Funaro prometteva rifugi climatici. Nei musei di Firenze si crepa di caldo
Sara Funaro (Ansa)

Nella Firenze progressista e attenta ai diritti, i dipendenti dei musei civici lavorano in forni a 37 gradi. Gli addetti di Rear e Muse hanno proclamato lo stato di agitazione, dopo le tante segnalazioni inviate all’amministrazione. Il caldo rischia anche di deteriorare le opere d’arte.

Ogni estate è la stessa storia: il caldo e l’immobilismo della politica sono sempre uguali malgrado le chiacchiere sul cambiamento climatico.

L’esasperazione degli addetti dei musei fiorentini ha raggiunto ieri il picco. Infatti, hanno votato all’unanimità lo stato di agitazione i lavoratori della Cooperativa Rear e della Fondazione Muse, le due realtà che si occupano di sorveglianza, accoglienza e didattica nei musei civici. L’obiettivo, viene spiegato in una nota, è raggiungere «un risultato finora disatteso, nonostante le varie riunioni e le tante segnalazioni, email e pec inviate all’amministrazione».

Le proposte dei lavoratori per fronteggiare il caldo sono quattro: la chiusura parziale dei musei non climatizzati in caso di allerta rossa, l’installazione di data log (centraline di monitoraggio e di temperature e umidità rilevate nelle sale), la modifica degli orari delle visite guidate per ridurre i disagi di lavoratori e turisti, l’introduzione di biglietti ridotti o cumulativi per i musei climatizzati.

Si tratta di proposte di modifiche strutturali, lontane dalle soluzioni più semplici attuate dalla giunta a trazione Partito democratico (ventilatori, finestre aperte e chiusura delle aree più critiche). A pesare, secondo l’amministrazione, sono le risorse economiche insufficienti nonché i vincoli imposti dalla tutela dei beni monumentali. Gli interventi permanenti dovrebbero ottenere il via libera della Soprintendenza, con procedure complessi e lunghe.

Da settimane, però, nei musei si assiste alle stesse scene. Turisti e addetti ai lavori vengono colti da malori quasi ogni giorno. Nelle sale le temperature raggiungono 37 gradi e nelle teche i 30 gradi. Ad esempio, a Casa Buonarroti, nelle ore più calde, un termometro vicino a un dipinto di Pontormo raggiunge i 35 gradi. Nell’armeria di Bargello, all’ultimo piano si arriva ai 37 gradi.

Nei musei di Palazzo Vecchio, la temperatura si aggira sui 35 gradi. In generale, gli impianti di climatizzazione mancano del tutto o, se ci sono, si rivelano insufficienti o non funzionanti. I rischi, però, non riguardano solo le persone ma anche le opere d’arte. Temperature e umidità elevate possono danneggiare tele, sculture e pitture, formando muffe, aumentando processi biologici e accelerando l’ossidazione dei metalli. A spiegarlo è la restauratrice Daniela Lippi: «Sopra i 30 gradi, soprattutto quando l’umidità è alta, alcuni strati pittorici e vernici possono ammorbidirsi. La temperatura ottimale sarebbe tra i 18 e i 22 gradi»

Negli scorsi giorni Fp Cgil e Uil Fp avevano inviato una missiva formale al sindaco, Sara Funaro (che prometteva «rifugi climatici» contro la canicola), nella quale si accusava l’amministrazione di non aver attuato le misure già richieste negli scorsi mesi, ricordando che la responsabilità della salute e della sicurezza è del datore di lavoro.

Anche Muse e Rear, dal canto loro, avevano inviato una lettera aperta a fine giugno, ricordando che il 12 gennaio il Consiglio comunale aveva impegnato la Giunta all’unanimità a risolvere le criticità climatiche entro l’estate. Il risultato era figlio, ancora prima, delle richieste dei sindacati avanzate nel settembre 2025.

Il viaggio indietro nel tempo, però, potrebbe continuare. L’allarme del caldo nei musei fiorentini si ripresenta ogni anno o quasi. Nel 2021 i lavoratori in appalto nei musei avevano proclamato lo stato di agitazione. Nel 2018 i sindacati tuonavano contro le «temperature tropicali sotto il David» e «i ventagli di cartone al posto dei condizionatori». Nel 2017 si rompeva l’aria condizionata all’Accademia e seguirono polemiche e malori. Ogni estate è lo stesso caldo e lo stesso immobilismo.

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