Storico ambientalista e voce scomoda di Palazzo Marino, contestò fino all’ultimo il greenwashing della giunta di centrosinistra: da San Siro ad Area B, fino alla cura del verde pubblico. Oggi la maggioranza lo celebra, ma negli ultimi anni lo aveva isolato proprio perché troppo critico.
Adesso che Carlo Monguzzi non c’è più, la sinistra milanese lo celebra come un combattente, un ambientalista puro, una coscienza critica della città. Ed è tutto vero. Ma è vero anche il contrario: negli ultimi anni quello stesso centrosinistra che oggi lo incensa lo aveva progressivamente isolato, tollerato, infine quasi espulso dal racconto ufficiale di Milano. Perché Monguzzi, fino all’ultimo, è stato la voce che continuava a rompere la scenografia del green di Palazzo Marino, a contestare il sindaco Sala su San Siro, sul verde pubblico, su Area B e Area C, sulla distanza crescente tra l’ecologia raccontata e quella praticata. E proprio questo, più ancora delle formule di cordoglio, spiega chi fosse davvero.
Un altro verde, Marco Salamon, nel suo ricordo sui social, ha scritto che Carlo aveva subito «torti gravissimi» da parte di colleghi che avrebbero dovuto imparare dal suo rigore. È un giudizio duro, ma coglie il punto. Monguzzi non era soltanto un consigliere storico dei Verdi, un veterano dell’ambientalismo o un uomo di piazza. Era rimasto, nella Milano di Sala, l’ultimo esponente della maggioranza disposto a dire che dietro il lessico della sostenibilità si stava spesso consumando un’altra storia: più cemento, più retorica, più compromessi. E per questo era diventato scomodo soprattutto ai suoi.
Monguzzi è morto a 74 anni dopo una malattia rapidissima. Ingegnere chimico, insegnante di matematica, tra i fondatori di Legambiente e dei Verdi, ex assessore regionale all’Ambiente, era una figura che sembrava appartenere a un’altra stagione della politica, ma che in realtà era rimasta modernissima proprio per la sua inflessibilità. C’era sempre alle manifestazioni ambientaliste. Sala, salutandolo, ha ricordato che era l’unico in aula a chiamarlo «Beppe» e non «Sindaco».
Quando nel 2021 tornò in Consiglio comunale con Europa Verde, da primo capogruppo, sembrò la consacrazione naturale di una storia politica lunghissima. In realtà fu l’inizio della frattura. Il primo scontro arrivò su piazzale Lavater: Monguzzi denunciò gli alberi «imprigionati» nel calcestre e, pala in mano, provò a «liberarli»; Elena Grandi, assessore al Verde, difese invece la linea del Comune. Da lì il solco si allargò: l’acqua del sindaco nel brick, la cura del verde pubblico, i parchi trascurati, fino alla critica sempre più dura a una giunta che, ai suoi occhi, usava il verde come linguaggio politico ma non come criterio reale di governo.
Su San Siro fu tra i più netti: non vide mai la rigenerazione, ma un’operazione immobiliare raccontata con lessico ecologico. Su Area B e Area C non negava la necessità di limitare traffico e smog, ma accusava il Comune di farne bandiere, con controlli incompleti, deroghe e dati poco trasparenti. Proprio questa coerenza gli valse rispetto anche a destra. La rottura diventò pubblica nell’estate 2025, quando denunciò di essere stato di fatto silenziato dai suoi colleghi di gruppo e parlò di «pochezza morale»: il segno finale di una lunga espulsione simbolica da parte di chi governava in nome di un finto ambientalismo.



