Nella guerra santa a Satana-Putin persino una tregua diventa irricevibile
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Dalla Nato a Bernard-Henri Lévy, tutti insorgono contro la proposta di cessare il fuoco 36 ore per il Natale ortodosso. E infatti si bombarda.

Dal demonio in persona non si può accettare nulla, nemmeno una tregua. E infatti, come era prevedibile, il cessate il fuoco dichiarato unilateralmente da Vladimir Putin in occasione del Natale ortodosso è stato violato dopo pochi istanti. La sospensione delle ostilità era previsa per le 12 di ieri (le 10 ora italiana), ma pochi minuti dopo le forze ucraine hanno colpito per tre volte l’area della Repubblica popolare di Donetsk, nel Donbass, con quelli che dovrebbero essere «colpi di artiglieria da 155 mm in dotazione alla Nato». Almeno questo è ciò che hanno riferito le autorità della Repubblica popolare e l’agenzia Tass. A stretto giro sono arrivate le dichiarazioni via social di Igor Konashenkov, portavoce del ministro della Difesa russo, secondo cui «le nostre truppe rispettano il cessate il fuoco mentre gli ucraini continuano i bombardamenti su aree popolate». Ovviamente Kiev ha risposto alle accuse, puntando il dito contro i russi che avrebbero «colpito per due volte con razzi» la città di Kramatorsk.

Insomma siamo alle solite: dichiarazioni incrociate una più rabbiosa dell’altra, confusione mediatica e bombe che continuano a cadere da una parte all’altra. Il nuovo anno inizia come il vecchio è finito, e la storia sembra attorcigliarsi in una spirale soffocante, priva del più piccolo spiraglio che consenta di riprendere fiato. Siamo al punto in cui si rifiuta anche una tregua, e non è affatto una bella notizia. I cannoni avrebbero dovuto fermarsi ieri mattina fino alla serata di oggi, come suggerito dal patriarca russo Kyrill. Certo, non si trattava di una offerta di pace, o dell’annuncio di un ritiro delle truppe. Ma una pausa dalla morte è comunque una pausa, e sinceramente spaventano l’ostinazione e la furia con cui è stata rifiutata.

A Repubblica il generale ucraino Dmytro Marchenko ha rilasciato una dichiarazione da brividi: «Ci congratuliamo con tutti coloro che sono contro la guerra in Russia, ma per ogni vita di un bambino o di una donna del nostro Paese porteremo via centinaia di migliaia di vite. Faremo in modo che questi bastardi abbiano paura di guardare in direzione delle nostre donne e dell’Ucraina». Ora, è persino comprensibile che le autorità di Kiev respingano l’offerta di pace temporanea (appena 36 ore) anche solo per non consentire a Putin di sembrare appena più umano. Ma suscita comunque una certa inquietudine leggere un simile elogio della rappresaglia, anche se proviene da un militare impegnato in uno scontro durissimo, e che certo non si può concedere attimi di cedimento.

Ancora di più sconcertano le uscite di osservatori e commentatori che non sono (almeno ufficialmente) parte in causa nel conflitto. Ad esempio l’ex comandante supremo della Nato, il generale Wesley Clark, il quale – sempre tramite Repubblica – ha sostenuto con estrema fermezza la necessità di rifiutare sdegnosamente il cessate il fuoco: «Se fosse accettato, Putin subito dopo chiederebbe di tenerlo in vigore e allungarlo. Perché questa è la sua strategia: sta perdendo, deve bloccare la frana ed evitare il collasso delle sue forze armate». Teoria suggestiva: bisogna dire no alla tregua perché Putin potrebbe chiedere di prolungarla.

È esattamente da parole come queste che si evince il senso profondo dell’impegno degli Stati Uniti e di una parte dell’Occidente nella guerra. L’obiettivo, un poco alla volta, si fa più chiaro: non si punta alla pace, ma alla distruzione della Russia putiniana. Uno scopo che si deve raggiungere anche a costo di far morire molta più gente. È così che si spiega l’ottuso rifiuto della pausa dai bombardamenti: a Mosca, dicono i sedicenti difensori della libertà, alligna il Male assoluto, un diavolo che va sradicato costi quel che costi.

A sintetizzare il concetto ci ha pensato uno che di disastri internazionali se ne intende, avendone sponsorizzati parecchi (Siria e Libia tra gli altri), e cioè Bernard-Henri Lévy. Pugnale tra i denti, il francese che si crede un filosofo perché si è fatto la permanente bercia: «La vittoria ucraina deve essere totale, senza appello, non assomigliare a quelle mezze vittorie che sono la specialità delle cancellerie». Cristallino: bisogna disintegrare i russi, dice Lévy, per mandare un messaggio ai cinesi, e per tenere in riga i turchi (i quali però si stanno ritagliando un ruolo da protagonisti anche all’interno della Nato, e sono gli unici a mediare fra russi e ucraini, o almeno a provarci). Parole di grande coraggio, chissà in quale comoda magione transalpina le ha vergate l’intrepido Bernard-Henry, gran custode del pensiero dominante.

Leggermente più felpato ma altrettanto esplicito è Robert Kagan, residuo dell’era neocon per cui la guerra in Ucraina rappresenta una questione quasi privata, dato che sua moglie, Victoria Nuland, ha gestito la pratica a partire dal 2014 per conto del Dipartimento di Stato, e si sono visti i meravigliosi risultati. Su Foreign Affairs, il bellicoso Robert spiega che «la difesa dell’Ucraina è una difesa dell’egemonia liberale», cioè americana. E gli Stati Uniti hanno il dovere di domare la Storia mantenendo la propria posizione di leadership, anche se ciò comporta usare la forza. Ebbene, se queste sono le posizioni in campo, non sorprende che ancora si combatta. Anzi, a dirla tutta tocca constatare che la pace appare sempre più lontana, al punto che nemmeno una tregua di 36 ore si riesce a gestire. Col Male assoluto, d’altra parte, non si tratta. E sarà pur vero che Putin è un satanasso, però non sembra che altrove ci sia un proliferare di angeli.

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