Avere un bel sorriso non è soltanto una soddisfazione a livello estetico, ma è anche un segnale di buona salute. Questo spiega la dottoressa Clotilde Austoni, una «designer del sorriso».
Dottoressa, che cosa significa smile designer?
«Così mi hanno definito. Smile designer è un odontoiatra che si occupa anche di estetica. Quando parliamo di estetica oggi, parliamo di altissima personalizzazione. Abbiamo di fronte pazienti che desiderano migliorare qualcosa del proprio sorriso, ma magari non sanno esattamente che cosa, dunque vengono guidati. Si parte da un progetto e da una simulazione, quindi si va proprio a disegnare quello che potrebbe essere il sorriso della persona. Si fanno piccole modifiche senza mai stravolgere il sorriso di partenza, per valorizzare quello che c’è e poterlo migliorare».
Ma che cosa le chiedono per lo più le persone? Quali sono le richieste che le fanno? Le chiedono di farle sorridere come nelle pubblicità?
«Può capitare anche quello, però nella stragrande maggioranza parliamo di persone che si siedono sulla mia poltrona e mi dicono che non sorridono da anni o non hanno mai sorriso, stanno sempre con una mano davanti alla bocca… Non necessariamente mi sanno dire con esattezza che cosa non gli piace, nella maggior parte dei casi, quando lo sanno, si tratta del colore, del disallineamento o della forma. Ma non sanno essere più specifici di così e molto spesso il nostro compito è quello di guidare queste persone e mostrare loro quelle piccole cose che possono effettivamente migliorare il sorriso senza andare a stravolgerlo».
Parliamo allora di colore. Che cosa danneggia di più il colore dei denti? Posto che è facile pensare che il colore di partenza sia diverso per tutti.
«Sì è così. Innanzitutto dobbiamo tenere presente che il colore del sorriso, se appare ingiallito, può essere un campanello d’allarme non solo di una problematica estetica ma anche di un problema funzionale. Il sorriso non è solo estetica. Un sorriso che dopo anni appare ingiallito può essere semplicemente macchiato, quindi poco male. In quel caso non c’è una patologia, i pigmenti si sono depositati all’interno del nostro dente e si possono eliminare con delle tecniche molto semplici come lo sbiancamento dentale. Però ci sono dei casi in cui il sorriso ingiallito è in realtà consumato».
Cioè?
«Se è così significa che ho perso lo strato più esterno dei miei denti per usura dentale. Se vediamo il giallo è perché la parte esterna non c’è più e vedo lo strato che c’è sotto che in natura è appunto giallognolo. Questo è assolutamente un campanello d’allarme. Le cause che portano all’usura dentale sono molto varie, possono essere di tipo meccanico, ad esempio il famoso bruxismo, il digrignamento dei denti. È un fenomeno involontario e che se è possibile è bene intercettare subito. Oppure ci può essere anche un’usura causata da acidi, quindi un’usura chimica. Pensiamo per esempio a chi soffre di reflusso, a chi ha l’abitudine di bere con una frequenza importante bevande molto acide, quindi soft drinks. Chi segue una dieta vegana o vegetariana è più a rischio perché frutta e verdura sono molto acide e in quel tipo di diete ce ne sono molte, cosa che aumenta il a rischio di erosione».
Ma quando si fa lo sbiancamento non si rischia di danneggiare i denti? Quante volte si può fare?
«No, non si danneggiano i denti. Oggi si utilizzano dei prodotti che non creano danni, non sono i prodotti che si utilizzavano trent’anni fa o vent’anni fa. Parliamo ovviamente di sbiancamenti professionali, quindi eseguiti da un odontoiatra, o un igienista dentale, non altrove. È un trattamento molto semplice che usa dei gel che a contatto con i denti liberano ossigeno. L’ossigeno penetra all’interno del dente e disgrega i pigmenti, quindi lo smalto non viene danneggiato. In linea di massima la ripetizione può avvenire al massimo ogni 3-4 mesi. C’è da dire che però le tecniche si sono affinate moltissimo per cui oggi distinguiamo lo sbiancamento alla poltrona da quello domiciliare. Alla poltrona è il dentista che posiziona il gel, quello che conoscono tutti, e in genere lì si richiedono almeno 3-4 sedute. Nella tecnica domiciliare invece si usano delle mascherine su misura ed è il paziente che utilizza un gel, che però è molto più delicato rispetto a quello che utilizziamo nello sbiancamento alla poltrona. Questo tipo di trattamenti è molto prolungato nel tempo. È il paziente che posiziona il gel e indossa le mascherine per un certo numero di ore al giorno, per minimo due settimane. Si usa un gel delicato per un periodo prolungato, e questo che riesce a sbiancare il dente in profondità, quindi chi fa questo tipo di trattamento ottiene un risultato più efficace e più duraturo. Nella mia esperienza è difficile che i pazienti richiedano di ripetere questo trattamento prima di un anno e mezzo».
Tante persone ricorrono a quelle che si conoscono normalmente come faccette. Quando si arriva a utilizzarle? Quali sono le controindicazioni eventuali e quando si può o si deve fare ricorso a questa tecnica?
«Le faccette possono essere uno strumento per arrivare prima a un risultato, ad esempio nel caso di un disallineamento dentale. Se si hanno i denti leggermente disallineati e non si ha voglia di intraprendere un percorso di ortodonzia, con delle faccette noi andiamo a camuffare la posizione dei denti. Le faccette si usano anche per chiudere gli spazi tra i denti, come il classico diastema che ha Laura Pausini. Oppure se si ha lo smalto consumato. Lo sbiancamento toglie solo i pigmenti ma se il giallo è dato dall’usura, si ha bisogno di un guscio su cui ricreare il colore che non c’è più. Si usano anche se si vuole migliorare la forma. Ma non sono neanche l’unica possibile soluzione: un’alternativa alla faccetta in ceramica può essere la ricostruzione in composito. Parliamo di ricostruzioni estetiche che si realizzano con lo stesso materiale con cui noi eseguiamo le otturazioni e che restituiscono la forma e il volume».
Parliamo dello smalto. Non si può rigenerare, vero? Quali sono i consigli per evitare di danneggiarlo?
«No, non si rigenera. Se vogliamo evitate il digrignamento è fondamentale realizzare un bite fatto apposta per il bruxismo. Siccome però il bruxismo non dà dei veri e propri sintomi, è una questione che spesso viene presa un po’ sotto gamba. L’usura avviene molto lentamente nel corso dei mesi e degli anni, quindi il fatto di avere un dispositivo protettivo rallenta enormemente l’usura. Quanto alla usura chimica, quindi quella data dagli acidi, bisogna innanzitutto capire se si hanno dei fattori di rischio. Quindi se si segue una dieta vegana o vegetariana bisogna dirlo al dentista che consiglierà prodotti con cui si cerca di contrastare l’acidità. Lo stesso vale per il reflusso. Ci sono poi abitudini alimentari a cui fare attenzione. Ancora oggi vedo proposta su tante riviste come rimedio per detossificare e sentirsi bene l’acqua con il limone da bere al mattino. In realtà è un abitudine enormemente dannosa perché porta a corrodere alla velocità della luce lo smalto dei nostri denti. Occorre poi evitare tutte le bevande particolarmente acide come i soft drinks, gli energy drinks… Non è il drink una volta ogni tanto che fa la differenza ma è la frequenza di assunzione».
È utile usare dentifrici sbiancanti?
«Tutto ciò che possiamo trovare come prodotto da banco non è realmente sbiancante. La normativa europea ci dice che tutti quei prodotti possono contenere una percentuale della molecola che sbianca, che è il perossido di idrogeno, molto molto bassa. Quindi i dentifrici sbiancanti se la contengono ne hanno un quantitativo così basso che non è realmente sbiancante. Quello che però hanno molti di questi dentifrici è una abrasività leggermente più elevata rispetto ai dentifrici classici, per cui più che sbiancare, quindi togliere le macchie interne, smacchiano o prevengono la formazione di alcune macchie superficiali. Ma per chi ha già uno smalto consumato sono da evitare come la peste, perché anche una piccola abrasività su un dente già consumato crea chiaramente un problema. Insomma si rischia di andare ad acquistare dei prodotti che non cambieranno realmente il colore dei denti e che se utilizzati sul lungo periodo, magari abbinati a degli spazzolini con delle setole dure, possono piano piano rigare la superficie dello smalto, che a quel punto si macchia ancora più velocemente».
Che dentifricio usare allora?
«Se si vuole mantenere il bianco naturale, sicuramente dentifrici che siano remineralizzanti. Ci sono varie mousse, che al termine dell’utilizzo danno peraltro anche un effetto illuminante. Ma non sbiancante. L’unico trattamento sbiancante è dal dentista o dall’igienista dentale. Poi ci sono dei dentifrici sbiancanti per mantenere il risultato ottenuto, ma non sono prodotti che si utilizzano quotidianamente, si fanno dei cicli oppure vengono utilizzati tutto l’anno ma solo due volte a settimana. In ogni caso è sempre bene seguire il consiglio del proprio odontoiatra».
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