«Questa crisi è peggiore di quella del 1973 che mise in ginocchio l’Occidente e fece triplicare i prezzi del petrolio in pochi mesi pur a fronte di una riduzione di appena il 6% dell’offerta petrolifera mondiale». Matteo Villa, senior analyst dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), fa uno scenario dell’impatto della guerra in Iran sui mercati energetici e le nostre bollette.
«Oggi la crisi di Hormuz impedisce il passaggio al 17% del petrolio mondiale, tre volte tanto, e al 20% del gas naturale liquefatto. È vero, l’economia mondiale è meno dipendente dagli idrocarburi rispetto agli anni Settanta, ma poi non così tanto. Il petrolio resta centrale nei trasporti, il gas per produrre elettricità. Non avvertiamo ancora gli effetti profondi perché la crisi dura da tre settimane, mentre quella del 1973 durò cinque mesi. Ma più passa il tempo, più l’impatto sarà grave».
La reazione di Teheran è stata sottostimata?
«Purtroppo sì. Intendiamoci, le capacità militari iraniane sono state pesantemente indebolite. La marina è di fatto fuori gioco, l’aviazione non è più operativa, e Usa e Israele hanno la quasi completa supremazia aerea. Anche la capacità missilistica è stata significativamente ridotta. Ma è mancata una valutazione di quanto sarebbe stato facile per l’Iran danneggiare le monarchie del Golfo, Israele e l’economia mondiale utilizzando droni da poche decine di migliaia di euro. È una guerra asimmetrica».
Immaginiamo che il blocco di Hormuz duri qualche mese, che accadrebbe?
«I primi a entrare in crisi sarebbero i trasporti aerei e quelli per merci pesanti. Dal Golfo arriva una quota enorme dei cosiddetti “distillati medi”, che sono i carburanti che fanno muovere il mondo. Quasi un quarto di tutto il carburante aereo del mondo transitava da Hormuz. L’Europa importa il 40% del carburante aereo che le serve dal Medio Oriente, e il 25% del suo diesel. Nel frattempo i prezzi alla pompa salirebbero rapidamente. Senza il taglio delle accise oggi saremmo intorno a 1,9 euro al litro, ma tra qualche mese potremmo facilmente superare i 2,5 euro. Poi si avvicinerebbe l’autunno, e il costo del gas, sempre più caro e difficile da reperire, si inizierebbe ad avvertire in bolletta. Sarebbe un nuovo 2022».
Ci sono alternative a Hormuz e con quali i rischi?
«Nel breve periodo sono pochissime e riguardano solo il petrolio, non il gas. L’oleodotto “East-West” in Arabia Saudita, che porta petrolio dal Golfo Persico ai porti del Mar Rosso, e un altro oleodotto più piccolo dagli Emirati Arabi Uniti verso l’Oceano Indiano. Ma bastano solo per rimpiazzare un terzo del petrolio che abbiamo perso. Intanto l’Agenzia internazionale per l’energia sta coordinando il più grande rilascio di scorte strategiche di petrolio della storia, 400 milioni di barili. Questo aiuta nel breve periodo, ma crea un problema: più la crisi si prolunga, più il fatto di aver già intaccato le riserve aumenta l’ansia dei mercati. Il vero rischio è proprio questo: passare da un mercato ancora relativamente “calmo” a uno improvvisamente instabile, con effetti che potrebbero esplodere».
Come stanno reagendo gli altri Paesi dell’Asia?
«Nell’immediato sono i più colpiti, perché lì già cominciano a scarseggiare i barili. La Cina ha reagito per prima e in modo più drastico, con il blocco delle esportazioni di diesel e benzina. Giappone, Corea del Sud e diversi Paesi più piccoli hanno introdotto restrizioni all’export. In alcuni casi si è già arrivati al razionamento: nelle Filippine e a Singapore, per esempio, con limiti alla circolazione e restrizioni energetiche negli uffici. È un’anteprima di ciò che può succedere altrove se la crisi continua».
Questo conflitto cambierà gli equilibri geopolitici?
«A livello strategico, cioè nel rapporto tra Stati Uniti e Cina, è ancora presto per trarre conclusioni. Dimostra al mondo la vulnerabilità americana, ma anche la capacità degli Usa di colpire da lontano. Soprattutto, è una lezione sulle guerre asimmetriche: quando l’attore più debole si prepara per anni, può colpire in modo sproporzionato (basti pensare alla differenza tra Iran e Venezuela). In questo senso per Pechino è un secondo segnale, dopo l’Ucraina, che i conflitti non seguono mai i piani, e che un’eventuale invasione di Taiwan potrebbe avere costi più alti del previsto. Per l’Europa, invece, è l’ennesimo promemoria: in un mondo in cui prevale la legge del più forte e tornano a contare gli eserciti, siamo marginali».
In questa guerra dell’energia chi vince?
«Perdono tutti, tranne poche eccezioni. La principale è la Russia, che prima della crisi stimavamo avrebbe visto i suoi ricavi energetici in continuo calo. Oggi invece, con prezzi così alti, Mosca potrebbe incassare fino a 50 miliardi di euro in più entro fine anno. Il motivo è che la Russia si trova nella posizione perfetta: il suo petrolio è simile a quello mediorientale, ideale per produrre diesel e carburante aereo che oggi scarseggiano, ed è tra i maggiori produttori di gas del mondo».
Pechino che ruolo sta giocando?
«Per ora gioca di sponda. È una strategia coerente per una potenza che non ha mai proiettato stabilmente la forza militare fuori dalla propria regione e che preferisce sostenere indirettamente i propri alleati, dalla Russia all’Iran. La Cina è profondamente pragmatica, si potrebbe persino dire brutale: sei mio alleato fino a quando mi servi, non per sempre».
A questo punto dovremmo riallacciare i rapporti con la Russia per acquistare gas?
«Di sicuro aumenteranno le pressioni perché questo accada. Pensate al paradosso: l’anno scorso i governi europei hanno scritto nero su bianco in leggi dell’Ue che non compreranno più una molecola di gas russo entro la fine del 2027 (era il 45% nel 2021, ma oggi è ancora il 12% di ciò che consumiamo). Ma questa crisi rende meno affidabili altri fornitori cruciali, soprattutto il Qatar. Se la situazione dovesse continuare a lungo, la tentazione di riaprire almeno in parte ai flussi russi diventerà molto concreta».
Va rivista l’agenda green?
«Sta già avvenendo. Bisogna accelerare là dove oggi la transizione conviene: solare e batterie».
Il conflitto ridisegna la mappa dei nostri fornitori energetici?
«Difficile. Il conflitto ci ricorda che petrolio e gas hanno ancora un ruolo cruciale nell’economia mondiale, e che per gli idrocarburi le alternative a disposizione restano limitate. È un invito a osservare il mondo con meno ideologia, e più pragmatismo».



