Il 9 marzo 2020 accade qualcosa che non era mai successo prima nella storia della Chiesa italiana. È un lunedì e il giorno prima si è celebrata la Messa. La parola «Covid» è ormai diventata di uso comune. Da qualche tempo il virus è considerato un’emergenza nazionale. Si prega indossando le mascherine e gli scambi della pace sono banditi.
Nessun contatto. Però almeno si continua ad andare in chiesa. Magari con qualche preoccupazione, ma lo si fa lo stesso. Dal 9 marzo, però, non è più possibile. Cosa accadde prima, e soprattutto perché si è arrivati a questa decisione, lo ha spiegato Walter Ricciardi, che all’epoca era consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza, durante la seduta della commissione Covid dell’8 luglio 2025. Ora, quel resoconto stenografico è stato desegretato dal presidente della commissione, Marco Lisei, ed è stato visionato dalla Verità. In esso, Ricciardi spiega che il governo non vorrebbe chiudere le chiese. Del resto, racconta, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha «un accordo con la Cei per tutelare e tenere in qualche modo ferma la religiosità, la fiducia da parte degli italiani nei confronti di questa cosa (che poi sarebbe la nostra fede, ndr)». A opporsi alla possibilità che le chiese restino aperte ai fedeli è soprattutto il consigliere di Speranza, che trova un’ottima sponda nel ministro della Salute. «Io dissi: te lo sconsiglio fortemente, perché tu devi tutelare la salute». Quella fisica, ovviamente, perché quella delle anime conta poco o nulla. «Dalla segreteria della presidenza del Consiglio mi chiamarono un po’ tutti», prosegue Ricciardi. «Rispondevo che lo ero perché ero sicuro che nel momento in cui ci fosse stata quella deroga, noi tecnici saremmo stati in grado di ricostruire – perché si chiama focolaio uniforme di trasmissione – da dove sarebbe stata originata la trasmissione».
Durante l’audizione, il consigliere di Speranza ricorda quei momenti con un certo imbarazzo, visto che, tra le altre cose, è un professore dell’università cattolica, un membro ordinario della Pontificia accademia per la vita e pure una firma di Avvenire. I vescovi sono furiosi per questa decisione. Dicono che nemmeno durante il fascismo i luoghi di culto sono stati chiusi. Durante il Covid invece sì. Anche perché, nella sua audizione, il consigliere di Speranza paragona questo morbo alla peste: «Analogamente a quanto successe […] – perché il meccanismo era lo stesso – le celebrazioni religiose divennero il focolaio di infezione più forte, perché la gente allora ovviamente non aveva cognizione di causa, si riuniva e si trasmetteva la malattia, poi ritornando nelle campagne la tornava a trasmettere».
Ricciardi temeva questo. Ed è il motivo per cui tenne la linea dura, scontrandosi in tv anche con un sacerdote, don Mimmo, che invece avrebbe voluto continuare a celebrare insieme ai suoi fedeli. Perché la fede, quando c’è di mezzo un virus che certamente è contagioso ma non è paragonabile alla peste, viene prima di tutto. Soprattutto prima delle ordinanze senza senso del governo. Il consigliere di Speranza è a Domenica In, ospite di Mara Venier. Del resto all’epoca i virologi erano tutti in tv. La conduttrice annuncia (è domenica 8 marzo) che «da domani non si può fare la Messa (sostanzialmente eravamo già in lockdown)», racconta Ricciardi, «perché le Messe non sono consentite». È a questo punto che don Mimmo non regge più: «Io la Messa la faccio lo stesso, non ho problemi a farlo, perché questi sono autoritari». L’addetto stampa dell’università cattolica sta guardando la Venier. Chiama il suo corrispettivo della Cei e gli dice che in tv sta andando «in onda una brutta scena, con un professore […] che polemizzava con un prete a proposito della libertà di celebrare la Messa». L’addetto stampa dei vescovi italiani chiama allora la Venier. «Un momento, un momento, c’è una comunicazione in diretta», dice la conduttrice. Ricciardi spiega al povero don Mimmo che la Messa continuerà a dirla, ma «sostanzialmente si potrà collegare da remoto». E così è stato.
Ma c’è di più. Perché la decisione del governo di abolire le Messe pubbliche aveva fatto imbufalire la Cei. La svolta, prosegue il consigliere di Speranza, arriva grazie a papa Francesco, che diede l’esempio celebrando da solo in san Pietro: «Fu emblematico nei confronti di tanti sacerdoti di tutto il mondo che quello era un momento in cui la pericolosità di essere contagiati da un virus e la certezza di esserlo nel momento in cui ci si aggregava sarebbero state deleterie per la salute pubbliche». E così siamo finiti tutti in lockdown spirituale. «Andate, la Messa è finita». Grazie a Ricciardi e al ministro Speranza.
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