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2022-04-28
La prima tragedia di piazzale Loreto: il carabiniere linciato nel 1920
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I funerali del carabiniere Giuseppe Ugolini (nel riquadro), linciato in piazzale Loreto il 23 giugno 1920.
«La storia italiana non ha episodi così atroci come quello del piazzale Loreto. Nemmeno le tribù antropofaghe infieriscono sui morti. Bisogna dire che quei linciatori non rappresentano l'avvenire, ma i ritorni all'uomo ancestrale (che, forse, era moralmente più sano dell'uomo civilizzato). Né giova ributtare sulla guerra l'origine unica di questa ferocia. I linciatori di piazzale Loreto non videro mai una trincea: si tratta di imboscati o di minorenni che non hanno fatto la guerra».
Alle 3:40 di domenica 29 aprile 1945, un camion guidato da partigiani giunge a piazzale Loreto, a Milano, portando i cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e degli altri giustiziati di Dongo, tra cui Alessandro Pavolini, Nicola Bombacci e gli altri gerarchi (ma non solo: tra di loro figura anche l'insigne latinista Goffredo Coppola). Come noto, saranno dati in pasto alla folla e in seguito appesi a una pensilina a testa in giù.
Per quanto sembri incredibile, tuttavia, il virgolettato riportato sopra non si riferisce a questo fatto. E neanche all'altra, terribile tragedia legata a questa piazza milanese: la fucilazione di 15 partigiani, il 10 agosto 1944, in rappresaglia per un attentato della Resistenza alle forze tedesche (i cadaveri furono lasciati esposti fino alle ore 20; il federale fascista di Milano, Vincenzo Costa, commenterà nelle sue memorie: «La popolazione passava e guardava inorridita. Il nemico aveva raggiunto il suo scopo». Dell’attentato e della successiva rappresaglia, l’ultimo federale di Milano dirà anche che fu «un episodio in cui solo Satana risultò vincitore»).
No, la citazione iniziale sui «linciatori di piazzale Loreto» risale al 26 giugno 1920. E l'autore di quelle righe, con fatidica premonizione sulla sua stessa sorte, è Benito Mussolini stesso. Una lugubre, incredibile e significativa coincidenza. Mussolini, allora reduce un po' disorientato della Grande guerra, fresco di fondazione dei Fasci di combattimento, ma anche del primo, clamoroso fiasco elettorale che sembrava avergli stroncato la carriera politica, commentava l'uccisione del brigadiere dei carabinieri, Giuseppe Ugolini.
Così Mimmo Franzinelli, storico non sospettabile di antipatie verso l'estrema sinistra, ricostruisce i fatti nel suo saggio Squadristi: «Nel pomeriggio del 22 (giugno 1920, ndr) i ferrovieri in sciopero si concentrano all'Arena per il comizio della Camera del lavoro e degli anarchici Borghi e Malatesta. Terminato il raduno si forma un corteo, bloccato dagli agenti all'altezza di via Dante; ordinato lo scioglimento della manifestazione, gruppi di anarchici si scontrano con la polizia, che uccide 6 manifestanti. L'indomani, sciopero generale, avviene un grave scontro a piazzaleLoreto: il vicebrigadiere dei carabinieri Giuseppe Ugolini, circondato dalla folla, rifiuta di consegnare il fucile e spara contro gli aggressori, uccidendo il diciannovenne operaio socialista Alfredo Cappelli e l'ex guardia di finanza Francesco Bonini, prima di venire linciato». Tra le altre cose, l'autopsia stabilì che al brigadiere erano state amputate quattro dita per sottrargli gli anelli che indossava.
Con un motu proprio, il Re lo insignì della medaglia d'oro alla memoria, la cui motivazione recita: «In un giorno di grave perturbamento dell'ordine pubblico, fatto segno all'aggressione di un forte nucleo di malviventi, mentre si trasferiva da solo al posto ove era stato comandato, respinse con fierezza, sebbene gravemente ferito al viso e bersagliato da numerosi colpi di rivoltella, l'ingiuriosa imposizione di cedere le armi. Nella tragica lotta che ne seguì si difese eroicamente, riuscendo ad atterrare cinque dei suoi aggressori, finché, ripetutamente colpito, cadde esanime e del suo corpo l'insano furore degli avversari fece brutale scempio. Col proprio sacrificio, segnò una pagina di superbo valore, un incancellabile esempio per la scuola del dovere».
Mussolini commentò quei fatti sul Popolo d'Italia, in un articolo intitolato Coccodrilli!, da cui abbiamo tratto le parole di apertura. Scriveva il futuro Duce: «Non v'è dubbio che l'eccidio di martedì sera e il barbarico linciaggio del brigadiere Ugolini hanno suscitato una profonda impressione negli ambienti socialisti e operai. Non sono pochi i cittadini che si domandano: è questa, dunque, la tanto decantata civiltà di pace e di amore predicata dal socialismo?».
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La piazza in cui venne esposto il cadavere di Benito Mussolini ha una storia di sangue: ci furono i partigiani fucilati nel 1944, ma, prima ancora, il giovane militare linciato dagli anarchici. Di cui scrisse, con parole profetiche, lo stesso capo dei fascisti.«La storia italiana non ha episodi così atroci come quello del piazzale Loreto. Nemmeno le tribù antropofaghe infieriscono sui morti. Bisogna dire che quei linciatori non rappresentano l'avvenire, ma i ritorni all'uomo ancestrale (che, forse, era moralmente più sano dell'uomo civilizzato). Né giova ributtare sulla guerra l'origine unica di questa ferocia. I linciatori di piazzale Loreto non videro mai una trincea: si tratta di imboscati o di minorenni che non hanno fatto la guerra». Alle 3:40 di domenica 29 aprile 1945, un camion guidato da partigiani giunge a piazzale Loreto, a Milano, portando i cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e degli altri giustiziati di Dongo, tra cui Alessandro Pavolini, Nicola Bombacci e gli altri gerarchi (ma non solo: tra di loro figura anche l'insigne latinista Goffredo Coppola). Come noto, saranno dati in pasto alla folla e in seguito appesi a una pensilina a testa in giù. Per quanto sembri incredibile, tuttavia, il virgolettato riportato sopra non si riferisce a questo fatto. E neanche all'altra, terribile tragedia legata a questa piazza milanese: la fucilazione di 15 partigiani, il 10 agosto 1944, in rappresaglia per un attentato della Resistenza alle forze tedesche (i cadaveri furono lasciati esposti fino alle ore 20; il federale fascista di Milano, Vincenzo Costa, commenterà nelle sue memorie: «La popolazione passava e guardava inorridita. Il nemico aveva raggiunto il suo scopo». Dell’attentato e della successiva rappresaglia, l’ultimo federale di Milano dirà anche che fu «un episodio in cui solo Satana risultò vincitore»). No, la citazione iniziale sui «linciatori di piazzale Loreto» risale al 26 giugno 1920. E l'autore di quelle righe, con fatidica premonizione sulla sua stessa sorte, è Benito Mussolini stesso. Una lugubre, incredibile e significativa coincidenza. Mussolini, allora reduce un po' disorientato della Grande guerra, fresco di fondazione dei Fasci di combattimento, ma anche del primo, clamoroso fiasco elettorale che sembrava avergli stroncato la carriera politica, commentava l'uccisione del brigadiere dei carabinieri, Giuseppe Ugolini. Così Mimmo Franzinelli, storico non sospettabile di antipatie verso l'estrema sinistra, ricostruisce i fatti nel suo saggio Squadristi: «Nel pomeriggio del 22 (giugno 1920, ndr) i ferrovieri in sciopero si concentrano all'Arena per il comizio della Camera del lavoro e degli anarchici Borghi e Malatesta. Terminato il raduno si forma un corteo, bloccato dagli agenti all'altezza di via Dante; ordinato lo scioglimento della manifestazione, gruppi di anarchici si scontrano con la polizia, che uccide 6 manifestanti. L'indomani, sciopero generale, avviene un grave scontro a piazzaleLoreto: il vicebrigadiere dei carabinieri Giuseppe Ugolini, circondato dalla folla, rifiuta di consegnare il fucile e spara contro gli aggressori, uccidendo il diciannovenne operaio socialista Alfredo Cappelli e l'ex guardia di finanza Francesco Bonini, prima di venire linciato». Tra le altre cose, l'autopsia stabilì che al brigadiere erano state amputate quattro dita per sottrargli gli anelli che indossava.Con un motu proprio, il Re lo insignì della medaglia d'oro alla memoria, la cui motivazione recita: «In un giorno di grave perturbamento dell'ordine pubblico, fatto segno all'aggressione di un forte nucleo di malviventi, mentre si trasferiva da solo al posto ove era stato comandato, respinse con fierezza, sebbene gravemente ferito al viso e bersagliato da numerosi colpi di rivoltella, l'ingiuriosa imposizione di cedere le armi. Nella tragica lotta che ne seguì si difese eroicamente, riuscendo ad atterrare cinque dei suoi aggressori, finché, ripetutamente colpito, cadde esanime e del suo corpo l'insano furore degli avversari fece brutale scempio. Col proprio sacrificio, segnò una pagina di superbo valore, un incancellabile esempio per la scuola del dovere».Mussolini commentò quei fatti sul Popolo d'Italia, in un articolo intitolato Coccodrilli!, da cui abbiamo tratto le parole di apertura. Scriveva il futuro Duce: «Non v'è dubbio che l'eccidio di martedì sera e il barbarico linciaggio del brigadiere Ugolini hanno suscitato una profonda impressione negli ambienti socialisti e operai. Non sono pochi i cittadini che si domandano: è questa, dunque, la tanto decantata civiltà di pace e di amore predicata dal socialismo?».
La villetta di Lonate Pozzolo, nel varesotto, dove il 14 gennaio, Adamo Massa, 37 anni, pregiudicato, è stato ucciso nel corso di una rapina dal poprietario di casa, Jonathan Rivolta (Ansa)
Diverso il discorso se e maneggiare la lama è un maranza marocchino di 19 anni come Zouhair Atif, il ragazzo che ha infilzato a morte, a scuola, il diciottenne Abanoub Youssef, egiziano. Ecco, in questo caso i toni sono molto diversi. Orde di psicologi sono pronte a intervenire per sostenere che le coltellate siano il prodotto del «disagio giovanile» che va combattuto non con nuove leggi sulle armi da taglio o con multe. No, dice l’esperto Matteo Lancini sulla Stampa, «non serve repressione ma un adulto autentico capace di stare in relazione». Interessante: bisognerebbe illustrare questi concetti a una banda di maranza e osservarne la reazione, sarebbe un esperimento istruttivo.
«La morte di Abanoub Youssef, lo studente di 18 anni accoltellato all’interno dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, ci lascia sgomenti e profondamente addolorati», dice Sandro Ruotolo del Pd. «Si muore e si uccide a 18, 19, 15, 16 anni. È il segno di un tempo attraversato dall’odio e dalla violenza, sempre più normalizzati, come se fossero inevitabili. Avanza una cultura del fai-da-te: armi che circolano con facilità, solitudini che si radicalizzano, modelli violenti che diventano linguaggio quotidiano. Ma non basta rispondere solo con la repressione. Punire senza prevenire non cura, non ricostruisce, non salva». Vero, bisognerebbe prevenire. Ad esempio evitando che certi soggetti entrassero in Italia o cacciandoli quando arrivano. Ma questo tipo di prevenzione alle anime belle non interessa.
Dunque sì, come vedete le armi producono effetti diversi a seconda di chi le usa. Se le sventola il marocchino per colpire, povero lui figlio della mancata integrazione. Se l’arma la utilizza invece il carabiniere Emanuele Marroccella per difendere un collega aggredito, sé stesso e la collettività, non si fanno tante chiacchiere: lo si punisce con tre anni di galera e un risarcimento monstre da versare alla famiglia del criminale che ha ucciso. Perché su Marroccella non si fanno tanti psicologismi? E se le multe e la repressione non servono, perché i sinceri progressisti non si indignano per la pena che gli è piovuta addosso? «La via securitaria intrapresa dalla destra di governo mostra tutti i limiti. Chi sbaglia non deve semplicemente pagare. Deve poter cambiare», dice ancora Sandro Ruotolo. Eppure Marroccella paga, deve sborsare e zitto.
Si svela qui quale sia il reale pensiero della sinistra occidentale sulle armi. Esse vanno osteggiate e proibite e demonizzate quando sono utilizzate per difendersi e fare valere i propri diritti. Cioè quando servono a difendere una sovranità, quella dell’individuo su sé stesso e i propri beni. Che le armi siano utili a questo fine lo insegna la tradizione libertaria americana: un cittadino deve poter portare pistole o altro perché ha il diritto di tutelare la proprietà e, eventualmente, di rivoltarsi contro il governo che lo opprime. Nella tradizione progressista e oppressiva europea, invece, l’arma va tolta al cittadino proprio per le stesse ragioni: egli deve restare imbelle, non può opporsi ai governanti e ai malviventi che questi governanti lasciano liberi per strada. Analogo discorso vale per gli Stati: se questi si armano per rivendicare la sovranità militare, che è parte della loro libertà e tutela il diritto di esistere, ecco che i progressisti si oppongono e strepitano. Ma se il riarmo serve ad arricchire qualche grande azienda, magari tedesca o americana, allora va tutto bene. Le armi diventano indispensabili se a gestirle sono le burocrazie europee, magari con la scusa di rivolgerle contro Vladimir Putin (cosa che tutti sanno essere falsa).
Questo è il nodo: i progressisti devono poter gestire lo spazio e le proprietà. Hanno deciso che una marea di stranieri deve entrare nel territorio europeo e opporsi non si può, nemmeno con un decreto sicurezza. Hanno deciso che il singolo cittadino deve essere in balia delle decisioni dei vari apparati di controllo senza possibilità di difesa e opposizione. Hanno deciso che il denaro pubblico deve essere utilizzato per finanziare un certo tipo di industria militare e certi precisi interessi geopolitici. La verità è semplice: il modello progressista non è nemico della violenza in generale, ma solo di quella che non giova ai suoi scopi.
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La vittima, originaria di Fayyum, vicino Al Cairo, viveva alla Spezia con la famiglia da anni. Mentre l’adolescente lottava tra la vita e la morte in un letto di ospedale, Atif spiegava ai poliziotti il perché di quella furia omicida. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, dopo aver inviato alla vittima un messaggio minaccioso («Domani ti sistemo io»), l’arrestato avrebbe affrontato Abanoub prima nel bagno della scuola durante la ricreazione e poi nel corridoio, dove lo ha colpito con un coltello da cucina portato da casa. Il giovane marocchino avrebbe sferrato un solo colpo letale che ha ferito la vittima al fegato, al diaframma e al polmone. A quel punto un docente della scuola, che ha assistito alla scena, si è fiondato sul ragazzo e lo ha disarmato in attesa dell’arrivo della polizia. Gli agenti lo hanno poi trovato seduto su una sedia e lo hanno arrestato. Su di lui pende l’accusa di omicidio, ma gli elementi investigativi raccolti fino ad ora (in particolare il messaggio e il coltello portato da casa), porterebbero anche alla contestazione della premeditazione.
La vittima è stata trasportata d’urgenza in ospedale in condizioni disperate: ha superato un primo intervento durante il quale è andato in arresto cardiaco più volte, ma poco prima delle 20 di venerdì il suo cuore ha smesso di battere. Da quel momento in poi, i riflettori si sono accesi su La Spezia, dove i sentimenti di dolore si mescolano alla rabbia e allo shock. I familiari della vittima e anche qualche studente, da ieri, ripetono che non era la prima volta che Atif portava il coltello a scuola. Il giovane marocchino è entrato in carcere di notte e da allora è recluso nella prima sezione del carcere, camera 1, in isolamento giudiziario. Ma per lui è stata disposta la «massima sorveglianza» con controlli ogni quindici minuti. All’Istituto «Einaudi-Chiodo» sono tutti sotto shock ed esprimono «il più profondo e sentito cordoglio alla famiglia della vittima del grave episodio di violenza». Intanto, l’Ufficio scolastico regionale della Liguria, su impulso del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, ha già conferito l’incarico per un’ispezione nella scuola teatro della tragedia.
Momenti di tensione si sono vissuti ieri anche davanti all’obitorio di La Spezia, dove un fotografo e alcuni giornalisti televisivi, compresa la troupe del Tg3, sono stati aggrediti e inseguiti dalla famiglia del giovane ucciso. L’Associazione ligure dei giornalisti, l’Ordine dei giornalisti della Liguria e il Gruppo cronisti liguri, in una nota, hanno stigmatizzato quanto accaduto nonostante la «comprensione per un dolore così forte»: «Un fotografo è stato aggredito verbalmente e inseguito all’esterno dell’obitorio nel tentativo, da parte di diverse persone, di sottrargli la macchina fotografica». Stessa aggressione ai giornalisti del Tg3 e ad altri cronisti ai quali hanno «spaccato il microfono».
Il sindaco di La Spezia, Pierluigi Peracchini, ha reso noto che oggi sarà convocato un incontro in Prefettura con il ministro Valditara «per capire come gestire questa situazione in vista della riapertura della scuola lunedì». Intanto, la Comunità islamica di La Spezia, «in segno di lutto», ha invitato «la comunità marocchina alla preghiera».
Ma la violenza tra giovanissimi non si arresta: quattro ragazzi, di cui tre minorenni, sono stati denunciati per aver preso a colpi di accetta un sedicenne nei pressi della stazione ferroviaria di Bastia Umbra, nel Perugino. Mentre ieri sera, i carabinieri hanno fermato un diciassettenne di Sora, nel Frusinate, per aver accoltellato un coetaneo all’esterno della scuola che frequenta. Il giovane fermato ha poi consegnato ai militari il coltello a serramanico con cui ha aggredito il liceale.
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Ingredienti – 500 gr di patate, 120 gr di Parmigiano Reggiano o Grana Padano, 80 gr di amido di mais, un ciuffo di prezzemolo che potete sostituire anche con erba cipollina o origano anche disidratati, olio per friggere (noi usiamo l’alto oleico di girasole) sale e pepe q.b.
Procedimento – Lessate le patate, sbucciatele, schiacciatele con il passapatate in un’ampia ciotola. Fatele intiepidire poi unite il formaggio grattugiato, l’amido di mais, il prezzemolo che avrete tritato finemente, aggiustate di pepe e di sale e impastate lavorando a lungo con le mani. Dovete ottenere – vi basteranno in realtà una decina di minuti – un composto liscio, compatto ed omogeneo. Ora formate con le mani tante palline. Scaldate l’olio in una capace padella e friggete le perle di patate un po’ alla volta. Salate appena prima di servire.
Come fa divertire i bambini – Fate fare a loro le perle, con le loro manine verranno piccole e perfette.
Abbinamento – Noi abbiano scelto un Prosecco di Asolo Docg, va bene qualsiasi spumante come un Franciacorta Saten o un rosé dell’Oltrepò pavese, ma vanno bene anche spumanti da vini autoctoni come a esempio una Passerina.
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