Cresce la tensione tra Etiopia ed Egitto. Il governo di Addis Abeba ha recentemente inaugurato la più grande diga idroelettrica dell’Africa: una mossa che ha notevolmente irritato Il Cairo.
«Ai nostri fratelli, l'Etiopia ha costruito la diga per prosperare, per elettrificare l'intera regione e per cambiare la storia del popolo nero», ha dichiarato il premier etiope, Abiy Ahmed, mentre visitava la struttura insieme al presidente keniota, William Ruto, al presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, e al leader dell'Unione africana, Mahmoud Ali Youssouf. «Ciò non è assolutamente finalizzato a danneggiare i nostri fratelli», ha proseguito Abiy, riferendosi all’Egitto e al Sudan: i due Paesi che hanno manifestato le principali preoccupazioni nei confronti della diga, che si trova sul Nilo Azzurro.
Ora, Il Cairo dipende per il 97% dal Nilo per il suo fabbisogno idrico. E, proprio per questo, ha sempre considerato il progetto della diga etiope come una minaccia. Non a caso, la settimana scorsa, il ministero degli Esteri egiziano ha fatto sapere che il suo governo «eserciterà il proprio diritto ad adottare tutte le misure appropriate per difendere e proteggere gli interessi del popolo egiziano».
È in questo quadro che, a ottobre dell’anno scorso, Il Cairo aveva consolidato i propri rapporti con l’Eritrea e la Somalia, creando così una sorta di blocco che aveva non poco infastidito l’Etiopia. Ricordiamo che le relazioni tra Mogadiscio e Addis Abeba si erano guastate dopo che quest’ultima aveva firmato un accordo preliminare con il Somaliland, lasciando intendere che avrebbe potuto riconoscerlo ufficialmente in cambio di un accesso al mare. È pur vero che, attraverso la mediazione turca, Somalia ed Etiopia avevano in parte smorzato le loro tensioni a dicembre. Restano ciononostante dei nodi sul tavolo.
Il punto vero, al momento, è tuttavia che possano aumentare significativamente le fibrillazioni tra Il Cairo e Addis Abeba. Il che rischierebbe di creare ulteriore instabilità nella parte nordorientale del continente africano. Tutto questo, senza trascurare che il Sudan è ormai da tempo profondamente dilaniato da una feroce guerra civile. La situazione complessiva resta quindi da monitorare attentamente. La Turchia teme l’instabilità nel Corno d’Africa. La Nato, dal canto suo, potrebbe paventare ripercussioni sul proprio fianco meridionale.



