A Niguarda, per sette lunghi mesi, l’emergenza di quel Capodanno a Crans-Montana non si è mai fermata.
Quando, poco dopo l’una e mezza del mattino del 1° gennaio, arrivò la telefonata della Regione Lombardia, il professor Franz Wilhelm Baruffaldi Preis aveva già le valigie pronte. Con la moglie stava per partire per l’Argentina. Quel viaggio non è mai cominciato. «Abbiamo disfatto tutto», ha raccontato mercoledì davanti alla Commissione Welfare e Salute di Palazzo Marino. Da quel momento, per il primario del Centro ustioni di Niguarda e per centinaia di professionisti dell’ospedale milanese, è iniziata una corsa che dura ancora oggi.
Più che un’audizione, quella andata in scena in Consiglio comunale è stata una testimonianza. Non il resoconto di una tragedia già consegnata agli atti, ma il racconto di ciò che accade quando le telecamere si spengono: i mesi trascorsi accanto ai sopravvissuti, le famiglie che dormono su una brandina, le medicazioni che richiedono ore, le complicanze che si susseguono, le cicatrici che resteranno.
«È stata una maxi-emergenza durata sette mesi», ha detto Baruffaldi Preis.

Per capire che cosa sia successo, però, bisogna tornare a quel locale ricavato in un rifugio antiatomico, nel Canton Vallese. In Svizzera, ha ricordato il professore, ogni edificio dispone di uno spazio di questo tipo. Quello di Crans-Montana era stato trasformato in una discoteca. Alle pareti, pannelli di polistirolo utilizzati per l’isolamento acustico. Poco dopo l’inizio del nuovo anno, le torce utilizzate durante i festeggiamenti entrarono in contatto con il materiale infiammabile. Poi il cosiddetto «flashover»: l’aria condizionata alimentò le fiamme e, in pochi istanti, il locale divenne una trappola.
Le ustioni, però, raccontano soltanto una parte della storia.
«La combustione del polistirolo produce sostanze altamente tossiche», ha spiegato il primario. Alcuni ragazzi, ha ricordato, sono stati ritrovati senza ustioni letali, ma morti a causa delle intossicazioni. Altri portano ancora oggi i segni di quei fumi.
Su ciò che accadde nei minuti successivi all’incendio, Baruffaldi Preis è stato prudente. «Nessuno ci ha chiesto di fare gli investigatori», ha precisato. Ma osservando le ferite, il personale di Niguarda si è fatto un’idea: molti ragazzi potrebbero essere caduti mentre cercavano di raggiungere le uscite, travolti dalla calca e investiti dalla colata di materiale incandescente che precipitava dal soffitto.
«Il dorso di questi ragazzi era molto simile», ha raccontato mostrando alcune immagini ai consiglieri comunali. Una ragazza si salvò soltanto nei pochi centimetri di pelle coperti dal reggiseno. Un’altra, talmente gonfia da non poter essere riconosciuta, venne identificata dal fratello giorni dopo grazie allo smalto sulle unghie.
Quando i primi feriti arrivarono a Milano, la situazione era drammatica. Molti erano già intubati, alcuni sottoposti a tracheostomia, altri necessitavano di supporti avanzati per la respirazione. Per alcuni si rese necessario ricorrere all’Ecmo, la circolazione extracorporea che permette di ossigenare il sangue quando i polmoni non sono più in grado di farlo.
Ma la prima difficoltà fu persino capire dove si trovassero.
I feriti erano stati distribuiti in diversi ospedali svizzeri. Così Niguarda organizzò una squadra composta da anestesisti, chirurghi, infermieri e fisioterapisti per raggiungerli direttamente, oltre agli psicologi e al lavoro della terapia intensiva diretta dal professor Giampaolo Domenico Casella. «Non aspettammo che arrivassero da noi. Andammo a cercarli», ha raccontato Baruffaldi Preis.
Alla fine furono dodici i ragazzi trasferiti a Milano, nonostante le indicazioni iniziali prevedessero numeri inferiori. «All’epoca non sapevamo quanti fossero i pazienti. Ne abbiamo presi quanti potevamo accogliere, perché era l’unico modo per salvarli».
Dietro quei dodici numeri, però, c’era un lavoro difficile persino da immaginare. Più di 90 interventi chirurgici nei primi mesi. Centinaia di punti di sutura per singola operazione. Oltre 25 mila centimetri quadrati di cute provenienti dalla banca dei tessuti utilizzati per coprire le ferite. Medicazioni quotidiane da due o tre ore.
«Quando un paziente mi chiede quanti punti gli ho dato dopo un intervento, gli rispondo sei. Se vedo che non è convinto, aggiungo: sei esterni, poi ci sono quelli interni», ha raccontato con una punta di ironia. «Questi ragazzi ne hanno avuti 300 o 400 a intervento».
E poi c’è tutto quello che non si vede.
Baruffaldi Preis ha raccontato dei neuropsichiatri chiamati ad accompagnare il risveglio dei pazienti dal coma farmacologico, delle parole da scegliere con attenzione per spiegare a un ragazzo che alcune ferite potrebbero essere permanenti, delle famiglie che per mesi hanno vissuto nell’attesa.
«I primi due o tre mesi non sapevano se i loro figli sarebbero sopravvissuti», ha ricordato. «Da sei mesi vivono su una brandina accanto a loro».
Ci sono stati momenti in cui anche i medici si sono trovati davanti a situazioni estreme. Pazienti arrivati a pesare 40 chili dopo essere partiti da 90. «Andavano incontro a una sorta di autocannibalismo», ha spiegato il professore, descrivendo quella condizione in cui il corpo, sottoposto a uno stress enorme, finisce per consumare se stesso.

In quei giorni, però, Niguarda ha visto anche altro.
Gli specializzandi di Chirurgia plastica richiamati dalle vacanze natalizie. Gli infermieri rimasti in reparto ben oltre il proprio turno. Gli ausiliari, i fisioterapisti, gli psicologi. «Nessuno ha guardato l’orologio», ha detto Baruffaldi Preis.
Fuori dall’ospedale, intanto, si muoveva Milano. Associazioni, raccolte fondi, iniziative nelle scuole, comunità che cercavano di dare una risposta a una tragedia che aveva colpito ragazzi poco più che maggiorenni.
Eppure, ha avvertito il primario, il rischio è che il tempo faccia il suo corso e che l’attenzione si spenga prima che finisca la battaglia più lunga: quella del ritorno alla vita.
Per molti di loro il percorso è appena iniziato. Guaine compressive, creme, silicone, fisioterapia, massaggi, controlli continui. Cure costose che accompagneranno i pazienti ancora per anni.
Per questo Baruffaldi Preis continua a chiedere che le conseguenze delle grandi ustioni vengano riconosciute come una patologia cronica, con percorsi dedicati e un sostegno concreto alle famiglie.
Alla fine dell’audizione, dopo aver parlato di organizzazione sanitaria, prevenzione e maxi-emergenze, il professore ha lasciato emergere una riflessione più personale. Mancano circa tre anni alla pensione e il suo obiettivo, ha spiegato, non è soltanto formare nuovi specialisti.
«Vorrei lasciare dei ragazzi che abbiano la capacità tecnica di fare questo lavoro, ma soprattutto l’umanità per continuarlo».
Forse è questa la frase che meglio riassume ciò che è accaduto a Niguarda negli ultimi sette mesi. Perché il Capodanno di Crans-Montana non è stato soltanto una prova per un ospedale. È stato un promemoria, doloroso e necessario, di ciò che tiene in piedi la sanità pubblica quando tutto il resto sembra crollare: persone che, davanti a una telefonata nel cuore della notte, disfano una valigia e restano.