- La delibera serve a Stefano Bonaccini per aggirare le contrarietà nel suo partito che rendono quanto mai incerta l’approvazione della legge regionale. Ma persino il suo collega Eugenio Giani lo boccia: «In Toscana non lo faremo». Marta Cartabia a gamba tesa: «Parlamento intollerabile».
- Lo scatto del governatore con la delibera che l’autorizza in Emilia-Romagna spacca il suo partito: il consigliere Giuseppe Paruolo annuncia il «no» alla legge. E i grillini non si fidano dell’iter scelto: «Se è davvero favorevole, usi la procedura d’urgenza e venga in Aula».
Lo speciale contiene due articoli.
L’ex bomber di Campogalliano pensava di essere riuscito a dribblare tutti. Per evitare di venir battuto in consiglio regionale con i voti dei cattolici dem, Stefano Bonaccini in pochi giorni ha approvato il fine vita all’emiliano-romagnola. La sua Regione è la prima ad avere tempi e procedure certe: passeranno non più di 42 giorni dalla richiesta del suicidio medicalmente assistito alla risposta istituzionale. Ci sono le linee di indirizzo. E soprattutto un’apposita delibera. Delibera, appunto. Non legge. Quella che doveva essere discussa oggi in Aula. Ma la giunta ha deciso da sé, temendo che la maggioranza andasse in frantumi. Com’è già successo in Veneto, del resto: la legge sul fine vita è stata respinta grazie all’astensione di Anna Maria Bigon, piddina renitente.
Ecco, Bonaccini pensava di aver scansato polemici e refrattari. Lungi da riconoscergli l’abilità del gesto, mezzo Pd prende però debita distanza. Con un certo imbarazzo, tra l’altro. L’eutanasia spacca perfino le roccaforti dem. Eugenio Giani, governatore della confinante Toscana, entra in scivolata: «Finora non abbiamo avuto bisogno di una legge» spiega. Nella sua Regione, dettaglia, ci sono stati due casi dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2019. «Finché riusciamo a gestire tutto come abbiamo fatto finora, non vedo perché cacciarmi in un dibattito divisivo», infierisce Giani. «Secondo me, il surriscaldarsi del clima potrebbe portare a crociate sui singoli casi. Per ora, invece, quello che è successo si è sempre fatto serenamente, senza grandi casi polemici». Insomma: la Toscana non seguirà l’esempio.
Una critica, nemmeno tanto velata, al protagonismo del collega. Ma anche un campionissimo dei diritti civili come Beppe Sala, non sembra entusiasta: «Non possiamo immaginare che il fine vita sia ammesso in Emilia-Romagna e non in Lombardia». Dunque deve occuparsene il governo, compendia il sindaco di Milano.
Paradossalmente, la mandrakata di Bonaccini non piace nemmeno al più indomito vessillifero della causa: Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, colui che accompagnò dj Fabo a morire in Svizzera. L’ex radicale taccia il governatore di pavidità. «Sarebbe grave se un Consiglio regionale non si assumesse la responsabilità di votare la legge per paura di perdere». Esattamente quello che è successo. «Ciò che cambia è la natura giuridica dell’atto. La legge crea un diritto alla persona che soffre, le linee di indirizzo no». Concetto già ribadito a Michele Emiliano, altro governatore piddino. La sua Puglia è stata la prima Regione ad approvare una delibera di giunta sul suicidio medicalmente assistito. Ma ora Cappato, con un’accorata missiva, chiede di passare dalle parole ai fatti. Sollecito a cui Emiliano ha indirettamente risposto con un’intervista sul Corriere: «Tra le proposte di legge rilanciate da Schlein c’è quella per assicurare un fine vita dignitoso. Il dibattito che si è riacceso in Veneto sia un’occasione per discutere di questo tema a livello nazionale». Pure in Puglia, quindi, nessun impeto emulativo.
I distinguo non sono arrivati solo dai compagni, ovviamente. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, non cita il dispositivo regionale ma si dimostra molto scettico perfino sulla sua fondatezza: «Gli impianti giuridici che stabiliscono il diritto alla morte sono degli inganni e sono di dubbia validità. La questione non è tanto confessionale, quanto laica. L’umanesimo su cui si basa la nostra società ci porta a concludere che esisterà sempre e solo un diritto alla cura». Il presidente della Cei, quindi, aggiunge: «La sofferenza la si affronta cancellando il dolore e non spegnendo la vita. Quest’ultima va protetta con cure adeguate che diano dignità fino alla fine e che siano mera prestazione sanitaria».
Il diritto alla morte è un inganno, sintetizza il presidente della Cei. Bonaccini ribadisce la stima per l’arcivescovo e «il rispetto per ogni opinione». Dopo aver gettato il sasso, nasconde però la mano: «Con la nostra delibera applichiamo una sentenza della Consulta. Ora tocca al Parlamento fare una legge nazionale sul fine vita», dice il governatore. Già, il Parlamento: tutti guardano alle Aule romane per trovare una via d’uscita (positiva, per i fan) alla dolce morte. E la manovra a tenaglia su deputati e senatori l’ha resa palese ieri Marta Cartabia, presidente emerito della Corte costituzionale, affermando: «Noi ci siamo abituati o rassegnati al fatto che molte sentenze della Corte costituzionale non abbiano un seguito nel legislatore. È una rassegnazione che andrebbe riconsiderata e che i presidenti della Corte più volte hanno segnalato. Ed è una anomalia che può essere considerata uno sgarbo istituzionale non tollerabile». Insomma, la Consulta dice: noi abbiamo tratteggiato la strada da seguire. Sull’eutanasia, ora deve legiferare in questo senso il Parlamento. Forza Italia, intanto, annuncia ricorso al Tar: «La segretaria democratica Elly Schlein commissaria di fatto l’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna». Lo schema bonacciniano, in definitiva. Un audace dribbling politico. Fischiato perfino dagli indispettiti compagni di squadra.
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