E così siamo alle seconda Regione governata dal centrodestra in cui – per legge o di fatto – il suicidio assistito diventa possibile. Curiosamente, in entrambi i casi questa possibilità non è certo derivata da un plebiscito, da una scelta programmatica o da una volontà politica fortemente condivisa dai partiti e dalla popolazione. In Lombardia, lo ricordiamo, il Consiglio regionale ha addirittura votato a maggioranza per non produrre una norma regionale sul fine vita.
I radicali hanno impugnato davanti al Tar questa decisione e il tribunale ha dato ragione al consiglio regionale. Nonostante ciò, per volontà dell’assessore Guido Bertolaso, molto gradito a Forza Italia, e del governatore Attilio Fontana, leghista, sono state emanate delle linee guida che hanno consentito al sistema sanitario di procedere in totale autonomia alla soppressione di un malato.
In Veneto è andata diversamente, ma non troppo. La legge regionale sul fine vita è stata fortemente voluta da Luca Zaia e alla fine è passata con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni. A favore hanno votato i partiti di sinistra, la maggioranza dei leghisti e buona parte di Forza Italia.
Fratelli d’Italia ha rigettato in blocco la proposta, qualche azzurro si è astenuto. A questo punto si potrebbe ragionevolmente proporre un discorso valoriale, ci si potrebbe cioè chiedere per quale motivo un cattolico o un conservatore dovrebbero votare il centrodestra se poi approva e in qualche caso perfino sponsorizza le proposte che vengono da sinistra, e dai radicali in particolare.
Il problema è che, nei casi di Lombardia e Veneto, il suddetto discorso valoriale è del tutto subordinato o comunque trascurato in virtù di altre priorità di natura strettamente politica. Ovvero gli equilibri fra schieramenti o – peggio – le lotte intestine ai partiti. È forse opportuno, stando così le cose, mettere in fila qualche osservazione.
Centrodestra e suicidio assistito: il dietrofront rispetto alla linea di Berlusconi
La prima è che il fine vita non è previsto dal programma del centrodestra a livello nazionale. Non lo è oggi che governa la cosiddetta «destra-destra» ma non lo era nemmeno ai tempi del liberale Silvio Berlusconi. Il quale, a dispetto delle posizioni ora espresse da Forza Italia, chiarì la sua posizione parlando ad Avvenire nel 2022.
Citando implicitamente Augusto Del Noce, il Cavaliere dichiarava che «il programma del Pd ne conferma la trasformazione in un partito radicale di massa. Matteo Renzi premier ha fatto le unioni civili, anticamera della legge Zan, e la legge sul biotestamento, anticamera della legge sul suicidio assistito, tutte sostenute dal Pd in questa legislatura.
Noi su questi temi abbiamo sempre votato contro». A quanto pare l’aria è molto cambiata in soli quattro anni. In ogni caso, non risulta che l’alleanza di governo, al momento di farsi votare, abbia proposto agli elettori una norma sul suicidio assistito. Non risulta nemmeno che sia stato organizzato un referendum sul tema.
Analogo discorso a livello regionale: in Veneto era nel programma la legge sul fine vita? Non sembra. E a dirla tutta non pare nemmeno che ci fossero particolari urgenze dettate dalla stretta attualità o da un comune e manifesto sentire del corpo elettorale.
Fine vita, perché Lombardia e Veneto hanno anticipato il Parlamento
A guardare sondaggi, interviste e inchieste sul territorio pare piuttosto che la Lombardia e, soprattutto, il Veneto abbiano altre priorità che non la morte di Stato. E allora di nuovo emerge con una certa forza la domanda: perché farsi dettare l’agenda dalla associazione Coscioni, dal Pd o dalle forze di opposizione? Vogliamo accuratamente evitare, lo abbiamo premesso, di farne una questione strettamente valoriale: il ragionamento prescinde dalla nostra posizione. Il vero tema, lo ribadiamo, è politico.
Se gli elettori non si sono espressi o, addirittura, hanno scelto rappresentanti esplicitamente contrari al suicidio assistito, perché approvarlo o sdoganarlo surrettiziamente?
Giusto ieri Attilio Fontana ha dichiarato che sul suicidio assistito serve una legge nazionale ma al contempo ha rivendicato la sua scelta di emanare linee guida in assenza pur in assenza di una norma.
Come se non bastasse, ha affermato platealmente che, nei fatti, la Lombardia ha seguito lo stesso percorso del Veneto. Fa piacere saperlo, ma resta una domanda inevasa: chi ha legittimato la giunta regionale ad agire così? Perché la popolazione lombarda non lo ha fatto, e non è un dettaglio da poco.
Il fine vita è un tema estremamente complesso e sfaccettato, che prima di essere affrontato merita un dibattito chiaro e approfondito. I radicali, e va a loro merito, hanno una posizione netta e motivata.
Consulta e Tar: il nodo della competenza nazionale sul fine vita
Ma ci sono anche fior di associazioni cattoliche e non solo che ne hanno una di segno avverso altrettanto chiara e retta da solidissime ragioni. Il luogo per discutere di tutto ciò è il Parlamento e in qualche modo lo sostiene la stessa Consulta che pure ha spinto per una norma nazionale sul fine vita.
Lo dimostra anche la decisione del Tar sul caso lombardo: le Regioni hanno tutto il diritto di non esprimersi perché il tema tocca, appunto, ambiti di rilevanza nazionale.
Non a caso le leggi regionali finora emanate qualche dubbio di costituzionalità lo hanno suscitato. Se il Parlamento, che è per eccellenza il luogo in cui la voce del popolo deve risuonare, continua a tacere, davvero un Consiglio regionale è più titolato a esprimersi? Sia chiaro: non fare una legge non significa «lasciare un vuoto legislativo»: significa scegliere consapevolmente una posizione.
Centrodestra spaccato sul suicidio assistito: libertà di coscienza o guerra interna?
Infine, l’ultimo punto, forse il più pregnante. Il centrodestra si è evidentemente spaccato sul fine vita. E da una certa prospettiva potrebbe anche essere il segno di una grande libertà di coscienza e di azione.
Oppure, più tristemente, queste fratture potrebbero essere il risultato di alcune fughe in avanti che non originano (o originano solo parzialmente) da profonde e motivate convinzioni o da posture etiche e valoriali. La sensazione è che queste presunte aperture etiche siano piuttosto uno strumento che qualcuno utilizza per distinguersi – nei partiti e nella coalizione – da leader ritenuti in declino o da figure fastidiosamente emergenti.
Ci sta, si chiama fare politica. Ma attenzione: se per distinguersi da qualcuno a destra ci si rende indistinguibili dalla sinistra, forse la strada imboccata non è la migliore né la più intelligente. O è, semplicemente, un’altra forma di suicidio assistito politico.
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