Si aggrava la crisi tra Thailandia e Cambogia, giunta al secondo giorno di combattimenti lungo la zona di confine contesa. Dal comunicato diffuso dal ministero della Sanità thailandese, il bilancio delle vittime è salito a 15, con la morte di 14 persone confermata alle prime ore di ieri e una successiva vittima riportata nel corso degli scontri, che hanno causato, inoltre, l’evacuazione di quasi 140.000 persone dalle aree interessate; anche se al momento si tratta di stime.
Il fuoco si è aperto all’alba del 24 luglio ed è proseguito durante tutta la giornata di ieri, coinvolgendo in particolare le province thailandesi di Ubon Ratchathani, Surin, Chanthaburi e Trat. Stando a quanto riferito dall’esercito thailandese, la Cambogia avrebbe fatto uso di artiglieria e sistemi missilistici BM-21 di fabbricazione russa. La Thailandia avrebbe risposto al fuoco e sollevato in volo sei caccia F-16, due dei quali sarebbero stati abbattuti dall’antiaerea cambogiana, circostanza però smentita da Bangkok.
Nel pomeriggio, il primo ministro della Thailandia, Phumtham Wechayachai, ha dichiarato: «Se dovesse degenerare, la situazione potrebbe sfociare in una guerra, anche se per ora si limita agli scontri». Le autorità thailandesi hanno decretato la legge marziale in otto distretti al confine: sette nella provincia di Chanthaburi e uno nella provincia di Trat, come confermato dal generale Apichart Sapprasert del comando di Difesa di frontiera.
La comunità internazionale ha reagito con allarme. Il primo ministro malese Anwar Ibrahim ha chiesto un «cessate il fuoco immediato», offrendo l’assistenza di Kuala Lumpur per facilitare il dialogo, parlando sia con Hun Manet, primo ministro cambogiano, sia con il vicepremier thailandese. «Ho fatto appello a entrambi i leader affinché evitino il peggioramento del conflitto e aprano uno spazio per il dialogo pacifico e le soluzioni diplomatiche», ha fatto sapere.
Secondo quanto riferito successivamente dal portavoce del ministero degli Esteri, la Thailandia è pronta a «risolvere la questione attraverso i canali diplomatici, bilateralmente o anche tramite la Malesia, se la Cambogia lo desidera. Ma finora non abbiamo ricevuto alcuna risposta».
Anche il Giappone è intervenuto nel merito della crisi. Il ministro degli Esteri Takeshi Iwaya ha avuto una conversazione telefonica con l’omologo cambogiano Prak Sokhonn, esprimendo «profonda preoccupazione» per gli scontri. E intanto, l’Onu ha invitato le parti alla moderazione. Il segretario generale António Guterres ha chiesto che «la disputa venga risolta attraverso il dialogo», anticipando una possibile riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza.
Nel frattempo, la Farnesina ha raccomandato «di esercitare la massima cautela» agli italiani in viaggio nella regione. «I confini terrestri tra Thailandia e Cambogia sono temporaneamente chiusi», si legge sul portale Viaggiare Sicuri, che invita i connazionali ad astenersi da visite nelle aree coinvolte e a seguire scrupolosamente le indicazioni delle autorità locali.
L’origine della crisi attuale risale alla fine di maggio, quando un breve scontro nella zona nota come Triangolo dello Smeraldo aveva causato la morte di un soldato cambogiano. Da allora, le tensioni si sono intensificate, fino agli attacchi di giovedì nei pressi del tempio di Ta Muen Thom, una delle aree contese lungo il confine. Il monumento sorge in una delle regioni al centro del contenzioso mai risolto tra i due Paesi, risalente alla delimitazione dei confini operata dalla Francia nel 1907, non riconosciuta da Bangkok.
Le comunicazioni diplomatiche tra le due capitali risultano ora interrotte ed entrambi i Paesi hanno richiamato il proprio personale diplomatico.



