L’ex presidente della Corte costituzionale chiama a raccolta i nuovi partigiani. Il nemico? Un’evoluzione del fascismo che parla la lingua dei plebei. Intanto i retroscena fasulli sulla maggioranza non si contano più.

«Ma cosa dici mai?». Era la frase cult di Topo Gigio. Adesso diventa lo slogan della nuova Resistenza civile. Anche se fra le due cose non è facilissimo cogliere la differenza. Ma non preoccupatevi: fra i militanti del partito clandestino, che si oppone all’orrendo regime tribale, ci sono anche altri gloriosi combattenti. Quali per esempio: la mitezza, la denuncia, la lotta ai soprusi, ovviamente la disobbedienza civile, don Lorenzo Milani, il rispetto, le iniziative di solidarietà, i diritti della cultura e l’eroica espressione «ma come parli?». Non ce l’hanno fatta per un pelo, purtroppo, altri campioni della libertà come «parla come mangi», la dolcezza, l’amicizia, la marmellata, la pastasciutta e «non ho capito», incredibilmente esclusi dall’elenco del nuovo comandante partigiano. Ma sarà per la prossima volta.

A diramare le convocazioni per la nuova nazionale dei Resistenti è Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte costituzionale, che ieri ha chiamato tutti alle armi con un solenne appello sulla prima pagina di Repubblica intitolato: «È arrivato il tempo della resistenza civile». La lunga disquisizione parte da osservazioni piuttosto confuse su strato, substrato, «nemici della democrazia proteiformi», latinorum e citazioni di Umberto Eco, per arrivare finalmente al punto cruciale: non stiamo correndo il pericolo di un nuovo fascismo, sostiene l’ex presidente della Consulta, questo proprio non si può dire. Però stiamo peggio. Perché c’è il «tribalismo», che è una specie di fascismo sotto mentite spoglie. Un fascismo che si maschera da uomo della caverne. Quindi, se abbiamo capito bene, nella visione di Zagrebelsky, Matteo Salvini sarebbe una specie di Benito Mussolini che si fa credere un Flintstone. «Wilma Di Maio, dammi la clava». E il mondo trema.

Per fortuna gli occhi attenti del comandante Gustavo sanno svelare l’inganno in un amen. Da che cosa si capisce, infatti, che il tribalismo è fascismo? Lo spiega lui: da una serie di indicatori chiave fra cui «il primato dell’azione sulla discussione» (ma certo: perché fare le cose quando se ne può tranquillamente parlare in salotto?), «l’esaltazione del senso comune», «il nazionalismo contro internazionalismo», ma soprattutto il «linguaggio pieno di sottintesi» (i sottintesi, capito?), l’«uso di parole nuove» o peggio ancora l’uso di «parole antiche in significati nuovi», e soprattutto il «parlare plebeo di cose difficili». Quindi è chiaro: se cerchi di spiegare una cosa difficile in modo semplice, secondo la teoria Zagrebelsky, sei un tribalista, cioè l’archetipo del fascista. Tempi duri per Piero Angela e il suo Quark.

Ma c’è poco da scherzare. Il pericolo incombe. Di fronte alla marcia su Roma dei sottintesi armati e dell’ardito senso comune, il nuovo capo della Resistenza civile si sente in dovere di chiamare tutti alle armi. «Che fare?», si domanda leninianamente. E subito di dà la risposta: «Si opponga il dissenso». I primi a rispondere all’appello, per la verità ancor prima che esso fosse diffuso, sono stati i retroscenisti dei grandi quotidiani. I quali da settimane ormai stanno praticando il dissenso attraverso un racconto straordinario della realtà che ha mille pregi e un solo difetto: non c’entra nulla con la realtà. Incontri, scontri, litigate, sfuriate, prese di posizioni, avanzate, retrocessioni: ogni giorno sui giornaloni ci appassioniamo a leggere di un mondo fantastico. E ci dispiace molto scoprire, dopo qualche ora, che non esiste.

Certe volte, per la verità, non è nemmeno necessario aspettare qualche ora. Giovedì, per esempio, il giorno dopo la bocciatura della manovra italiana in Europa, tutti i quotidiani si chiedevano: ora che fa il governo? Retroscena della Stampa con titolone di apertura in prima pagina: «Di Maio è disposto a trattare». Retroscena del Messaggero con titolone in prima pagina: «Salvini è disposto a trattare, ma Di Maio resiste». Retroscena della Repubblica con titolone: «Patto Di Maio e Salvini per non trattare». Dal che si deduce, senza possibilità di smentita, che il 66,6 per cento dei retroscena è matematicamente falso.

Il Corriere della Sera, invece, ha passato una settimana intera a raccontare dello scontento del ministro Paolo Savona. Un retroscena oggi, uno domani, un veleno un giorno, un altro veleno il giorno dopo ancora. Una serie di articolesse smisurate. Alla fine, venerdì, il colpo grosso con titolo in prima: «Savona evoca le dimissioni». Il ministro, a quel punto, esasperato ha smentito ufficialmente. E ha aggiunto: «Le mie dimissioni? Il solito sogno del Corriere». Bene. Secondo voi il Corriere come ha dato la notizia? In prima pagina? Con un titolone? Un filo di evidenza? Macché: un francobollo in fondo a pagina 6, nascosto tra due gigantesche pubblicità. Il posto più invisibile di tutto il giornale.

Ma che ci volete fare? Bisogna capirli. È già cominciata la Resistenza civile. E quegli articoli sono l’espressione del dissenso. Lotta dura, retroscena senza paura. Savona si dimette, Giorgetti mette le manine dappertutto, Salvini e Di Maio si sputano in faccia senza farlo sapere: non sono balle, è disobbedienza civile. Avanti, dunque, bisogna rispondere al fascio-tribalismo, come ordina il comandante Gustavo. Tutti in montagna con le armi della cultura. «E agli ignoranti che usano la vuota neolingua si chieda: ma che cosa dici mai?». Topo Gigio ne sarebbe fiero. E, in fondo, perché vergognarsene? È quasi il più credibile tra tutti costoro…

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