La riformulazione del quesito referendario sulla giustizia, decisa dall’Ufficio centrale della Corte di Cassazione con un’ordinanza di 38 pagine, non è rimasta confinata nelle stanze ovattate della tecnica elettorale. È diventata, nel giro di poche ore, un caso politico e istituzionale. Che ruota attorno a un’accusa precisa del centrodestra: nel collegio della Cassazione ci sarebbe una sensibilità politica riconoscibile e apertamente schierata sul fronte del No.
Il problema segnalato dagli esponenti della maggioranza non è solo ciò che si decide, ma chi decide e in quale contesto. La miccia la accende il deputato di Forza Italia, Enrico Costa: «Dell’Ufficio elettorale della Cassazione fa parte Alfredo Guardiano. È lo stesso che il 18 febbraio modererà, con tanto di locandina già pubblicata, il convegno «Le ragioni del no: difendere la costituzione è un impegno di tutte e tutti»? Questo sarebbe il giudice terzo ed imparziale?». Ma il colpo più duro lo ha sferrato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami: «La decisione della Cassazione di cambiare il quesito referendario conferma che la riforma della giustizia è una necessità».
Poi l’affondo, diretto ai nomi e ai cognomi di chi, tra i 21 cassazionisti, ha composto il collegio: «Basta dare uno sguardo ai giudici della Corte di Cassazione che hanno deciso la riformulazione del quesito». Anche Bignami cita Guardiano, «che modererà un convegno sulle ragioni del No». Poi, per dimostrare che in Cassazione ci sarebbe chi tifa per il No, rilancia con un secondo nome: «Donatella Ferranti, ex deputata Pd e presidente della commissione Giustizia fino al 2018». La conclusione è politica e costituzionale insieme: «Serve altro per rendersi conto che non si può più attendere per ridare terzietà alla magistratura, rendendola indipendente dalla politica e dalle correnti e attuando l’articolo 111 della Costituzione? Serve votare Sì al referendum». Guardiano risponde: «Non mi nascondo, sono per il No al referendum». Ma subito traccia una linea: «Il tema dell’ordinanza affrontato dal mio ufficio non ha alcuna incidenza sul merito della riforma, né sul risultato del referendum e nemmeno sulla data del suo svolgimento». Rivendica il perimetro tecnico della decisione: «Non siamo minimamente entrati in questo ambito». E alza il livello dello scontro quando parla di attacchi personali: «Qualsiasi affermazione che sospetti di parzialità me o questa ordinanza è palesemente priva di fondamento e quindi molto grave». Il passaggio più duro è quello che riguarda la sua reputazione di giudice: «Costa mi ha additato al mondo come un giudice imparziale e terzo e per un giudice non c’è nulla di più grave. Proprio il Cdm ha ribadito che le date del voto sarebbero le stesse e si limiteranno a modificare il quesito riconoscendo la legittimità del nostro operato».
Ma la polemica non si ferma. A difesa dell’istituzione interviene il primo presidente della Corte di Cassazione, Pasquale D’Ascola: «Le decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano tecnico con argomenti giuridici». Poi alza la barricata: «Non sono tollerabili illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici, che si risolvono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale».
E infine si trincera dietro un dato formale: «La composizione del collegio dell’Ufficio centrale per il referendum è predeterminata direttamente ed esclusivamente dalla legge».
È il capo dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, a replicargli: «D’Ascola riservi per occasioni migliori e più idonee la sua indignazione. È un dato di fatto che l’ufficio della Cassazione che si è occupato di vicende referendarie vede al suo interno un ex parlamentare della sinistra e presidente della commissione Giustizia. Per cui al presidente D’Ascola diciamo che lezioni non ne prendiamo. Non pensi di intimidirci. Siamo cittadini liberi e come parlamentari rappresentiamo una volontà di cambiamento contro la protervia togata. Le parole e i toni di D’Ascola sono veramente fuori dall’ordinamento costituzionale».
Immancabile l’intervento dell’Associazione nazionale magistrati, che reagisce parlando di attacchi «inaccettabili perché lesivi dell'immagine e del ruolo della Corte di Cassazione». Il fronte dello scontro si allarga e coinvolge direttamente il ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
La giunta esecutiva dell’Anm si è detta «sconcertata» per le parole del Guardasigilli che, riferendosi al procuratore generale della Corte d’appello di Napoli, Aldo Policastro, aveva affermato: «Quel procuratore generale che ha detto che la riforma attua il piano Gelli ha il mio massimo disprezzo. Non gli stringerei mai la mano». Per l’Anm «si tratta di insulti gratuiti del tutto lontani da un linguaggio degno delle istituzioni». Nella partita del tutti contro tutti scende in campo anche Claudia Eccher, consigliera laica del Csm: «L’Anm è diventata un partito politico, non più un’associazione privata tra magistrati». La lite con i magistrati anti-Nordio è servita.



