Altri stupri a opera di immigrati ma per Parigi disumana è  Meloni
Stéphane Séjourné (Ansa)

Mentre gli stranieri portano violenza nelle nostre città, i galletti francesi (male abituati dall’arrendevolezza di Paolo Gentiloni e compagni e ossessionati da Marine Le Pen) tornano a sparare sul governo italiano. Ora hanno rotto.

Emmanuel Macron e la sua banda di galletti francesi hanno proprio rotto. Siccome hanno problemi a casa loro, perché la concorrenza di Marine Le Pen si fa sempre più pesante, ogni giorno provano a recuperare consensi mettendo di mezzo l’Italia. Una volta è quel bulletto di Gérald Darmanin, ministro dell’Interno più noto per le polemiche innescate che per i risultati raggiunti. Un’altra è lo stesso presidente della République, che si fa venire una crisi di nervi a causa di una nave carica di migranti dirottata dalle coste italiane a quelle francesi. L’ultima è il capo del partito di Macron, Stéphane Séjourné, il quale essendo alla guida di una lista denominata Renaissance, più che il rinascimento vede sempre più vicino il decadimento e allora accusa Giorgia Meloni di avere sui migranti «una politica ingiusta, inumana e inefficace». Perché ciò che accade in Italia interessi tanto gli esponenti di governo dei nostri vicini di casa è un mistero. O meglio: si capisce che l’attenzione è massima in quanto i francesi, intesi come elettori, guardano sempre di più al nuovo presidente del Consiglio italiano e si interrogano se non sia opportuno spedire Macron a occuparsi della sua Brigitte e lasciare campo largo a Le Pen. Una donna all’Eliseo sarebbe una novità, così come lo è la nostra premier. A differenza della Gran Bretagna e della Germania (ma anche della Finlandia, della Svezia, Norvegia, Estonia e Lituania) la Francia non ha mai affidato la guida del Paese a una persona di sesso femminile. Per di più, i cambiamenti al vertice sono sempre stati fra socialisti e gollisti, o per lo meno fra i loro eredi: mai con qualcuno considerato di destra-destra. Dunque, un po’ come accaduto in Italia, l’establishment sta facendo di tutto per impedire l’ascesa della leader del Rassemblement national, mettendole i bastoni fra le ruote. E ovviamente, il modo migliore è descrivere come un fallimento i primi passi del governo italiano, per mandare un messaggio agli elettori francesi, ovvero che la Le Pen non potrà che essere la brutta copia di Giorgia Meloni. «Se fallisce lei», è il messaggio, «immaginate quel che combinerà l’eroina della destra più estrema in Francia». Mostrando i muscoli, provano ad accreditarsi come i soli in grado di gestire l’immigrazione, anche imponendosi a livello europeo, per far saltare il piano della leader di Fratelli d’Italia per spostare a destra la Commissione Ue.

Insomma, si tratta quasi esclusivamente di affari loro, che dovrebbero interessarci il giusto, cioè niente, se non fosse che i toni dei galletti francesi si sono fatti sgraziati e fastidiosi. Con quell’aria da maestrini, sempre pronti a dare lezioni, pensano forse di indurre l’esecutivo italiano a una marcia indietro o per lo meno ad abbozzare. Male abituati da un atteggiamento remissivo del passato, quando con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi eravamo pronti perfino a cedere alcune aree fra le più pescose del Mediterraneo pur di compiacerli, forse pensano di poter continuare a comandare in casa nostra. Durante la cosiddetta crisi della Ocean Viking ci provarono. Quando la nave aveva già orientato la prua verso Tolone e raggiunto le coste della Corsica, Parigi pretendeva che Roma ordinasse l’inversione di rotta, accogliendo l’imbarcazione carica di migranti in uno dei nostri porti. Al no secco di Meloni, a Macron venne una mezza crisi di nervi. Prima stracciò ogni accordo per la redistribuzione dei profughi, poi schierò un battaglione di gendarmi alla frontiera. E infine mise il broncio, aspettandosi le scuse di Giorgia Meloni. Nel frattempo, attraverso i canali diplomatici si attivavano sperando di convincere la premier italiana a un viaggio a Canossa, cioè a Parigi. Il presidente del Consiglio avrebbe dovuto baciare la pantofola dell’inquilino dell’Eliseo, riconoscendo la sovranità francese rispetto a quella nazionale. Si spiegano così alcune frasi stizzite e anche la risposta di Meloni, che precisò senza girarci intorno di non avere in programma alcun viaggio transalpino.

Sergio Mattarella, che non si sa se si senta più vicino a Macron o alla leader di Fratelli d’Italia (ma ho il sospetto che se la intenda di più con il primo), ha provato a metterci una pezza, facendo leva sul patto del Quirinale, intesa che dovrebbe legare i due Paesi, ma fino a che i galletti mostreranno di sentirsi superiori e continueranno a gonfiare il petto, sarà difficile un’intesa. Per quanto ci siano in ballo interessi nazionali, dall’una e dall’altra parte, la puzza sotto il naso di Macron e compagni è insopportabile.

Ancor più intollerabile è che parlino di politica inumana nei confronti dei migranti, manco i profughi venissero rinchiusi in prigione una volta arrivati, come invece fanno in Francia. Qui di inumano ci sono solo le violenze che si moltiplicano, ma a danno degli italiani. Séjourné e i bulletti del governo Borne lo spieghino alla ragazza di Pavia che l’altra sera stava per essere stuprata da un nigeriano mentre tornava a casa. Poi ne riparliamo.

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