Chissà se quel giorno in cui accompagnò il figlio di sei anni Giorgio al campo di via Olivieri a Milano, Marcello Montini avrebbe pensato che qualche anno dopo, da presidente, avrebbe portato l’Alcione per la prima volta nella sua storia nel calcio dei professionisti. Un sogno soltanto accarezzato l’anno scorso, quando la terza squadra di Milano si era guadagnata la serie C dopo aver vinto i playoff, ma dovette rinunciarvi a causa dell’indisponibilità di uno stadio a norma per la categoria, e diventato finalmente realtà lo scorso 21 aprile. Una domenica pomeriggio in cui è stata scritta una pagina che rimarrà per sempre indelebile nella storia del club arancione e nei ricordi di chi quest’impresa l’ha prima immaginata, poi progettata e infine realizzata.
Presidente Montini, riavvolgiamo il nastro delle emozioni. Qual è la prima cosa a cui ha pensato dopo il triplice fischio dell’arbitro nella partita promozione contro il Borgosesia?
«Che siamo stati bravi perché quello che ci eravamo prefissati di fare lo abbiamo realizzato, quindi la prima cosa che ho detto al mio amico e socio Giulio Gallazzi è stata: “Missione compiuta”».
E subito dopo è scattata la festa. Che giorni sono stati questi?
«Di festa perché ce la siamo meritata, ma anche di riflessione. Abbiamo ricevuto tantissimi messaggi di congratulazioni, sia dagli avversari che da persone che vengono da altri sport. Archiviati i festeggiamenti, però, ora dobbiamo metterci subito al lavoro perché dovremo affrontare un campionato come quello della C che non abbiamo mai affrontato».
Vi sentite pronti?
«Sotto il profilo sportivo noi pensiamo di essere preparati per poterlo fare a livello ottimale. Il direttore sportivo Matteo Mavilla è al lavoro già da mesi per poter migliorare la squadra, che sarà sì rinforzata, ma non stravolta, perché pensiamo che l’ossatura possa esprimere un buon calcio anche in una categoria superiore. Voglio ricordare che parliamo di una squadra che ha fatto quasi 160 punti negli ultimi due campionati».
Molti club quando fanno il salto di categoria scelgono di cambiare molto. Voi invece avete optato per la strada della continuità.
«Certamente. Innanzitutto abbiamo subito confermato il nostro mister Giovanni Cusatis, che insieme al suo staff ha svolto un lavoro straordinario. Riteniamo opportuno proseguire con le sue idee, il suo modulo di gioco e la sua preparazione. L’aspetto su cui dovremo necessariamente operare dei cambiamenti è quello societario a livello gestionale».
Cioè?
«Nel senso che passare dai dilettanti ai professionisti impone una crescita a livello di staff, anche in ottemperanza delle regole federali per cui dovremo inserire sei o sette figure nuove, per esempio il responsabile dell’evento o quello del marketing, necessarie affinché si possa ottenere la licenza da professionisti».
Aver dominato il campionato vi ha permesso di programmare con largo anticipo?
«È vero che siamo stati primi fin dalla terza giornata. Ma anche se io ero molto positivo e confidente che avremmo vinto questo campionato, perché vedevo un gruppo super motivato che aveva una grande voglia di riconquistare sul campo ciò che l’anno prima avevamo già ottenuto, non abbiamo lavorato in ottica della prossima stagione fino a quando non abbiamo avuto la certezza matematica del primo posto».
L’anno scorso cosa accadde?
«Secondo le regole, se si accede alla C da ripescati lo si può fare solo disputando le partite casalinghe nel comune di residenza e l’unico impianto che poteva essere disponibile era l’Arena Civica di Milano in cui oggi gioca l’Inter femminile. Ma per le tempistiche corte e per altri problemi di natura autorizzativa non siamo riusciti a completare l’iter burocratico».
Quindi avete deciso di vincere direttamente il campionato per non avere problemi?
«Quando ci siamo ritrovati l’estate scorsa per la preparazione abbiamo fatto una promessa. Ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti: “Non dobbiamo più vincere i playoff ma arrivare primi in campionato, in maniera che Arena o non Arena potremmo trovarci un campo da gioco e disputare la Serie C”. E ci siamo riusciti».
Dove e quando nasce il vostro progetto serie C?
«Nell’estate del 2021, quando vincemmo il campionato di Eccellenza con mister Albertini alla guida. In quel momento capimmo che la società aveva bisogno di figure sportive che potessero accompagnarci al professionismo e quindi abbiamo preparato un piano triennale per poterlo fare. L’avremmo anche accorciato, ma come ho detto prima, abbiamo dovuto rimandare».
Nella prossima stagione quindi dove giocherete?
«Noi stiamo lavorando con gli enti preposti per poter avere l’Arena disponibile. Abbiamo delle strade alternative subordinate a questo nostro grande desiderio. Ma per noi oggi esiste l’Arena come futuro campo da gioco».
Cosa serve?
«Vanno fatti dei lavori di adeguamento a livello di luce, di videosorveglianza e di ingressi. Noi per venire incontro abbiamo chiesto una riduzione del numero di ingressi a 1.500. Per capirci, la stessa Inter femminile che gioca all’Arena, in occasione del derby ha registrato 4.000 spettatori».
Il dialogo è con il Comune?
«Con il Comune, con la questura, con il prefetto. Ci sono diverse istituzioni, autorità ed enti che si devono mettere al tavolo per trovare una soluzione a 360 gradi».
Qual è il piano B?
«Ne abbiamo due, ma al momento non li posso svelare».
Sono fuori Milano?
«Sì».
Milan e Inter dovrebbero emigrare fuori città. Non c’è il rischio che il Comune faccia scappare anche la terza squadra?
«Spero proprio di no. Stiamo lavorando con il Comune e con tutti gli enti affinché il progetto Alcione-Arena sia il più semplice possibile. Noi siamo disponibili a tagliare fuori tutte le problematiche possibili riducendo a un decimo i posti di un impianto della capienza di 15.000 spettatori. Non abbiamo tifo organizzato, i nostri spettatori sono genitori, ragazzi che giocano nelle giovanili e simpatizzanti. A oggi quando abbiamo 300-400 spettatori sono tanti, quindi la cosa è molto gestibile. Poi, ovvio, da presidente spero che un giorno questi 400 diventino 4.000, perché credo che l’Alcione debba essere complementare a Inter e Milan».
Come?
«Offrendo ai tifosi nerazzurri e rossoneri la possibilità di andare a vedere insieme una partita dell’Alcione all’Arena e tifare insieme la terza squadra di Milano. Poi dal 90’ in poi ognuno torna dalla propria parte della barricata. Questo è quello che mi piacerebbe possa accadere un giorno, senza creare divisioni».
È vero che se il Milan dovesse iscrivere la squadra under 23 alla prossima serie C per voi potrebbe esserci qualche problema?
«Questo non lo so. Non credo che il Milan abbia già deciso o meno se creare la seconda squadra, ma so che per poter giocare in C dovrebbe aspettare che qualcuna delle squadre non si iscriva o fallisca. E in quel caso si va a giugno inoltrato se non a luglio. Ecco, noi contiamo per quella data di essere già a posto. Detto ciò, se ci sarà il Milan under 23 per noi sarà più un’opportunità per farci un bel derby che un problema».
Tornando alla prossima stagione, l’obiettivo sarà la salvezza oppure è lecito sognare qualcosa in più?
«Noi dovremo essere molto umili e partire con un obiettivo raggiungibile in un campionato che non abbiamo mai disputato. Sicuramente quello minimo è rimanere in categoria. Ci siamo dati un obiettivo anche più ambizioso che è quello di avere una stagione vincente e quindi con più vittorie che sconfitte».
Quindi piedi per terra senza nascondere le vostre ambizioni?
«Chi conosce me e Giulio Gallazzi, sa che come imprenditori affrontiamo i problemi o le opportunità una alla volta. Noi cercheremo di migliorare quel che abbiamo fatto in questi anni. Allo stesso tempo però bisogna partire a fari spenti e con umiltà. Dopodiché in un’ottica di miglioramento continuo che ci deve essere in tutte le società, se dovessimo un giorno trovarci a competere per fare un ulteriore salto di categoria, né io né Giulio saremo quelli che diranno fermiamoci. Però ripeto, diamo tempo al tempo. Nel calcio ho visto tante società voler fare tutto e subito e poi non riuscire a fare niente. Noi proviamo a programmare per fare il passo della lunghezza giusta, non uno avanti e due indietro».
È vero che con Gallazzi trovaste la sintesi di fronte a una pizza?
«È vero, abbiamo due caratteri diversi. Lui, anche come stazza, è un centravanti d’area di sfondamento, io mi muovo più negli spazi. Siamo una coppia ben assortita. Ci completiamo bene, anche quando abbiamo visioni diverse, poi una sintesi la troviamo sempre».
Se le avessero detto quel giorno che accompagnò suo figlio agli allenamenti che avrebbe portato l’Alcione in C, ci avrebbe creduto?
«Non ci avrei mai pensato. Una cosa allora inimmaginabile. Però appena sono entrato in società, vedendo la passione di chi ci lavora, l'entusiasmo dei ragazzi e un club che aveva una grandissima potenzialità, già ben conosciuto a livello giovanile, ho capito che si poteva portare a un livello superiore. È stato un viaggio lungo, impegnativo, ma stupendo».



