Venticinque medici: tanto basta per incendiare il dibattito politico. Eppure, secondo Alice Buonguerrieri, avvocato e deputato di Fratelli d’Italia, prima firmataria dell’emendamento sul reintegro dei medici radiati durante il Covid, la domanda da porsi è un’altra: possibile che una parte del Paese (quella incarognita dal fatto che, col passare degli anni, alcune certezze della narrazione pandemica stiano mostrando più di una crepa, diciamo noi) continui ad accapigliarsi su 25 professionisti mentre sulla gestione della pandemia, sui suoi errori e sulle sue responsabilità, il silenzio continui ad essere così assordante? È questo il paradosso che Buonguerrieri, intervistata dalla Verità, mette sul tavolo.
A leggere i retroscena degli ultimi giorni sembrava che il suo emendamento fosse finito in un binario morto. Che il Quirinale avesse storto il naso, che serpeggiassero dubbi, che qualcuno stesse già cercando una via d’uscita. Si è parlato di «stallo», raccontato nelle ultime ore come se l’emendamento fosse ormai destinato a finire in un cassetto. «Nulla di tutto questo», è la replica, secca, della deputata, che è anche capogruppo Fdi in commissione Covid, «non c’è alcuno stallo». Il provvedimento è uscito dall’ordine del giorno della Commissione Affari Sociali, sì, ma per ragioni che nulla hanno a che vedere con l’emendamento. «Qualcuno lo racconta strumentalmente, ma non è così: la commissione sta semplicemente attendendo i pareri consultivi del Mef sul provvedimento generale, ecco perché è temporaneamente fermo». Da qui la seconda smentita: non c’è alcuna «frattura» nella maggioranza. Anzi: la parlamentare ricorda che il testo è stato votato da tutti i partiti del centrodestra in commissione «e nessuno ha sollevato questioni», né prima, né dopo il voto in commissione. E dai corridoi di Palazzo Chigi giunge voce che neanche Giorgia Meloni abbia intenzione di arretrare di un passo. Insomma, i mal di pancia, se esistono, sembrano vivere soprattutto nei wishful thinking dei retroscenisti di alcuni quotidiani.
Naturalmente il convitato di pietra resta il Quirinale: da giorni si rincorrono indiscrezioni su presunte perplessità del Colle nei confronti della norma. Buonguerrieri, però, si guarda bene dall’alimentarle. «Io non sono a conoscenza di veti e non mi sento di commentare il presidente della Repubblica». Le indiscrezioni, dice, restano tali. «Sono notizie che non ho ufficialmente, se non per lettura di quotidiani, peraltro di parte». Una linea rispettosa, che però non modifica di un millimetro la convinzione politica di fondo: Fratelli d’Italia non intende fare marcia indietro, «il provvedimento andrà avanti». Anche perché, al netto dei retroscena e delle indiscrezioni, il punto per Buonguerrieri non è tanto la sorte di un emendamento quanto il principio che quel testo vuole affermare, ossia la chiusura definitiva di quella che definisce una «caccia alle streghe» contro medici, infermieri e operatori sanitari che durante la pandemia hanno lavorato, dice, «in scienza e coscienza, che è l’unica stella polare che i medici devono continuare ad avere e dovevano avere anche in tempo Covid». Un principio che, secondo la deputata, il centrodestra ha già iniziato a riaffermare con il reintegro dei sanitari sospesi e che ora intende completare affrontando il tema delle radiazioni. E che, soprattutto, smentisce la tesi secondo cui l’iniziativa sarebbe un’operazione di consenso. «Ma davvero qualcuno pensa che tutto questo serva a raccogliere voti? Stiamo parlando di circa 25 medici».
Una quantità che, secondo la deputata, basta da sola a smentire chi vuol leggere strumentalmente l’iniziativa come una «grancassa elettorale». Ma se davvero i destinatari del provvedimento sono poche persone, osserva Buonguerrieri, viene spontaneo chiedersi dove sarebbe tutto questo gigantesco bacino elettorale. «È una questione di principio», ribadisce. Libertà di scienza, libertà di coscienza e libertà del medico di curare secondo le proprie convinzioni professionali.
Da qui anche la stoccata alle opposizioni: da una parte, sostiene, chi ha governato gli anni del Covid ha preteso e ottenuto uno scudo che difficilmente consentirà di accertare eventuali responsabilità personali; dall’altra, gli stessi partiti continuano a combattere una battaglia politica contro un emendamento che riguarda pochi medici radiati dagli Ordini professionali. Una sproporzione che, agli occhi di Fdi, racconta molto più della polemica di questi giorni. «Quella sinistra che ai tempi si è scudata sotto il profilo penale, erariale e dell’anticorruzione, e quindi non risponderà probabilmente mai dei fatti gravi che stanno emergendo anche dai lavori della commissione Covid, continua a perseguitare medici, infermieri e operatori sanitari che hanno combattuto il virus in prima linea e che hanno salvato vite». Tradotto: per alcuni nessun conto da pagare, per altri la gogna continua. È questo il principio politico che Fdi rivendica e che, assicura Buonguerrieri, non intende abbandonare: «Andremo avanti, gli italiani possono starne certi».
La riammissione non mina gli Ordini ed è compatibile con la Costituzione
L’emendamento 7.01, a prima firma dell’onorevole Alice Buonguerrieri (Fratelli d’Italia), è stato approvato dalla Commissione parlamentare permanente Affari sociali della Camera dei deputati durante l’esame del disegno di legge delega sulle professioni sanitarie e sulla responsabilità professionale (A.c. n. 2700). La proposta, com’è noto, inserisce nel d.P.R. 5 aprile 1950, n. 221, un articolo, il 42-bis, che consente al sanitario radiato per fatti non dolosi connessi alla pandemia di chiedere la reiscrizione all’albo entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, purché sia ancora pendente il ricorso davanti alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie.
Se la radiazione, invece, dipende da una condanna penale, resta necessaria la riabilitazione. Ora, l’emendamento non cancella le sanzioni già eseguite, non riconosce risarcimenti e non dispone d’ufficio il ritorno nell’albo, limitandosi ad aprire una procedura straordinaria, individuale e sottoposta a verifica. A riguardo, il presidente della Repubblica pro tempore, Sergio Mattarella, pur non inviando alcun messaggio formale ai due rami del Parlamento ai sensi dell’art. 74 della Costituzione vigente, ha avviato alcune interlocuzioni informali evidenziando possibili perplessità che costituirebbero un presupposto per l’esercizio del potere di rinvio in occasione della promulgazione. In assenza di elementi più specifici e alla luce di alcune criticità avanzate dalla FNOMCeO, è probabile che i rilievi attengano ai profili dell’eguaglianza, della tutela della salute, dell’autonomia degli Ordini e della stabilità delle decisioni disciplinari. Assumendo che siano stati prospettati, non sembrano, tuttavia, fondare seri dubbi di costituzionalità. L’art. 3 del Testo fondamentale non vieta discipline diverse per situazioni diverse, purché la scelta del legislatore sia ragionevole. Sul punto, è bene ricordare che la pandemia ha costituito una condizione eccezionale, segnata da incertezza scientifica, carenze organizzative e rapidi mutamenti nelle indicazioni sanitarie. Lo stesso legislatore, con l’articolo 3-bis del decreto-legge n. 44/2021, ha già attribuito rilievo a quel contesto nel delimitare la responsabilità penale sanitaria. Consentire, allora, un riesame disciplinare non significa in alcun modo creare un privilegio, ma riconoscere che fatti maturati in condizioni straordinarie possono ricevere una nuova valutazione, senza automatismi, né cancellazioni retroattive. Neppure l’art. 32 della Costituzione impone che la radiazione sia definitiva. La tutela della salute, infatti, richiede un controllo rigoroso sull’idoneità professionale, non la perpetuità della sanzione. Del resto, l’art. 50 del d.P.R. n. 221/1950 già ammette, a determinate condizioni, la reiscrizione del sanitario radiato dopo 5 anni. L’emendamento non introduce, quindi, un principio estraneo all’ordinamento, ma una disciplina speciale per una vicenda eccezionale, lasciando intatto il giudizio sui requisiti necessari per tornare a esercitare la professione medica. Anche l’autonomia degli Ordini non può essere opposta alle Camere. Questi (gli Ordini) sono enti pubblici istituiti dalla legge per garantire il corretto esercizio della professione e la fiducia della collettività. La loro autonomia, però, non equivale a una sovranità separata, poiché spetta sempre al legislatore statale definire presupposti e procedure della reiscrizione, purché resti effettiva la verifica individuale. Da ultimo, non viene lesa neppure la certezza del diritto, dal momento che la disposizione normativa contenuta nell’emendamento non annulla le radiazioni, non modifica
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