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Anthony Fauci, ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, durante un'audizione della Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato a Washington (Getty Images)

«Su consiglio del mio legale, mi appello al Quinto emendamento»: Anthony Fauci ieri l’ha ripetuto per tutta l’audizione davanti al Congresso americano, come un disco rotto.

Negli Stati Uniti, «taking the Fifth» vuol dire rifiutarsi di rispondere alle domande. E così ha fatto l’ex consigliere scientifico della Casa Bianca: domanda, risposta, domanda, stessa risposta, ancora una domanda, ancora la stessa formula. «Che giorno è oggi?», provoca un senatore, ma la risposta è sempre quella: «Mi appello al Quinto emendamento».

Alla fine le invocazioni saranno 111: più che un’audizione, un metronomo. Il giochino, però, è costato a Fauci un’accusa di oltraggio al Congresso (che verrà messa ai voti), come annunciato dal senatore Rand Paul, presidente della commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi (Hsgac) che ha convocato ieri la sua audizione per fare luce sulla gestione pandemica made in Usa.

L’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) inizia la deposizione ricordando i suoi 54 anni al National Institutes of Health (Nih) e le oltre duecento audizioni davanti al Congresso, poi accusa Paul di essere «ossessionato» dall’idea di incriminarlo e portarlo «alla sbarra». La replica di Rand Paul, però, è il vero atto d’accusa della giornata: il senatore repubblicano del Kentucky rimette sul tavolo tutto ciò che divide l’America (e il resto del mondo, a cominciare dall’Italia) dal 2020: lockdown, scuole chiuse, obblighi vaccinali, libertà individuali e soprattutto l’origine del virus. Secondo Paul, Fauci non ha firmato quelle decisioni, ma ne è stato il timbro scientifico: sapeva più di quanto abbia raccontato?

Da quel momento il confronto diventa un fuoco di fila. Il democratico Gary Peters difende Fauci, ricorda il ruolo svolto nello sviluppo dei vaccini e accusa i repubblicani di usare la pandemia come terreno di scontro politico. Ma è una parentesi destinata a durare poco: Ron Johnson perde rapidamente la pazienza e definisce inaccettabile il silenzio dell’ex immunologo; annuncia che lavorerà per ottenere un subpoena, un mandato di comparizione che possa costringerlo a rispondere alle domande del Congresso.

Un annuncio che fotografa meglio di qualsiasi dichiarazione il clima dell’audizione. Ashley Moody, ex procuratrice generale della Florida, arriva con un’arma in più: i diari personali di Fauci appena resi pubblici. Legge i passaggi in cui l’immunologo definiva il governatore Ron DeSantis «un completo idiota» e «una disgrazia» per essersi opposto alle linee guida federali. Moody ribalta quella narrazione, ricorda il rapporto del grand jury della Florida che ha difeso la strategia antilockdown dello Stato e conclude che il vero lascito della pandemia è la perdita di fiducia nelle istituzioni sanitarie.

Il repubblicano Rick Scott concentra invece il fuoco sul rapporto tra Fauci e David Morens, suo storico collaboratore oggi incriminato per aver occultato documenti federali, ma anche questa volta la risposta non arriva: Quinto emendamento.

Il colpo più spettacolare lo riserva il repubblicano Josh Hawley. «Nulla grida “onestà” come invocare il Quinto emendamento», esordisce con sarcasmo. Poi affonda: ricorda a Fauci di essere già stato graziato e sostiene che il problema non sia giuridico, ma morale. «Lei non vuole rispondere alle domande perché durante la pandemia si è arricchito mentre la gente moriva». È la frase più dura dell’intera audizione.

Fauci ascolta, prende appunti ma torna sempre lì. «Su consiglio del mio legale…». Centoundici volte: una formula che finisce per oscurare tutto il resto. Per anni è stato il volto della scienza americana, oggi l’immagine che resta è quella di un pensionato ottuagenario che si nasconde dietro il silenzio.

Poche ore dopo arriva anche Donald Trump. Su Truth liquida come «folli» le idee di Fauci, rivendica di essersene progressivamente allontanato durante il suo primo mandato, ribadisce di aver sempre sostenuto l’origine del virus nel laboratorio di Wuhan («Fauci era fortemente in disaccordo, cercando sempre di proteggere la Cina») e accusa Joe Biden di averlo trasformato in «un re», affidandogli «un enorme potere distruttivo».

Se l’obiettivo dell’audizione era fare chiarezza, il risultato politico è un altro: l’uomo che per anni aveva chiesto agli americani di «fidarsi della scienza» è uscito dall’aula lasciando che fossero 111 richiami al Quinto emendamento a parlare al posto suo. Ed è forse questo il danno più grande, non soltanto per Tony Fauci, ma per la credibilità delle istituzioni scientifiche mondiali.

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Danneggiati ancora senza indennizzi. La scusa: «Mancano studi scientifici»

Andrea Sillo, presidente di «Persone in cammino»: «Noi lasciati completamente soli ad affrontare il calvario degli effetti collaterali da vaccini anti Covid». Lui, come tanti, ha referti medici ad attestare la correlazione.

«È giusto che cittadini che hanno aderito alla campagna vaccinale per senso civico, per continuare a lavorare e per poter continuare a far visita ai propri cari nelle residenze per anziani siano ancora oggi, a distanza di sei anni, abbandonati e lasciati completamente soli ad affrontare il lungo calvario dei danni da vaccino?».

Nelle parole di Andrea Sillo, presidente dell’associazione «Persone in cammino», traspare tutta l’amarezza di chi denuncia di aver ricevuto, ancora una volta, una porta chiusa in faccia. Come tanti altri associati anche Sillo ha presentato domanda di indennizzo ai sensi della legge 210 del 1992. Una legge vecchia e inadeguata, che necessita di una revisione sostanziale. La richiesta è stata respinta. Una prassi comune, come lo stesso Sillo denuncia da tempo. «La maggior parte dei nostri associati ha visto svanire la possibilità di ricevere un piccolo sostegno economico per quello che ha subito e che continua a vivere ogni giorno. Anche la motivazione del rigetto della mia richiesta è comune a molti: mancanza di studi scientifici. Tutto questo mi sembra una beffa».

Andrea Sillo infatti ha già la correlazione delle sue patologie con il vaccino certificata da diversi medici specialisti che hanno messo per scritto la relazione causale con pericardite, trombosi, sindrome disautonomica su base autoimmune e neuropatia delle piccole fibre. Condizioni che hanno stravolto la sua vita. Prima di quell’unica dose era completamente sano, giocava regolarmente a calcetto, lavorava senza problemi. Poi tutto è cambiato.

Ma la documentazione medica presentata alla Commissione medica ospedaliera militare non è bastata. Nel verbale, che prende in considerazione solo la neuropatia delle piccole fibre, tralasciando tutte le altre condizioni cliniche, si legge: «Non risultano esserci riferimenti a supporto dell’esistenza di un nesso causale tra la malattia e la vaccinazione anti Covid 19».

Senza studi scientifici non c’è indennizzo, eppure proprio questa mancanza era una delle clausole che l’Unione europea ha accettato firmando il contratto di acquisto dei vaccini. In quello del 2020 riguardante le dosi Pfizer, per esempio, all’articolo quattro è scritto chiaramente: «Gli effetti a lungo termine e gli effetti avversi del vaccino non sono attualmente conosciuti».

Quindi da un lato gli italiani sono stati costretti a iniettarsi un vaccino dagli effetti sconosciuti, dall’altro, quando questi effetti si sono manifestati, nessuno ha preso in carico la loro sofferenza, nessuno ha deciso di studiarli. E ora proprio per la carenza di studi vengono persino rigettati gli indennizzi. Una vera beffa.

Ma non doveva essere compito dello Stato tutelare i danneggiati? «Penso che sia necessario un intervento diretto del ministro della Salute Orazio Schillaci», dice Andrea Sillo, «perché anche se presenterò ricorso contro il provvedimento di rigetto, io e la mia compagna Paola siamo ormai economicamente allo stremo. Per molte famiglie la scelta è diventata drammatica: utilizzare le poche risorse disponibili per le cure oppure affrontare anni di spese legali nel tentativo di ottenere il riconoscimento dei propri diritti».

Ora servono delle risposte, i danneggiati da vaccino non possono e non vogliono più aspettare, hanno bisogno di sapere quale sia davvero quello che lo Stato intende fare per i cittadini che hanno seguito le indicazioni delle istituzioni. È necessario un concreto intervento istituzionale affinché venga garantita una reale tutela ad Andrea e a tutte le persone che si trovano nella sua stessa condizione. «Qualora non dovessero emergere soluzioni concrete, come un percorso di tutela adeguato e la presa in carico da parte del Sistema sanitario nazionale, a causa della mia condizione di disabilità riconosciuta al 100% insorta dopo la vaccinazione e della mancanza di cure mirate, del mancato riconoscimento dei miei diritti e del peso che questa situazione continua ad avere sulla mia famiglia, valuterò il ricorso al percorso di morte assistita in Svizzera».

Una decisione estrema che Sillo dice di voler anche accompagnare dalla predisposizione di un testamento pubblico, qualora quella scelta diventasse l’unica via praticabile per porre fine al dolore in cui è costretto a vivere. Un documento che, nelle sue intenzioni, dovrebbe restare come testimonianza di una vicenda personale, ma anche collettiva: quella di persone che, da anni, denunciano sofferenza, mancanza di cure, assenza di riconoscimento e abbandono da parte delle istituzioni.

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