- Il leader ucraino ammette: «Situazione difficile». E Vladimir Putin carica i suoi: «Vincere a Kursk contro i terroristi». Kiev attacca la religione di Mosca e annuncia: «Indipendenza spirituale». Il Patriarcato: «Persecuzione».
- Benjamin Netanyahu punta di nuovo i piedi sul corridoio. E recupera i corpi di sei ostaggi uccisi. Antony Blinken vola in Egitto e in Qatar. Hamas attacca il capo degli Usa: «Appoggia i sionisti».
Lo speciale contiene due articoli.
Dopo l’entusiasmo, la realtà. L’incursione a Kursk si sta rivelando più «difficile» del previsto, ammette il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. La situazione è critica «nelle direzioni di Pokrovsk e Toretsk», dove «i ragazzi stanno facendo di tutto per distruggere l’occupante».
La Russia è passata al contrattacco dopo due settimane di sbandamento. Vladimir Putin, che ha paragonato il raid del 6 agosto scorso all’attentato terroristico di Beslan nel 2004, ha dato l’ordine di liberare la regione entro il 1° ottobre attraverso una manovra a tenaglia. E in serata, si è recato in Cecenia, accolto all’aeroporto da Ramzan Kadyrov.
Mosca ha già riconquistato Novgorodskoye, un’importante comunità nell’agglomerato di Toretsk e hub logistico di livello strategico, mentre, nella notte, i suoi missili hanno colpito un impianto industriale a Ternopil, nell’Ucraina occidentale, provocando un incendio di vaste proporzioni. I servizi segreti dell’Fsb hanno poi arrestato, per alto tradimento, una presunta spia che avrebbe passato informazioni ai nemici: si tratta di uno scienziato incriminato per aver addirittura condotto attacchi informatici per conto dell’Ucraina.
Nel gioco delle alleanze internazionali torna a muoversi, intanto, pure la Bielorussia che, secondo dichiarazioni dello stesso comando dell’Aeronautica militare, avrebbe rafforzato il fronte meridionale con nuove truppe e caccia coprendo così le spalle allo zar.
Dal giorno dell’incursione di Kiev in territorio nemico, sono stati evacuati circa 122.000 civili da Kursk, disseminati su 1.260 chilometri quadrati. Le vittime accertate sono 17. Un territorio conteso in una lotta brutale senza esclusione di colpi, tanto che le autorità ex sovietiche hanno diramato una comunicazione ai ragazzi che vivono in zona di evitare le app di appuntamenti come Tinder per il rischio di finire in trappole ordite dagli ucraini. L’amore può aspettare, la sicurezza no.
Kiev non ha segnato grandi successi sul campo nelle ultime ore. Può rivendicare al più battaglie simboliche come l’approvazione, da parte del Parlamento, della legge che spazza via dal Paese le parrocchie della Chiesa ortodossa legate al patriarcato di Mosca. Una decisione che Zelensky ha salutato con soddisfazione perché «riguarda la nostra indipendenza spirituale», e che è stata duramente contestata dall’arciprete Nikolai Balashov, consigliere del Patriarca di Mosca, Kirill.
«Il divieto mira a espandere la persecuzione del regime di Kiev contro la Chiesa ortodossa ucraina e l’evidente violazione dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale nel campo della libertà religiosa», ha denunciato il religioso.
Per tener testa ai due fronti (Donbass e Kursk), l’Ucraina ha però bisogno di rifornimenti continui. Zelensky ha annunciato di aver invitato gli alleati a mantenere le promesse fatte, in questi mesi, per arsenali e sistemi di combattimento. E qualcosa pare muoversi. La Repubblica Ceca, infatti, ha annunciato che userà parte degli interessi maturati sui beni russi congelati dall’Unione europea per acquistare centinaia di migliaia di munizioni da donare a Kiev. Oltre mezzo miliardo di euro, invece, sarà stanziato dallo stesso governo ucraino per fabbricare e comprare nuove batterie di droni da guerra da destinare all’esercito e alle forze di sicurezza.
Il tempo è un nemico implacabile per l’Ucraina. Con la fine dell’estate, la nazione si troverà a dover affrontare il rigore dei primi freddi senza gran parte delle infrastrutture energetiche, rase al suolo da Mosca. Se gli aiuti di Nato e Occidente non arriveranno, Zelensky potrebbe trovarsi a dover rivedere l’intera strategia bellica che punta a ottenere condizioni di pace più favorevoli facendo leva proprio sull’invasione di Kursk. In quest’ottica, quindi, va probabilmente letta la dichiarazione di Peter Stano, portavoce del capo della diplomazia europea Josep Borrell, che ha rassicurato Volodymyr sui suoi piani: «L’Ucraina ha il diritto di difendersi e questo non ha nulla a che fare con il processo di adesione all’Unione europea». Dunque, lo sconfinamento di Kiev in Russia per Bruxelles è perfettamente legale perché calato nel contesto di un’occupazione illegale.
Segnali (insperati) di apertura arrivano finanche da Berlino dove il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha dichiarato che lo stazionamento di missili americani a medio raggio in Germania rappresenta un contributo per garantire la pace. La strategia di sicurezza del governo tedesco prevede «che abbiamo bisogno di queste armi per dissuadere la guerra», ha detto Scholz. Che pure fino a qualche giorno fa, dopo le rivelazioni sul sabotaggio ucraino al gasdotto Nord Stream, aveva minacciato di tagliare tutti gli aiuti a Kiev.
In conclusione un piccolo giallo: l’ambasciata russa a Roma ha denunciato l’uso, da parte dell’esercito ucraino, di armi «di fabbricazione italiana». «Possiamo affermare con un alto grado di sicurezza che le armi italiane sono utilizzate dalle forze armate ucraine per effettuare attacchi e condurre operazioni militari nelle regioni di Crimea, Kherson e Zaporozhye, nelle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk», hanno ribadito i diplomatici russi senza però offrire, come spesso accade, alcuna prova a sostegno di accuse così gravi. Ma la verità, in guerra, è merce assai rara.
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