barbara arianna borelli fitness
Nel riquadro, Barbara Arianna Borelli

Barbara Arianna Borelli è cresciuta tra panche, bilancieri e macchine cromate. Suo padre Adriano aprì nel 1963 lo Sporting Club Leonardo da Vinci, una delle prime palestre italiane, quando la parola «fitness» non era ancora entrata nel linguaggio comune. Negli anni Novanta avrebbe poi fondato Issa Italia, oggi Issa Europe, scuola di formazione per personal trainer e professionisti dell’attività fisica.

Suo padre fu uno dei pionieri del fitness in Italia. Come cominciò?

«Contro la volontà della famiglia. Mio nonno avrebbe preferito per lui un lavoro tradizionale e sicuro, mentre mio padre voleva fare qualcosa di completamente diverso. Dopo la scuola da elettrotecnico aveva iniziato ad allenarsi e a seguire alcuni ragazzi nella preparazione per il calcio. Parliamo di un’Italia nella quale la cultura fisica era ancora agli albori. All’epoca si parlava di “ginnastica correttiva”, un’espressione che può sembrare antica ma che, a pensarci bene, è modernissima: l’attività fisica dovrebbe correggere gli squilibri e riportare il corpo alla massima efficienza possibile».

Da dove nasceva la sua passione?

«Dal cinema e dalla televisione. Rimase folgorato da Steve Reeves, l’attore che interpretava Ercole nei film mitologici. Si cominciava a parlare di cultura fisica, ma non esisteva ancora un vero metodo. Ci si allenava in maniera piuttosto empirica, procedendo per tentativi».

Nel 1963 aprì lo Sporting Club Leonardo da Vinci.

«La prima sede era in via Varanini, a Milano. Nel 1971 la palestra si trasferì in via Natale Battaglia, dove si trova ancora oggi. I primi macchinari furono costruiti appositamente da un artigiano, Fattori, anche lui un pioniere. Alcune di quelle attrezzature esistono ancora e funzionano perfettamente. Sono macchine bellissime, cromate: sostituiamo le parti soggette a usura, ma la struttura è rimasta quella originale».

Quando vostro padre comprese che le palestre avrebbero cambiato le abitudini degli italiani?

«Fu un’evoluzione graduale. L’Italia stava cambiando: si cominciava ad andare al mare, a scoprirsi e a mostrare maggiormente il corpo. Negli anni successivi sarebbe esplosa la cultura del fisico e la palestra sarebbe diventata anche un luogo di socializzazione e perché no, per rimorchiare. È rimasta ancora oggi un ambiente nel quale, almeno per il tempo dell’allenamento, si diventa tutti uguali. Si lasciano negli spogliatoi gli abiti, le divise e i ruoli professionali».

Ricorda qualche episodio particolare?

«Una ventina di anni fa potevano allenarsi contemporaneamente nella nostra palestra alcuni uomini della Direzione investigativa antimafia, il cosiddetto “pittore del Papa” e qualche personaggio molto meno raccomandabile. Era un’immagine quasi surreale: l’acqua santa e il diavolo nella stessa sala pesi. Ma in quel momento erano semplicemente persone che si allenavano. È una delle forze della palestra: per un’ora cadono le gerarchie e le etichette».

Lei quando si è appassionata al fitness?

«Sono nata e cresciuta in questo ambiente: per me l’attività fisica è stata cultura fin dall’infanzia. Mi alleno soprattutto perché la palestra è funzionale allo sport che pratico a livello agonistico, il dressage. È una disciplina ad alto impatto, che richiede una grande preparazione. Servono una schiena forte, stabilità del core, coordinazione e resistenza».

L’allenamento le serve anche nella vita professionale?

«Certamente. Devo poter praticare uno sport agonistico e poi continuare a essere efficiente nel lavoro: prendere treni, viaggiare, affrontare riunioni e mantenere il cervello lucido. Il fitness non è più soltanto quello del boom degli anni Ottanta, quando ci si allenava per avere un bel fisico e farsi notare. Oggi sta diventando una medicina alla portata di tutti, utile a conservare sia l’efficienza fisica sia quella cerebrale. Le due dimensioni procedono insieme».

Come si passò dalla palestra alla formazione dei professionisti?

«Mio padre capì che, oltre ad allenare le persone, bisognava creare cultura. Non conosceva l’inglese, ma aveva compreso che le informazioni più avanzate arrivavano dagli Stati Uniti. Cominciò a studiarlo e ad abbonarsi alle riviste americane. Leggeva continuamente. A un certo punto disse: “Dobbiamo aprire una casa editrice, pubblicare un journal e tradurre i libri”. Nacque così la rivista Fitness & Sport. Un Natale mia madre e mia sorella gli regalarono un libro di Frederick Hatfield, conosciuto come “Dr. Squat”. Mio padre lo lesse e volle immediatamente contattarlo. Hatfield aveva codificato un metodo scientifico di allenamento e sosteneva che non ci si potesse allenare in modo approssimativo. I due divennero amici e nel 1997 nacque Issa Italia, oggi Issa Europe».

Come è cambiato il significato dell’allenamento nel corso dei decenni?

«Negli anni Sessanta e Settanta ci si allenava soprattutto per diventare più forti. Negli anni Ottanta per costruire e mostrare un bel fisico. Negli anni Novanta si è cominciato a comprendere che l’attività fisica serviva a stare bene e a prevenire molte patologie. Oggi ci alleniamo per vivere più a lungo, ma soprattutto per vivere più a lungo in maniera efficiente. Non si tratta semplicemente di aggiungere anni alla propria esistenza: bisogna conservare autonomia, lucidità e capacità di muoversi».

L’attività fisica può davvero cambiare la vecchiaia?

«Moltissimo. Ci sono persone che utilizzano il deambulatore, le stampelle o la sedia a rotelle anche perché hanno perso una quantità enorme di forza muscolare. Abbiamo seguito casi nei quali, recuperando gradualmente la forza, le persone hanno ricominciato a camminare e a essere più indipendenti. Questo significa non dipendere completamente dalla famiglia o dalla badante. Dobbiamo spostare l’attenzione dalla sola medicalizzazione alla prevenzione. I farmaci sono indispensabili quando servono, ma non possiamo pensare di risolvere tutto con una pillola. Bisogna continuare a muoversi, mantenere la forza, alimentarsi correttamente e recuperare».

Negli ultimi anni si parla molto di longevità. È possibile arrivare oltre i cento anni in buone condizioni?

«Esistono luoghi, dalla Barbagia ad Okinawa, Nicoya, Icaria e Loma Linda, nei quali troviamo molti centenari e ultracentenari ancora attivi. Sono persone che continuano a muoversi, hanno un’alimentazione regolare, recuperano e mantengono una vita sociale autentica. Magari bevono anche il loro bicchiere di vino, ma non conducono una vita fatta di eccessi continui. I pilastri sono quattro: movimento, alimentazione, recupero e socialità. Socialità, non social network. L’essere umano ha bisogno di vivere in maniera tridimensionale: guardandosi negli occhi, parlando, toccandosi e abbracciandosi».

Quale dovrebbe essere l’obiettivo della longevità?

«Rimanere al massimo dell’efficienza consentita dal nostro corpo, dall’età e dalle nostre condizioni, riducendo il più possibile la fase del declino. Non dobbiamo trascinare il corpo il più a lungo possibile, diventando un peso per noi stessi e per le persone care. Dobbiamo cercare di conservare autonomia e dignità».

Negli ultimi anni sono nate grandi catene e palestre sempre più estese. È meglio una grande struttura o una palestra più piccola?

«La questione centrale non è la dimensione della palestra, ma la persona alla quale ci affidiamo. Quando scegliamo un coach, un personal trainer o un istruttore, gli consegniamo il nostro corpo, la nostra salute e una parte del nostro benessere psicologico. È una responsabilità enorme. Il fattore umano rimane la componente più importante».

Perché diventa ancora più importante con l’avanzare dell’età?

«Da giovani il corpo perdona molto. Con il passare del tempo emergono problemi e squilibri. Un professionista deve sapere che il cliente magari è rimasto seduto otto ore alla scrivania, ha guidato nel traffico ed è arrivato in palestra con uno stato emotivo diverso rispetto al giorno precedente. Deve capire quando ha bisogno di essere spronato, quando deve decomprimere e quando necessita semplicemente di una pacca sulla spalla».

Le app e l’Intelligenza artificiale possono sostituire un allenatore?

«Possono essere strumenti molto utili. Ben venga anche l’applicazione che convince una persona sedentaria a fare qualche esercizio in casa: piuttosto che nulla, è già un primo passo. Ma spesso ci si rende conto che l’applicazione non basta. Serve una persona competente, capace di interpretare i dati, osservare i movimenti e comprendere gli stati d’animo. La tecnologia aiuta, ma il fattore umano non può essere sostituito».

Esiste ancora scetticismo da parte del mondo medico?

«Dal 2018 abbiamo cominciato a proporre la nostra formazione anche al sistema medico-sanitario, per avvicinare due mondi rimasti troppo a lungo separati. Oggi molti medici comprendono il valore dell’attività fisica. Alla paziente con il mal di schiena e un forte sovrappeso, o al paziente iperteso con lo stesso problema, non si può prescrivere soltanto una pillola. La medicina cura, noi lavoriamo soprattutto sulla prevenzione e sul recupero dell’efficienza. Non è più pensabile che i due settori si guardino con diffidenza. Dopo una terapia oncologica, un intervento o un percorso riabilitativo, le persone devono continuare a muoversi e ad allenarsi, naturalmente nei limiti delle proprie condizioni».

Esistono ancora personal trainer improvvisati?

«Sì. La pandemia ha fatto capire quanto sia importante l’attività fisica, ma ha anche favorito la nascita di un sottobosco di trainer e guru senza una preparazione adeguata. Alcuni hanno scelto di formarsi seriamente; altri hanno capito che non era il loro mestiere. Le bugie, però, hanno le gambe corte».

Qual è oggi la sua preoccupazione maggiore?

«La sedentarietà e l’aumento di sovrappeso e obesità, soprattutto tra bambini e ragazzi. Smartphone e mancanza di movimento aggravano il problema. Educare all’attività fisica significa offrire uno strumento per vivere più sani, autonomi e liberi».

Da non perdere