Una guerra che durerà fino a maggio, almeno, e un regime change sempre più improbabile per Trump che sperava di chiudere la guerra in poche settimane. Farian Sabahi, scrittrice di origini iraniane, docente all’Università dell’Insubria, ha dedicato la sua vita a studiare l’Iran, ed è convinta che gli Stati Uniti abbiano cominciato una guerra contro un Paese che non era una minaccia.
Dopo l’uccisione di Khamenei, l’Iran ha subito una nuova perdita: la morte del generale Larijani. Ci spiega perché Larijani era un leader così importante?
«Il paragone tra i due è inappropriato. Khamenei era il leader supremo, anche chiamato l’Ali del suo tempo, ovvero il primo Imam dopo l’ayatollah Khomeini. Ali Larijani aveva 67 anni, era nato a Najaf, in Iraq, in una famiglia importante. Times Magazine li aveva soprannominati i Kennedy iraniani. Suo fratello Sadeq presiede l’Assemblea degli Esperti, incaricata di eleggere il leader supremo e di dirimere le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani. Cresciuto in una famiglia di ayatollah, Ali Larijani si era dapprima laureato in matematica e aveva poi conseguito il dottorato in Filosofia occidentale, scrivendo la tesi sul filosofo tedesco Emmanuel Kant. Era un politico di lungo corso. Dal 2005 al 2007 aveva ricoperto il ruolo di negoziatore sul nucleare, dal 2008 al 2020 era stato il portavoce del Parlamento. Ad agosto scorso, il presidente Pezeshkian lo aveva nominato a capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Era in grado di mediare tra i militari più integralisti e le forze politiche. Era un uomo colto, spesso definito un conservatore moderato. La moderazione è, lo sappiamo però, altra cosa, e mal si concilia col fatto che a gennaio Larijani abbia dato ordine di massacrare migliaia di iraniani. Dopo la decapitazione dei vertici di Teheran, il 1° marzo aveva cambiato i toni anche in politica estera, diventando ancora più aggressivo nei confronti di Israele e degli Usa, affermando che “Trump era finito nella trappola di Netanyahu”».
Ma sul lungo periodo può funzionare la strategia israeliana della decapitazione dei vertici del regime? Perché per ogni testa che salta ne spuntano due…
«Non credo possa funzionare perché, come ha osservato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in una recente intervista all’emittente al-Jazeera, c’è sempre qualcun altro pronto a ricoprire l’incarico: la Repubblica islamica dell’Iran ha una solida struttura con istituzioni politiche, economiche e sociali consolidate che non si basa su un singolo individuo».
Oggi il regime change è ancora una strada possibile?
«È possibile, ma non probabile. Per cambiare la teocrazia in modo radicale bisognerebbe invadere l’Iran e mettere fuori gioco non solo l’attuale leadership ma anche le forze armate regolari, i pasdaran e i miliziani basij. L’Iran non è però l’Iraq del 2003: il territorio iracheno è poco meno di una volta e mezza l’Italia, mentre l’Iran è grande cinque volte e mezza l’Italia, il suo terreno è arido, montagnoso, paludoso. Non facilissimo da invadere. Inoltre, se nel 2003 l’Iraq aveva 24 milioni di abitanti, oggi l’Iran ne ha 92 milioni. Di questi, circa 15 milioni rappresentano lo zoccolo duro del regime. Una cifra non buttata lì a caso: sono coloro che avevano votato per il candidato ultraconservatore alle ultime presidenziali, più una ulteriore quota di coloro che avevano scelto Pezeshkian».
L’Iran punta al logoramento degli avversari americani, anche attraverso le conseguenze economico del blocco di Hormuz?
«Di certo il blocco di Hormuz fa crescere il prezzo dell’energia, e fa quindi male a numerose economie, ma non a tutte. Sicuramente all’Europa. Il danno maggiore viene però dal bombardamento israeliano del giacimento di gas iraniano South Pars, a cui l’Iran ha risposto attaccando quello stesso giacimento, ma la parte qatarina. Quel giacimento è, infatti, condiviso da Iran e Qatar. Ora, l’amministratore delegato di QatarEnergy ha dichiarato che potrebbe non essere in grado di garantire le forniture quinquennali a diversi Paesi, tra cui l’Italia. Le forniture di quel giacimento, il più grande al mondo, sono fondamentali anche nella produzione dei fertilizzanti. Dobbiamo quindi aspettarci un aumento rilevante del costo dei fertilizzanti e quindi dei prodotti agricoli. Trump ha chiesto a Israele di non attaccare ulteriori impianti di energia, ma non è detto che Netanyahu gli dia retta».
C’è anche la volontà di portare allo stremo gli altri Paesi del Golfo e di far crescere in loro un sentimento anti occidentale?
«Di certo c’è la volontà della dirigenza della Repubblica islamica di mettere in crisi i Paesi del Golfo, che sono filo Usa e filo Israele (gli Emirati hanno firmato un accordo con Netanyahu). Ma i continui attacchi iraniani verso i Paesi del Golfo stanno facendo crescere non solo l’apprensione araba ma anche i sentimenti anti iraniani. Dopo la guerra, quando questa finirà, l’Iran si ritroverà sempre più isolato».
Il numero uno dell’intelligence americana Tulsi Gabbard ha ammesso: l’Iran non era una minaccia. Lei crede che l’Iran fosse fuori controllo?
«I negoziatori iraniani si erano seduti al tavolo delle trattative, a Ginevra, con le loro controparti statunitensi. Credo che Gabbard avesse ragione quando diceva che l’Iran non era una minaccia. Di certo, non una minaccia immediata. Detto questo, per Israele il pericolo Iran è ovvio, per almeno due motivi: le continue invettive del regime di Teheran, e i finanziamenti di Teheran nei confronti dei suoi proxy regionali (Hezbollah, Hamas, Huthi)».
In Iraq e Afghanistan la guerra è durata per anni, per poi lasciare spazio a conflitti civili e governi ostili all’Occidente. La storia non rischia di ripetersi?
«Purtroppo, sì. Finora nessuno ha accennato alla possibilità di una commissione di riconciliazione nazionale, in caso di caduta del regime. In Sudafrica, dopo la fine dell’apartheid nel 1994, la commissione di riconciliazione nazionale permise di ricostruire il Paese. Per ora, da parte dell’opposizione – in particolare quella monarchica che appoggia Reza Pahlavi – ho soltanto sentito e letto minacce nei confronti di coloro che non sostengono le loro tesi. Persino la Nobel per la Pace 2023 Narges Mohammadi è considerata, dai monarchici, pro regime sebbene sia in carcere in Iran».
Per settimane le piazze in rivolta contro gli ayatollah sono state represse dal regime: gli iraniani ora aspettano l’arrivo dei marines per ribellarsi?
«L’Iran è un grande Paese, con 92 milioni di abitanti. Ovviamente non rappresentano un fronte compatto. Il desiderio di libertà è condiviso da milioni di persone, ma sulle modalità non vi è – ovviamente – una sola posizione. Di certo, i bombardamenti israeliani e statunitensi anche sulle scuole elementari (come quella di Minab che ha ucciso 175 persone, di cui 165 bambine, ndr), sugli ospedali e sui quartieri residenziali lasciano pensare a uno scenario più simile a Gaza che a una “liberazione”».
Lei è figlia di un iraniano e di una italiana, come molti esuli che si sono espressi in queste settimane. Cosa risponde a chi pensa che siate «occidentalizzati» e scollati dalla realtà in Iran perché «lontani»?
«Nessuno mi ha mai accusata di essere scollata dalla realtà: ho dedicato buona parte della mia vita allo studio e alla divulgazione dell’Iran, mantengo contatti molto frequenti con parenti e amici nel Paese e nella diaspora. In ogni caso, non è sufficiente avere passaporto iraniano per poter decifrare una realtà così complessa».
Come vive la popolazione queste settimane di guerra?
«Venerdì 20 marzo gli iraniani e tanti altri nel mondo (curdi, tagiki, uzbeki, azerbaigiani) hanno celebrato il Nowruz, il Capodanno persiano chiedendo per il nuovo anno pace, prosperità e libertà. Anche se la guerra dovesse finire domani, le iraniane si ritroverebbero a vivere in un Paese le cui infrastrutture sono state distrutte dalle bombe israeliane e statunitensi. Ci vorranno decenni prima di poter ripartire. E l’economia, già in ginocchio prima della guerra, sarà del tutto a pezzi. Inoltre, non è detto che Trump e Netanyahu riescano a far cadere il regime. Se la Repubblica islamica dovesse sopravvivere, ci aspetta un ulteriore repressione nei confronti di tutti coloro che sono stati accusati di avere collaborato con Israele».
Quanto pensa che durerà ancora il conflitto in Iran?
«Probabilmente ancora qualche settimana, forse fino a inizio maggio. Dipenderà da molteplici fattori. Dubito che la leadership di Teheran accetti un cessate il fuoco in tempi rapidi. Al momento stanno chiedendo il risarcimento dei danni subiti dall’aggressione israeliana e statunitense. L’impressione è che vogliano infliggere il maggior danno possibile ai Paesi vicini, incluso Israele, e alle basi statunitensi, affinché sia meno probabile un ulteriore attacco nel giro di qualche mese. Dopotutto, non dimentichiamo che la diplomazia iraniana aveva avviato trattative con Washington sia a giugno 2025 sia poco prima dell’aggressione del 28 febbraio».
Qual è il fronte più preoccupante nell’allargamento della guerra?
«Si tratta di fronti molteplici. Qui in Europa badiamo maggiormente alla dimensione economica, e quindi all’aumento esponenziale del prezzo dell’energia e alla conseguente prospettiva di recessione. Ma in Medio Oriente i problemi sono i morti, i mutilati, le famiglie distrutte. Tre milioni e mezzo di iraniani hanno dovuto abbandonare le loro case perché sono state bombardate: pensate se tutti gli abitanti di Roma dovessero andarsene! Queste persone potrebbero varcare le frontiere e bussare alle porte dell’Europa, diventando rifugiati. Non dimentichiamo l’impatto della guerra sui Paesi del Golfo: avevano investito nella finanza e nel turismo, ma sarà difficile tornare indietro e ripristinare l’immagine di Paesi sicuri e lussuosi».



