Entro fine ottobre sapremo se Palazzo Chigi impugnerà o meno la legge regionale del Veneto sul fine vita.
Il nodo dell’impugnazione per la legge fine vita in Veneto
Un quesito giuridicamente e politicamente interessante, visto che il governo ha portato alla Consulta due norme simili, ma con una differenza non da poco: quelle sfornate da Toscana e Sardegna provengono da amministrazioni politicamente divergenti rispetto a quella del governo centrale.
Cosa che non si può dire della norma fortemente voluta e rivendicata da Luca Zaia. Il che è uno dei motivi del forte dibattito apertosi dopo l’approvazione.
Vero è che l’ex governatore e i suoi colleghi in Consiglio hanno potuto fare tesoro proprio delle pronunce della Corte costituzionale sulle altre leggi regionali, ma il punto resta: Palazzo Chigi porterà davanti ai giudici un testo uscito da una delle più importanti Regioni governate dalla stessa coalizione che guida l’esecutivo nazionale?
L’ingerenza della Consulta e il ruolo del Parlamento
In attesa di sciogliere il nodo, al dibattito ha voluto partecipare con l’autorevolezza del ruolo e del curriculum l’ex presidente della Consulta, Silvana Sciarra, che ha concluso il suo incarico (di nomina parlamentare in quota Pd) meno di tre anni fa, approdando poi a un non fortunatissimo mandato alla guida della Scuola superiore della magistratura.
A Repubblica fornisce una utile indicazione della filosofia giuridica che ha animato la sua interpretazione del ruolo, rivendicando in pieno quella che molti considerano la grande anomalia da parte della Consulta sul cosiddetto caso Cappato: «Abbiamo segnato un cammino da percorrere», ha spiegato ieri a Concita Sannino sul quotidiano diretto da Stefano Cappellini.
La traccia è molto chiara: i giudici sono competenti e sensibili, riflettono, si documentano, e dicono al Parlamento cosa sia bene fare.
Se c’è un atto su tutti che incarna questa postura, è proprio l’ordinanza 207/2018, in cui – Sciarra presente – la Consulta diede un anno di tempo al Parlamento, al termine del quale (sentenza 242/2019, Sciarra presente) i giudici dettarono all’Aula i contenuti di una legge, creando un precedente piuttosto pesante.
Precedente, appunto, ora pienamente rivendicato: «La Corte aveva segnato un cammino da percorrere nella sua prima decisione e lo ha precisato nelle altre pronunce, assolvendo a un compito che non può eludere, in quanto giudice dei diritti».
Sulla definizione di «giudice dei diritti» per un organo che ha il compito – sulla Carta – di verificare l’aderenza o meno di una legge al dettato costituzionale, si potrebbe ovviamente eccepire, ma è un altro il passaggio davvero interessante.
Domanda: «Questa frammentazione è quindi il frutto di un fallimento della politica?». Risposta: «Non spetta a me parlare di fallimento, ma riscontrare l’assenza di un comune sentire nel luogo, il Parlamento, in cui devono essere esaltate capacità di sintesi da parte degli eletti».
Ecco, esattamente chi l’ha detto che in Parlamento ci debba essere un «comune sentire»? Se il sentire fosse comune, che senso avrebbe fare dei partiti, mettere le loro idee in competizione, chiedere i voti, comporre le inevitabili fazioni in regole che impediscono di risolvere i normali dissidi a colpi di bastone?
Non si sa. Del resto, anche l’intervistatrice ci mette del suo, quando chiede: «Se anche una Regione guidata dal centrodestra riesce ad elaborare una legge, significa che il Parlamento è ostaggio dei diktat della maggioranza?», non rendendosi forse conto che tratta una definizione elementare di democrazia (chi ha i voti vince) come una grave anomalia del sistema.
Le Regioni e le contraddizioni sulle competenze
La sintesi della Sciarra, un po’ forzata nel titolo («Dalle Regioni una lezione»), è comunque questa: «A mio parere, le Regioni lo hanno fatto (legiferare sul fine vita, ndr) nel pieno rispetto delle loro competenze. Mi pare un segno di vitalità, in cui prevale l’urgenza di fornire risposte».
Qui si apre una contraddizione abbastanza impressionante: entrambe le citate leggi regionali portate proprio alla Consulta sono state ampiamente censurate sia sul piano del merito sia su quello delle «competenze»: infatti sia la 204/2025 (Regione Toscana, Sciarra assente) sia la 148/2026 (Regione Sardegna, Sciarra assente) hanno ricordato agli enti locali, riferendosi a più di un articolo dei testi, questo punto: «La legislazione regionale, in riferimento a questi delicati bilanciamenti, che attengono essenzialmente alla materia dell’ordinamento civile e penale, non può pretendere di agire in via suppletiva della legislazione statale, neppure in via transitoria, per così dire “impossessandosi” dei principi ordinamentali individuati da questa Corte».
Le pretese dei Radicali: la democrazia dei diktat
L’ex presidente della stessa Corte, però, preferisce ricordare che «i costituenti evocano la spiritualità del clima in cui si svolgeva il loro confronto», e tanto dovrebbe fare il Parlamento seguendo il Veneto.
Questa evocazione poetica del soffio vitale delle assemblee regionali che spira fresco sulla morta gora dell’aula sorda e grigia ha toni incredibilmente simili a quelli usati ieri, con meno fumisterie, dai vertici dell’Associazione Luca Coscioni.
Marco Cappato e la sua sodale Filomena Gallo, infatti, hanno diramato un comunicato cui tutto si può imputare, ma non scarsa chiarezza: «La legge in discussione, se approvata, avrebbe l’effetto immediato di cancellare i diritti stabiliti dalla Corte costituzionale e le leggi regionali. Torniamo a chiedere al Parlamento di legiferare, ma chiediamo che sia ritirata la proposta “Zanettin-Zurlo” (quella depositata dalla maggioranza, che non ha al momento raccolto i voti necessari, ndr) e che si adotti come testo base la nostra legge di iniziativa popolare».
C’è un ammirevole candore in questa impostazione che accomuna l’ex presidente della Corte e il battagliero radicale: la democrazia, stringi stringi, è fare quello che dicono loro. Il Parlamento sovrano veda di inchinarsi.
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