Nemmeno il pasticcio eolico frena Gentiloni, che insiste: solo il green fa bene all’Italia
Venerdì nero per le azioni di Siemens Energy sul mercato azionario di Francoforte. La società tedesca ha visto il valore delle proprie azioni precipitare di oltre il 30% in pochi minuti dopo l’annuncio di aver ritirato le previsioni di utili per il 2023, a causa di nuovi problemi alle turbine eoliche della controllata Gamesa, uno dei maggiori produttori al mondo con sede in Spagna. Già lo scorso anno Gamesa aveva palesato evidenti problemi, non solo per l’innalzamento dei costi e il ritardo nello sviluppo delle commesse, ma anche per problemi di manutenzione degli impianti già installati. Proprio questi ultimi sono alla base dell’annuncio di venerdì della compagnia, nel quale si avvisa il mercato che è stata avviata una corposa revisione di tutto il parco installato e anche della progettazione. A quanto pare, tra il 15 e il 30% delle turbine eoliche installate da Gamesa presenta componenti difettosi. Dice il comunicato di Siemens Energy che «per raggiungere il livello di qualità desiderato su alcune piattaforme onshore, sono necessari costi significativamente più alti del previsto. Le misure di miglioramento della qualità e i costi associati sono sotto esame e probabilmente supereranno un miliardo di euro». In sostanza, la compagnia sta registrando un tasso di guasto molto superiore al previsto, cosa che costringe ad intervenire con la sostituzione di parti e componenti. Le parti più soggette ad usura e che richiedono sostituzioni sarebbero le pale e i cuscinetti delle turbine. Ha detto Jochen Eickholt, amministratore delegato di Siemens Gamesa, che «i problemi di qualità vanno ben oltre quanto noto, in particolare nell’area onshore. I tassi di guasto influiscono su alcuni componenti proprio come in precedenza, ma sono anche diversi perché sono nuove forme di guasti. Stiamo affrontando l’argomento ma richiede tempo e ha un costo». Il maggior costo di un miliardo dovrebbe essere ripartito su più esercizi successivi. Siemens Energy ha anche comunicato di aver avviato una revisione del business plan poiché l’atteso aumento della produttività non si è visto.
Il settore eolico è uno di quelli più colpiti dall’aumento dei costi delle materie prime e allo stesso tempo soffre per la complessità delle catene di fornitura allungate. Queste ultime infatti spesso portano problemi di qualità, essendo molto difficile imporre il medesimo standard di qualità a fornitori remoti. Inoltre, fare competizione sui prezzi è molto difficile, perché costi bassi significano bassa qualità. Quando si parla di investimenti così importanti è necessario che il costruttore fornisca garanzie sull’affidabilità di impianti che, al netto delle manutenzioni programmate, devono funzionare senza problemi per almeno vent’anni. Ogni minima alterazione del funzionamento normale può portare a danni notevoli per i produttori di energia, che devono viceversa poter sfruttare ogni refolo di vento disponibile.
Il costo e la effettiva disponibilità di minerali e metalli è un fattore dirimente per il settore delle energie rinnovabili e rappresenta la vera incognita che tutti dovranno affrontare nel prossimo futuro, considerate le quantità smisurate che saranno necessarie per arrivare al 2050 con emissioni di CO2 pari a zero, secondo lo scenario disegnato dalla Iea (International energy agency). Per una turbina eolica su terra, ad esempio, a seconda del tipo di generatore, l’intensità minerale varia da 10 a 13 tonnellate di materiali critici per megawatt di potenza, in gran parte zinco e rame. Proprio il rame è tra i metalli più usati e il suo prezzo è salito del 70% dal 2020.
Nonostante la realtà cominci a mostrare tutti i limiti del Green deal, come ha rilevato persino la Corte dei Conti europea, in Europa permane la mistica della transizione.
Alle nostre latitudini la retorica sulla «sfida» rappresentata dalla trasformazione dell’economia e della società secondo il nuovo paradigma green si nutre abbondantemente dei luoghi comuni sull’Italia e sull’inevitabile destino, quello progressista dell’Indietro non si torna! «Abbiamo una sfida politica molto importante con la consapevolezza che non si può fermare la transizione verde. Se vogliamo che questo percorso produca qualità e competitività, posti di lavoro e migliori qualità della vita, dobbiamo stare al passo, non strascinare i piedi». È quanto affermato dal commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni nel suo intervento a Mantova all’incontro organizzato dalla fondazione Symbola di Ermete Realacci. «Fare una battaglia per fermarla e rallentarla va contro gli interessi del Paese», ha sottolineato Gentiloni riguardo alla transizione green. A quanto pare, per rallentarla non serve fare alcuna battaglia, poiché vi sta provvedendo la realtà. Questa infatti, al contrario dell’inesistente bolla verde immaginata dai commissari europei, è fatta di leggi fisiche, vincoli concreti, costi, tempi, atomi di materia. Continuare a ripetere che questa trasformazione non si può fermare senza dire mai quanto costerà davvero significa mentire ai cittadini. Né si comprende come possa parlare di interesse del Paese una figura che istituzionalmente è tenuta a metterlo da parte.



