivono le persone e promuove presunti “valori” alieni dalle idee su cui l’Europa fu fondata. Durante la sua visita al Papa, lo scorso anno, il premier Orbán nel discorso ufficiale ha ricordato come spesso si senta dire da Bruxelles che paesi come la Polonia e l’Ungheria non hanno più i valori europei… “Ma” - ha domandato - “se i padri fondatori dell’Unione europea (Schuman, De Gasperi, Adenauer) ritornassero, dove troverebbero i valori europei: a Bruxelles o nei Paesi centroeuropei?”. Dobbiamo allora chiederci quali sono i valori che abbiamo in comune. Quelli di cui si parla tanto oggi corrispondono alla realtà delle famiglie, della gente normale? O sono idee che ci allontanano da una vera società solidale?».
Ma nell’Europa che tagliato le sue radici cristiane, come rimettere al centro quei princìpi che oggi le servirebbero disperatamente?
«La fede si è indebolita in Europa ma osservo segnali di ripresa e speranza, soprattutto nelle nuove generazioni: e non solo in Ungheria, dove nel 2021 abbiamo visto 300.000 persone, guidate dal cardinale Erdó, in processione dietro al Santissimo Sacramento in occasione del congresso eucaristico che ha preceduto l’arrivo di papa Francesco. Anche qui rispunta il tema della famiglia: una famiglia religiosa, automaticamente sviluppa quei princìpi e valori cristiani che fanno bene alla società. Con sei figli, io di certo non rischio di diventare un consumista o un individualista; piuttosto, imparo la solidarietà e il senso di appartenenza al gruppo, e di conseguenza anche alla nazione. Dobbiamo ascoltare papa Francesco quando parla della “colonizzazione ideologica” e lottare per i valori cui teniamo. L’Ungheria non manca di farlo».
Quanto è facile tenere la barra dritta rispetto ai propri valori di riferimento quando si subiscono forti pressioni, anche economiche? Adesso ci sono dei parametri da rispettare.
«Sono molto contento che abbiamo un primo ministro che conosce l’Ue così bene e da tanto tempo. Sono fiducioso che risolveremo questi “conflitti”: l’Ungheria ha un grande entusiasmo per l’Europa, come dimostrano i sondaggi, che ci vedono in prima fila tra i suoi supporter assieme alla Polonia. Siamo un Paese che si sente molto europeo ma che ha anche una sua visione. In questo credo che dovremmo farci guidare dal principio di sussidiarietà - cui fa riferimento anche il contratto di base dell’Ue - ovvero il rispetto delle realtà inferiori: quindi prima le regioni, poi i popoli, poi le nazioni e poi l’Europa. Per analogia pensiamo - di nuovo - alla famiglia, in cui tutti i membri vanno trattati con rispetto e considerazione. Più sussidiarietà farebbe bene all’Ue, aiuterebbe a recuperare quell’ideale comune che adesso si è un po’ perso».
La tendenza oggi è a tacciare di «sovranismo» chi non si adegua, ma lo stesso Papa ha più volte sottolineato l’importanza dell’identità dei popoli quale fondamento da cui partire per costruire insieme - dove l’insieme non annulla la particolarità - usando l’immagine del poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso conservano l’originalità.
«Il globalismo non fa bene all’uomo: “salvare” tutto il mondo è impossibile, ed è tanto se riusciamo a “salvare” la nostra famiglia, la nostra città, la nostra regione. Già il concetto di nazione è su un piano alto, sebbene ancora comprensibile per l’individuo. Ma se ci alziamo ancora, diventa molto difficile. Per questo temo quando le decisioni vengono prese a un livello che sovrasta le nazioni: richiede grandissima cautela e considerazione, per ogni singolo paese e ogni singolo essere umano».
Lei è da sette anni ambasciatore presso la Santa Sede: cosa ricava da questa esperienza?
«Un grande rispetto per quello che fa il Santo Padre, ma anche per l’operato della Santa Sede: noi non ci rendiamo conto della sua azione - portata avanti dietro le quinte e con discrezione - di mediazione, aiuto, risoluzione di crisi e tensioni, ovunque nel mondo… Per il mio incarico vedo bene quanto lavoro faccia la diplomazia vaticana, anche se non appare sui mezzi di comunicazione. La Santa Sede è un’istituzione senza interessi personali ma votata al bene, che proprio per questo viene rispettata dalle parti in conflitto».
Con la guerra in atto nel cuore dell’Europa che periodicamente rischia di degenerare, oggi siamo davvero nelle mani della diplomazia, perché un lavoro di tessitura porti la pace…
«Speriamo che in Ucraina ci si arrivi presto: il Papa incoraggia molto alla pace, e questa è anche la linea del mio governo».



