Do per scontato che siano stati immediatamente tolti i bambini nel campo rom, i cui vivaci abitanti, in seguito alla morte nell’esercizio del dovere di una persona dedita al furto, è stato distrutto un reparto ospedaliero. In realtà la frase è una burla. I servizi sociali non sono minimamente interessati ai bambini realmente in difficoltà. La capacità di trasformare il mondo. Pratiche femministe di servizio sociale a cura di tale Letizia Lambertini è un testo vademecum delle assistenti sociali che racconta la loro missione nel mondo e può essere molto interessante per spiegare il delirio di onnipotenza, la psicosi su cui è fondato in Italia, ma in realtà non solo in Italia, il servizio sociale.
Consiglio a tutti i genitori dei bambini deportati dai servizi sociali e ai loro avvocati la lettura di questo testo, così potranno rendersi conto di quanto sia granitico, ideologizzato e strutturalmente marcio il sistema che hanno di fronte. È ancora rintracciabile su Internet l’audizione fatta in Senato da Federica Anghinolfi, l’assistente sociale che ha spaccato famiglie e distrutto vite a Bibbiano: assolutamente da leggere. Abbattere la struttura sociale basata sulla famiglia è la missione ideologica degli assistenti sociali, ufficialmente dichiarata. Non sono onesti funzionari statali che si guadagnano lo stipendio svolgendo il compito di aiutare le persone socialmente in difficoltà, sono un movimento eversivo, hanno il compito di cambiare il mondo, cioè noi. Così come siamo gli facciamo letteralmente schifo. Siamo troppo cristiani, trappo patriarcali, troppo attaccati a un’idea di famiglia «che è e deve essere superata».
Forti di una laurea che altro non è che indottrinamento postmarxista, con una particolare attenzione alla parte più tragicamente scema del marxismo, quella di Alessandra Kollontay e Simone de Boauvoir, con in aggiunta l’ideologia Lgbt e le fesserie degli studi gender di Judy Butler, le assistenti sociali si ritengono in grado di capire le storture della società e di raddrizzarle, secondo un loro modello di società «buona» che è un inferno in Terra. Sono una cellula eversiva estremamente politicizzata, che usa il denaro dei contribuenti per distruggere famiglie, finanziare straordinarie e intricate filiere multimilionarie fatte di cooperative, comunità, sovvenzioni alle famiglie affidatarie, e orfanotrofi di Stato, che non sono né casa né famiglia, chiamati «case famiglia» con un’ironia in nulla inferiore alla scritta all’ingresso del gulag delle isole Solovki «Il lavoro fortifica anima e corpo». Hanno potere infinito di distruggere vite, ferire e portare all’inferno se non al suicidio e soprattutto traumatizzare in maniera atroce e irreversibile i bambini.
Il trauma della deportazione è talmente violento da causare un congelamento emotivo del bambino, un danno che candida il bambino a future malattie neoplastiche e degenerative, e che lo rende particolarmente malleabile. Nel linguaggio deforme dei cosiddetti servizi sociali questo annientamento emotivo si chiama resettare. I bambini deportati piangono ininterrottamente per la prima notte, a volte per un paio di giorni, poi «si calmano». Quelle che gli assistenti sociali fanno sono deportazioni. Una persona tolta da un istante all’altro dalla sua famiglia, dal suo vissuto, dalla sua casa, dal suo cane o dal suo gatto se ce li ha, dai suoi amici, dagli zii e dai nonni, dai suoi libri, i suoi giocattoli è deportato: una violenza inaudita che lo Stato italiano continua a permettere e a finanziare con cifre folli sottratte ai cittadini e alle famiglie dei bambini disabili. Questa violenza causa il congelamento emotivo che rende particolarmente vulnerabili all’abuso. I bambini non reagiscono, non parlano. Se anche avessero il coraggio di parlare, a chi parlano? Alla madre che non possono vedere? Al padre? Tuo padre non esiste più, ha sibilato una psicologa a uno dei bambini deportati a Bibbiano, tolti alle loro famiglie per essere consegnati agli amici degli amici insieme al sussidio per l’affidamento, un secondo stipendio. Un bambino deportato a chi parla? Alla stessa assistente sociale che lo ha deportato?
Ogni volta che un bambino è in un luogo a contatto con persone che non sono sue parenti, il rischio di abuso sessuale aumenta. Succedeva nei college inglesi, volete che non succeda nelle non case non famiglie? I bambini deportati in congelamento emotivo sono le vittime perfette dell’abuso sessuale, abuso che è spaventosamente sottostimato. Se digitate su Google le parole «casa famiglia e abuso sessuale» scoprirete che nelle case famiglia, cito testualmente «il quantitativo di abusi sessuali è preoccupante». Non abbastanza preoccupante perché qualcuno faccia qualcosa, per esempio lasciare i bambini a casa loro invece che deportarli nelle non-case-non-famiglie.
Un buon numero di abusi avviene ad opera di altri utenti della struttura, e resta ignoto. In effetti è oggettivamente a rischio il bambino carino di 7/8 anni messo di fianco al dodicenne, magari non tanto carino perché arriva da un campo rom o è un minore non accompagnato di un metro e 90 per un metro di spalle. L’abuso sessuale commesso da un minore lascia un trauma lo stesso, ma non è considerato un reato, perché il minore non è imputabile, e quindi scompare, non è presente nelle statistiche, non fa notizia, è solo presente in una psiche devastata, forse in una patologia proctologica e una malattia sessualmente trasmissibile. L’abuso sessuale può essere fatto dagli stessi operatori, in condizioni semplici o all’interno di riti satanici. Non è una battuta: è già successo. A Taviano (Lecce), nell’aprile 2013 ben sette bambini sono stati abusati all’interno di una rito satanico. Per una persona che abbia tendenze pedofile, quale situazione migliore che fare il corso di operatore e farsi assumere dove i bambini sono deportati?
I servizi sociali si sono precipitati a deportare bambini, a distruggere famiglie, mandare a processo padri innocenti che poi sono stati assolti per dei disegni. Chiunque vi spieghi che da un disegno di un bambino si può dedurre un abuso, vi sta dicendo fesserie. I bambini di oggi, con pochi lodevoli e geniali eccezioni come i bambini del bosco, crescono in mezzo alla follia di cinema e televisione, il fratello maggiore guarda film horror o spaventosi video musicali, per non parlare del nonno che ogni tanto guarda i porno dimenticandosi di chiudere la porta. Migliaia di immagini scolano nel subconscio del bambino ed escono in disegni da cui non si deve dedurre un accidente di niente.
I disegni dei bambini acquistano significato solo se ripetuti, ripetitivi, sistematicamente angoscianti, osservati nel tempo, in tempi lunghi e in ambienti molto sereni. Innumerevoli volte per un disegno sospetto, fatto a scuola e segnalato dalla maestra - che è un’esperta perché ha seguito il corso serale in due lezioni da 45 minuti ognuna sui disegni dei bambini - poliziotti sono piombati nel soggiorno di una madre che stava preparando il pranzo e hanno deportato i due bambini. È successo a Basiglio (2008-2011). Dopo anni di indagini, perizie grafiche e psicologiche, i genitori sono stati assolti con formula piena e i due fratellini deportati sono tornati a casa, e nessuno ha pagato per le loro vite traumatizzate e riempite di dolore. Lo stesso è successo a Ceccano nel 2020, dove tre figli sono stati tolti alla famiglia, per poi scoprire che le accuse di maltrattamento erano infondate. Il caso più tragico è quello di Angela, che ha fatto a scuola un disegno che, secondo lei, rappresentava il fantasma Casper, secondo la maestra un pene. Senza nessuna verifica, tramite l’articolo 403 del codice civile, con una fede cieca nell’interpretazione soggettiva di un disegno infantile, il 24 novembre del 1995 Angela è stata strappata alla sua famiglia. Un’assistente sociale e due carabinieri la prelevano a scuola. Ha sei anni. È terrorizzata. Piange e supplica che papà e mamma vadano a prenderla. Gli interrogatori nel centro di affido sono durissimi, durano ore, se dici che papà ti ha fatto male ti lascio andare a casa. Una volta che il bambino è stato deportato, non si può più dire che è stato un errore. La bambina farfuglia di un abuso che non c’è stato. Il padre condannato in primo grado farà due anni di prigione prima di essere assolto in appello. Ma nel frattempo Angela è stata data in adozione a un’altra famiglia che ora è la «sua famiglia» e non sarà restituita ai suoi genitori perché, «non si può levare un bambino alla sua famiglia», spiegano i servizi. Il padre non molla, impiegherà undici anni, ma ritroverà la sua bambina, ormai diciottenne, finalmente libera. Nessuno ha pagato. Nessuno paga mai.
Leggi da fare immediatamente: assistenti sociali e giudici devono pagare sia civilmente che penalmente per le conseguenze disastrose di eventuali scelte senza senso. In ogni istante deve esserci la presenza dell’avvocato di famiglia.



