Nuove perplessità sui vaccini ai minori: «Dati poco chiari sulla genotossicità»
  • Un team di docenti solleva dubbi sui rischi legati ai preparati anti Covid e chiede alle case farmaceutiche più trasparenza.
  • Lo scienziato premio Nobel Luc Montagnier acclamato ieri all’evento organizzato da Italexit: «Dare quei sieri ai bimbi è criminale».

Lo speciale contiene due articoli.

L’ultimo bollettino dell’Istituto superiore di sanità, contenente i dati della sorveglianza integrata dei casi di infezione da Covid-19 segnalati in Italia, offre varie conferme, alcune incoraggianti altre meritevoli di una riflessione. Tra le prime, c’è l’impatto, definito significativo, della vaccinazione nel prevenire nuove infezioni, ricoveri e decessi; ed è proprio dai decessi da coronavirus, confermati come rarissimi (33 casi dall’inizio della pandemia, lo 0,02% del totale delle morti) nella fascia d’età tra 0 e 19 anni, che si può avviare una riflessione a proposito della campagna vaccinale.

Sì, perché se da un lato la letalità del virus tra i giovani si conferma remota, dall’altro, da settori della comunità scientifica, iniziano ad emergere richieste di maggiori approfondimenti circa i possibili effetti collaterali dei vaccini. Ne è un esempio un testo, probabile base d’una futura pubblicazione scientifica, firmato da un team di docenti universitari, che sono Mariano Bizzarri, Nicola Schiavone, Maria Luisa Chiusano, Ciro Isidoro, Marco Cosentino, Stefano Dumontet e Giovanni Frajese.

In tale documento, che questo giornale ha potuto visionare in anteprima, gli studiosi citati si concentrano su un possibile rischio: quello della possibile genotossicità – la capacità di una sostanza di modificare il dna di una cellula che, nei casi peggiori, può determinare l’insorgenza di tumori – dei vaccini a mRna. Uno scenario, sostengono questi accademici, che oggi non è possibile escludere.

Del resto, a suggerire prudenza su ciò è l’insospettabile Moderna che, in esperimenti condotti su ratti per indagare la micronucleazione su globuli rossi immaturi, ha testato il vaccino contro il virus Zika (mRna-1706), diverso da quello per il Covid (mRna-1273); al tempo stesso, è stato condotto un analogo esperimento di controllo con una preparazione vaccino-simile ma contenente mRna di un gene scorrelato (la Luciferasi). Ebbene, mentre nel secondo caso non si è rilevata una genotossicità statisticamente significativa, nel primo, sempre secondo la tabella riportata dal documento di Moderna fornito dall’Ema, è stata segnalata una genotossicità «debole».

Ora, posto che «debole» è un’indicazione forse rassicurante ma di certo vaga, son varie le anomalie che balzano all’occhio. Anzitutto, l’atteggiamento di Moderna che, benché abbia fatto indagini come non risulta aver fatto la rivale Pfizer, nella scheda di sicurezza per il vaccino contro il Covid ha riportato il dato di un test su un altro vaccino. In secondo luogo – rilevano sempre i succitati studiosi – è singolare che si sia detto che la genotossicità trovata nei ratti non desti preoccupazione in virtù del fatto che nel ratto l’iniezione è effettuata endovena, mentre nell’uomo è effettuata intramuscolo e quindi non dovrebbe prendere la via della distribuzione sistemica.

Inoltre, viene da chiedersi perché non siano stati condotti esperimenti anche con mRna che non codificano alcuna proteina, cosa che avrebbe potuto escludere che sia lo stesso mRna – e non la proteina spike da esso prodotta – ad essere genotossico. Infine, un altro aspetto non chiaro è perché sull’mRna vaccinale siano stati condotti esperimenti solamente in vivo – e non in vitro – e perché, invece, per le nanoparticelle lipidiche, solo in vitro e non in vivo. Tutta questa incompletezza rispecchia con ogni probabilità un vuoto normativo, dato che linee guida vigenti non chiedono Pfizer e Moderna studi approfonditi sulla genotossicità.

Dei dati, pur frammentari, comunque li abbiamo e meritano una riflessione. «Questi dati», spiega alla Verità Nicola Schiavone, principale autore del testo realizzato con altri colleghi accademici, «fanno pensare perché arrivano da esperimenti che non sono riusciti a dimostrare in modo incontrovertibile la non genotossicità dei vaccini».

«Abbiamo bisogno di più dati, perché gli esperimenti effettuati sono incompleti e non ci sono informazioni sufficienti», aggiunge sempre Schiavone, «per capire se effettivamente dei rischi di genotossicità ci siano o meno». «Un esperimento non fa primavera e quello in cui è stata registrata della genotossicità bisogna vedere quante volte è stato ripetuto e il suo setting sperimentale preciso, tuttavia degli approfondimenti sono d’obbligo», conclude lo studioso.

Un obbligo che, alla luce dei succitati dati dell’Istituto superiore di sanità – secondo cui i giovani, lo ricordiamo, hanno una letalità da Covid assai remota – appare ancora più stringente. Anche perché una valutazione tra costi e benefici della potenzialità genotossica non può non considerare anzitutto i soggetti più giovani in via prioritaria, per il semplice motivo che l’insorgenza di un determinato problema di salute – ipoteticamente entro una decina d’anni o più – in soggetti oggi maturi se non anziani è una cosa, ma se ciò dovesse avvenire a danno di chi oggi è bambino, sarebbe di gravità ben diversa. Ne consegue come sia auspicabile che chi di dovere, se non l’ha fatto, chieda alle case produttrici dei preparati anti Covid tutti quegli esperimenti ad oggi incompleti o, peggio, mancanti.

Lo si deve non agli accademici che chiedono più dati, ma a tutti. Diversamente, continuando con una narrazione unilaterale che escluda a priori ogni richiesta di chiarimenti, non si favorisce né la campagna vaccinale né il contrasto al Covid, ma si ottiene l’effetto opposto: quello di alimentare il sospetto che vi sia qualcosa da nascondere.


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