«Chi ha paura non pensa». Speranza ha nostalgia del governo del terrore
Roberto Speranza (Ansa)


Roberto Speranza è molto preoccupato. E perciò ha appena scritto un nuovo libro. Si intitola La nostra sicurezza (Solferino) e lo ha persino pubblicato al primo colpo, cosa che per lui è inedita visto che una precedente fatica editoriale – Perché guariremo – fu bloccata da lui stesso (che se ne vergognava) e ritirata appena giunta sugli scaffali, poi ripubblicata diverso tempo dopo con qualche aggiunta.

Stavolta invece fuori tutto subito: con l’esperienza si migliora. L’ex ministro della Salute regala emozioni fin dall’introduzione, dove spiega che «è il tempo della paura. E con essa cresce la domanda di sicurezza e di protezione da parte di tutti. Di questo dobbiamo farci carico. E servirà molto coraggio». Curioso incipit: se questi sono i giorni della paura, quelli in cui lui governava spargendo terrore e sigillando in casa le persone per timore di contagi che cosa erano?

Speranza tuttavia continua convinto: «Vengono i brividi, a pensarci bene», scrive. «Sono colpiti e indeboliti i pilastri della nostra casa comune, quella che abbiamo contribuito a edificare dopo la Seconda guerra mondiale, le cui lezioni sembrano evaporare ogni giorno. Il vecchio mondo non c’è più, le crisi travolgono le sue istituzioni sovrannazionali, il diritto è sopraffatto dalla logica di potenza dei nuovi imperi».

Insomma, tutto crolla. E ovviamente è colpa delle destre, che sfruttano le più tetre angosce del popolo: «Le prospettive dei nostri giovani, la loro sicurezza, intesa come fiducia nel futuro, rappresentano un tema derubricato dal dibattito pubblico. Irresponsabilmente, le destre italiane lo hanno trasformato in un problema di ordine pubblico».

Non è solo un problema di incertezza globale, dice Speranza. «Dentro questo terremoto è sempre più profonda la scissione tra popolo e democrazia, con quest’ultima che agli occhi di milioni di persone non appare più in grado di affrontare efficacemente le grandi sfide di oggi. Si pone così la domanda decisiva: come si ricostruisce il legame tra popolo e democrazia?». Già, come si ricostruisce? Così si due piedi non sapremmo dirlo. Ma abbiamo il sospetto che il legame tra popolo e democrazia sia stato leggermente danneggiato dalle reclusioni forzate, dalle discriminazioni atroci e feroci, dagli obblighi surrettizi e dalle menzogne che gli esecutivi di cui il nostro eroe Roberto faceva parte hanno imposto alla popolazione. Forse è su quello che Speranza dovrebbe riflettere. Ma il suo obiettivo è più ambizioso: egli vuole «affrontare quella domanda: costruire un progetto politico credibile e di ampio respiro, incentrato sulla sicurezza di ciascuno, intesa come capacità della politica e delle istituzioni di dare risposta alla enorme domanda di protezione che esprimono le persone in questo tempo di smarrimento». Sicurezza e protezione dunque: ammirevole. Ma attenti: «Non la sicurezza come chiusura e rifugio nell’uomo forte in risposta alla paura crescente, ma la sicurezza come condizione per vivere, per non sentirsi soli, per progettare, per sperare: la sicurezza che restituisce ai cittadini fiducia negli altri, nelle istituzioni, nelle leggi e nel futuro; sicurezza dalla guerra, sicurezza economica, sociale, civile e ambientale». Giusto! Basta uomini forti! Se lo dice uno che ha fatto parte del governo di San Mario Draghi bisogna crederci.

E non è tutto. Roberto sulla sicurezza vuole investire al massimo, nemmeno fosse un Vannacci di sinistra. «Ridare sicurezza agli italiani significa, in realtà, riprogettare il futuro del nostro Paese: non sommando singole proposte, ma avanzando una nuova idea di società, un diverso orizzonte culturale, una visione capace di dare senso e direzione al cambiamento». E ancora: «Sicurezza è una parola che la sinistra italiana ha abbandonato per troppo tempo. Per anni solo pronunciarla sembrava una concessione al linguaggio avversario. È stato un errore. Un errore che ha avuto un costo enorme: ha lasciato milioni di italiani, soprattutto i più fragili e i più bisognosi di protezione, senza una vera risposta alle loro paure reali, senza tutela sociale e politica».

Oddio, l’ultima volta che il nostro eroe si è occupato di sicurezza e protezione ha mandato le forze dell’ordine a inseguire chi si faceva una corsetta intorno a casa, chissà ora che cosa ha in mente… Forse una stretta sull’immigrazione? Macché. Anzi, per Speranza gli immigrati sono fondamentali. Nel libro rifila la solita tiritera sugli stranieri che fanno i lavori rifiutati dagli italiani, che ci servono per combattere il declino demografico (affermazione appena smentita dall’Istat)…

Insomma, Speranza dice che la sinistra deve parlare di sicurezza, ma non deve fare nulla per fermare l’immigrazione. «C’è una parola che da anni avvelena il dibattito pubblico italiano e che molto strumentalmente connette criminalità e immigrazione, e quella parola è invasione», scrive Roberto. «La sentiamo ripetere a ogni nuovo sbarco, gridata nei comizi, stampata sui manifesti, scagliata come un’arma. È una parola che spaventa e proprio per questo funziona, perché chi ha paura smette di ragionare e cerca soltanto un colpevole e un muro dietro cui ripararsi. Su nessun altro terreno la destra ha costruito la propria fortuna come su questo, riducendo una delle grandi questioni del nostro tempo a un nemico da respingere. E alla parola invasione se ne è aggiunta da poco un’altra altrettanto fuorviante e persino più pericolosa: remigrazione, che sottende un processo di vera e propria deportazione, basato su ragioni etniche e razziali in spregio ai valori fondativi della nostra Costituzione». Se si sorvolano le banalità che il nostro proferisce a proposito di invasione e remigrazione, c’è un punto del discorso che risulta parecchio interessante, di nuovo riguardante la paura. Chi ha paura smette di pensare e cerca un capro espiatorio, dice Speranza. È vero, infatti lui ha agito esattamente così, continuando a prendersela con i non vaccinati.

Di questo nel libro ovviamente non parla. Come del resto non fa quasi mai cenno al Covid. Ma anche se tocca quel tasto giusto un paio di volte riesce comunque a sbertucciarsi da solo. Nel libro Perché guariremo si era vantato di aver agito in autonomia, primo fra tutti, per firmare accordi sui vaccini. Qui dà una versione diversa: «Nella mia esperienza da ministro della Salute ho provato una formula a quattro, quando abbiamo dato vita all’alleanza per i vaccini anti-Covid; allora, grazie all’iniziativa di Italia, Germania, Francia e Paesi Bassi avviammo il percorso di negoziazione condivisa con le aziende farmaceutiche per assicurarci nei tempi più brevi e a prezzi più bassi i vaccini in arrivo. Grazie alla spinta di quell’azione, tutti i Paesi europei poterono avviare insieme la campagna di vaccinazione il 27 dicembre 2020». Buono a sapersi, ora ci racconta che non aveva agito come sublime avanguardia, ma insieme con tutti gli altri. Del resto, cambiano i tempi e con essi le priorità e di conseguenza le narrazioni. Ora Speranza non deve più atteggiarsi a implacabile cacciatore di no vax, gli serve di più dimostrarsi preoccupato per la democrazia. Anche se «democrazia», per lui, significa cancellare le primarie, togliere il diritto di veto in Europa (propone pure questo nel libro), difendere l’immigrazione di massa che i cittadini rifiutano. È il solito Roberto di sempre, dopo tutto: se può comprimere almeno un po’ le libertà è felice. E finora è questa l’unica sicurezza che offre.

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