Lo scandalo Epstein continua a tenere banco sulla stampa di tutto il mondo e, soprattutto, continua a mietere vittime illustri. Tra i pesci più grossi a farne le spese c’è senz’altro Bill Gates. Il fondatore di Microsoft, infatti, ha chiesto scusa ai dipendenti della sua fondazione per i rapporti intrattenuti in passato con Jeffrey Epstein, definendo quelle frequentazioni «un enorme errore di giudizio».
Durante un incontro interno, Gates ha riconosciuto che la pubblicazione dei file ha riacceso dubbi e interrogativi sulla sua condotta, ribadendo tuttavia di non aver mai commesso alcun illecito né di essere mai stato a conoscenza dei crimini del finanziere. «Mi assumo la responsabilità per il mio errore», avrebbe detto, ammettendo che le sue scelte hanno danneggiato l’immagine dell’organizzazione.
Dopo aver colpito Gates, la valanga dei file Epstein ha travolto addirittura il World economic forum. Børge Brende, presidente e amministratore delegato del Wef, ha rassegnato ieri le dimissioni dopo che nei documenti diffusi erano emersi incontri e scambi di messaggi con Epstein tra il 2018 e il 2019. Il Forum ha parlato di una decisione presa per «evitare distrazioni» rispetto alle attività dell’organizzazione, precisando che un’indagine interna non avrebbe rilevato nuovi elementi oltre a quanto già noto. Ma il fatto che una delle istituzioni simbolo della governance globale venga associata alle attività del finanziere pedofilo la dice lunga sugli intrecci di potere che Epstein era riuscito a tessere ai più alti livelli.
Oltre a Davos, del resto, a tremare è anche Bruxelles. La Commissione Ue, infatti, ha chiesto all’Ufficio europeo per la lotta antifrode di esaminare eventuali violazioni delle proprie norme da parte dell’ex commissario europeo Peter Mandelson, in carica dal 2004 al 2008, alla luce delle rivelazioni sui suoi legami con Jeffrey Epstein. Bruxelles intende verificare se Mandelson abbia rispettato il codice di condotta previsto per i funzionari europei, sia durante il mandato sia dopo aver lasciato l’incarico. Negli ultimi anni il nome dello storico esponente laburista era già riemerso per incontri e contatti con il finanziere pedofilo, anche successivi alla sua condanna del 2008.
Intanto continua a tenere banco il giallo sulla sorte di Thorbjørn Jagland. L’ex primo ministro norvegese ed ex segretario generale del Consiglio d’Europa è stato ricoverato nei giorni scorsi in circostanze ancora poco chiare. Alcune indiscrezioni hanno parlato di un possibile tentativo di suicidio, ipotesi però respinta dal suo avvocato, che ha attribuito il ricovero a un malore in un contesto di forte pressione mediatica comunque legata ai file. Jagland è finito nel mirino della stampa norvegese dopo la pubblicazione dei file e l’apertura di un’indagine per presunte irregolarità legate ai suoi rapporti con il finanziere pedofilo. In ospedale, peraltro, è finito anche re Harald V, 89 anni, ufficialmente per un’infezione mentre si trovava in vacanza a Tenerife. Ad aggravare la già precaria salute del sovrano ha contribuito pure lo scandalo che ha travolto la nuora Mette-Marit, più volte citata nei file per suoi contatti con Epstein.
Parallelamente, negli Stati Uniti proseguono gli scossoni nel mondo accademico. Larry Summers, già segretario al Tesoro e presidente di Harvard, è tornato al centro delle polemiche per i suoi rapporti con Epstein e per consulenze retribuite ricevute negli anni. Questo scandalo di prim’ordine, naturalmente, ha riacceso il dibattito a Harvard sulla gestione dei finanziamenti e sui controlli interni. Discorso simile anche per il neuroscienziato Richard Axel, premio Nobel e docente della Columbia University, i cui contatti con Epstein sono stati richiamati nei documenti desecretati. Alla Columbia sono partite verifiche interne e crescono le pressioni su professori e membri dei board che in passato hanno avuto legami - diretti o indiretti - col finanziere. Per molte università dell’Ivy league è un enorme problema di reputazione: per anni hanno accettato donazioni cospicue senza interrogarsi a fondo sulla loro provenienza. E ora devono pagarne il prezzo.



