2018-09-11
Nel riquadro la copertina del libro di Nicoletta F. Prandi, «Fuori controllo» (iStock)
Nel libro di Nicoletta F. Prandi, l’intelligenza artificiale non è solo una tecnologia da regolare. Dai giocattoli ai robot domestici, l’Ia entra nella vita quotidiana come assistente. Ma può diventare anche uno strumento di sorveglianza, persuasione e guerra cognitiva.
Un militare corre sulla portaerei Charles de Gaulle e registra il percorso su Strava. Si tratta di un dispositivo per il fitness, nato per misurare passi e battito, ma che allo stesso tempo rivela la posizione di una nave da guerra.
Il governo cinese avverte che smartwatch, auricolari e altri oggetti indossabili possono diventare una minaccia per la sicurezza nazionale. E nel frattempo la Cia annuncia il primo rapporto d’intelligence scritto autonomamente dall’intelligenza artificiale. Le Nazioni Unite discutono di Ia militare. Il cielo, intanto, si popola di satelliti, sensori, data center in orbita.
È da qui che bisogna partire per leggere e raccontare Fuori controllo, l'ultimo libro di Nicoletta F. Prandi. Non dobbiamo iniziare da una generica paura delle macchine, ma da un fatto più concreto: la tecnologia che compriamo per comodità, salute, gioco o compagnia può trasformarsi in una infrastruttura di sorveglianza.
Il libro attraversa molti territori. Dalla dipendenza digitale ai chatbot, dalla manipolazione emotiva alla regolazione fino alla democrazia. Ma il suo centro più forte è nei capitoli 2 e 3, dove l’autrice sposta il discorso dall’uso individuale dell’intelligenza artificiale al suo impiego strategico. Qui l’Ia non è più soltanto un assistente che scrive testi, risponde alle domande o consola utenti soli e problematici. Diventa un’arma cognitiva. Uno strumento capace di osservare, profilare, persuadere, reclutare.
Il capitolo “Dal polonio al veleno digitale” dice già molto. Lo spionaggio del Novecento era fatto di intercettazioni, pedinamenti, agenti doppi, microfilm, veleni. Quello contemporaneo lavora su un materiale più sfuggente: attenzione, emozioni, opinioni, vulnerabilità. Non mira necessariamente a eliminare un nemico. Può bastare alterarne la percezione, orientarne le scelte, inserirlo in un ambiente informativo costruito su misura.
È qui che Prandi introduce una delle immagini più efficaci del libro: la giornata tipo di una spia virtuale. Non un agente in impermeabile, ma un sistema di intelligenza artificiale che scandaglia fonti aperte, profili social, conversazioni pubbliche, tracce digitali. Cerca segnali di frustrazione, ambizione, solitudine, debolezza economica, risentimento. Poi adatta il linguaggio, costruisce familiarità, misura le reazioni. La spia non forza una porta. Entra nella mente per approssimazioni successive.
Il punto non è stabilire se questo scenario esista già in quella forma compiuta. Il punto è che i suoi ingredienti sono già disponibili. I dati ci sono. I modelli linguistici anche. Le tecniche di persuasione sono note. Le piattaforme hanno abituato miliardi di persone a raccontarsi, cercare conferme, chiedere consigli, esporsi. L’intelligenza artificiale aggiunge scala, velocità e mimetismo.
Da qui nasce la nuova guerra cognitiva, che nel libro viene letta soprattutto attraverso il confronto fra Stati Uniti e Cina. Washington ha il vantaggio dell’ecosistema privato: piattaforme, cloud, università, big tech, industria della difesa. Pechino dispone di un’altra forza: integrazione fra Stato, aziende, manifattura, hardware, sorveglianza e robotica. Da una parte il mercato; dall’altra il coordinamento. In mezzo, le democrazie, costrette a difendersi senza diventare simili a ciò che temono.
È una delle domande più serie poste dal libro: fino a che punto una democrazia può usare strumenti di manipolazione per contrastare la manipolazione altrui? Se un algoritmo individua una persona fragile e la considera una potenziale fonte, siamo ancora nel campo dell’intelligence o siamo entrati in quello della predazione psicologica?
Il capitolo 3 rende il quadro ancora più inquietante perché lo porta dentro la vita quotidiana. Robot, device e giochi non sono più semplici oggetti. Sono sensori. L’Ia più pervasiva, suggerisce Prandi, non sarà quella visibile nella finestra di una chat. Sarà quella che smetteremo di notare: auricolari, occhiali, anelli, orologi, fasce per dormire, dispositivi per meditare, robot domestici, giocattoli intelligenti.
È la sorveglianza con il volto della comodità. Paghiamo per essere misurati. Vogliamo dormire meglio, correre meglio, respirare meglio, studiare meglio. In cambio cediamo dati sempre più intimi: battito, voce, posizione, sonno, stress, umore, attenzione. Il vecchio consenso informato appare insufficiente. Non basta più accettare una privacy policy se ciò che viene raccolto non è soltanto un dato, ma un indizio della nostra condizione mentale.
La parte sui giocattoli intelligenti è forse la più inquietante. Un peluche o un robottino dotato di Ia può parlare con un bambino, rispondere, ricordare, consolare, indirizzare. Ma può anche raccogliere conversazioni, generare dipendenza, trasmettere valori, incorporare propaganda. Quando l’ideologia entra nel giocattolo, la guerra cognitiva scende all’altezza di una cameretta di un bambino.
Prandi insiste su un punto decisivo: i bambini non hanno ancora gli strumenti per distinguere una relazione da una simulazione di relazione. Se un oggetto li chiama per nome, li ascolta, li gratifica, li intrattiene senza stancarsi, quel dispositivo non è più soltanto un prodotto. È un ambiente educativo privato, opaco, commerciale.
Il discorso sui robot domestici e umanoidi chiude il cerchio. Qui la Cina appare in vantaggio non solo per ambizione politica, ma per capacità industriale. Sensori, batterie, motori, catene di fornitura, fabbriche, dati del mondo fisico: sono questi gli elementi che permettono all’intelligenza artificiale di uscire dallo schermo ed entrare nello spazio. Un chatbot può persuadere. Un robot può ascoltare, muoversi, mappare una casa, interagire con corpi e oggetti.
È questa la forza di Fuori controllo: mostrare che la questione dell’Ia non riguarda solo server remoti e grandi laboratori. Riguarda il polso, l’orecchio, il salotto, la camera dei figli. La geopolitica non passa soltanto dai semiconduttori e dai cavi sottomarini. Passa anche dall’aspirapolvere che disegna la pianta di casa, dall’orologio che conosce il nostro battito, dal giocattolo che risponde a un bambino.
Il libro ha un tono allarmato, talvolta volutamente incalzante. Ma il suo merito è non fermarsi alla denuncia. La domanda che pone è politica: quale parte della nostra autonomia siamo disposti a cedere in cambio di efficienza, conforto, intrattenimento?
Nelle conclusioni, “Il cielo stellato sopra di me”, Prandi allarga lo sguardo allo spazio, alla difesa, all’uso militare dell’intelligenza artificiale. Dal chatbot al satellite, dal peluche alla portaerei, il filo è sempre lo stesso: il controllo non si perde tutto insieme. Si consegna un pezzo alla volta.
La spia del futuro, suggerisce questo libro, potrebbe non entrare di nascosto. Potrebbe arrivare in una scatola elegante, con un’app da scaricare e una promessa di benessere. E siamo stati semplicemente noi a volerla e a comprarla.
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True
2026-06-15
«Stop», «Pause» e «Control». I tre movimenti mondiali in lotta contro l’IA senza freni
Un momento delle proteste di piazza registrate negli Usa contro l’IA (Getty Images)
- Il primo rifiuta i limiti legali e adotta la disobbedienza civile per imporre un bando totale sull’algoritmo, considerato una minaccia per la civiltà. Il secondo ha posizioni più moderate, i militanti si definiscono «tecno-ottimisti» terrorizzati dall’assenza di controllo pubblico. L’ultimo si muove tra pubbliche relazioni e lobbismo. Politica e università sono i centri di questa mobilitazione laica. Realtà che viaggiano parallele ma non allineate all’allarme lanciato da papa Leone XIV. Intanto l’ultimo studio dice che i codici mettono a rischio 1 posto di lavoro su 4.
- Alberto Giubilini, vicedirettore dei corsi d’insegnamento presso l’Istituto Uehiro di Oxford: «Questa tecnologia non minaccia la capacità di decidere, ci sono altri problemi legati alla perdita di creatività o all’uniformità di pensiero. Di certo non deresponsabilizza»..
Lo speciale contiene due articoli.
Due mesi fa il manifesto anti-IA di Daniel Moreno-Gama, in cui il ventenne dichiarava ai suoi amici di voler uccidere Sam Altman, co-fondatore e amministratore delegato di OpenAI (la società di intelligenza artificiale che ha sviluppato ChatGpt). Poi, l’assalto ravvicinato con una bottiglia molotov contro la villa del manager a San Francisco. Meno di quarantotto ore dopo, colpi di pistola contro la stessa abitazione di Altman, esplosi da due giovani fuggiti poi a bordo di un’auto. Cinque mesi prima, gli ingressi della sede di OpenAI erano stati bloccati ai dipendenti dopo le minacce di morte del ventisettenne Sam Kirchner, militante della linea dura dell’attivismo tecnologico, che ha fondato nel 2024 il gruppo radicale Stop AI insieme al quarantacinquenne Guido Reichstadter, lasciandosi alle spalle la precedente esperienza nella rete internazionale Pause AI.
Si respira, insomma, un clima di forte tensione negli Stati Uniti, che rispecchia lo scetticismo dell’opinione pubblica americana contro l’IA: il Pew Center rileva preoccupazione diffusa, Gallup evidenzia che il 97% dei cittadini esige regole governative più severe mentre per Nbc News il 57% vede i rischi della super intelligenza superiori ai benefici. Nel mondo, il dissenso è di fatto diviso in due correnti: da un lato l’opposizione pragmatica dei più giovani, focalizzati su questioni prosaiche come la tutela del lavoro, il diritto d’autore e la sostenibilità climatica dei data center; dall’altro la posizione etica del Papa, incentrata sulla salvaguardia della responsabilità umana e sulla necessità che la tecnologia resti al servizio dell’uomo.
Quel che è certo è che il rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale ha definitivamente varcato i confini della Silicon valley per riversarsi nelle strade e nel dibattito politico globale. Ciò che inizialmente sembrava un confronto tecnico confinato ad accademici si è trasformato in una complessa battaglia sociale di portata storica, che vede in prima linea un fronte di tecnologi che paventano anche lo scenario estremo: l’«estinzione della specie umana». Altman ha pensato bene di sparigliare proponendo, pochi giorni fa, di vendere l’IA su un contatore, come acqua o elettricità, definendola un’utilità pubblica a pagamento, vista la potenza computazionale che consuma. Un’ipotesi che paradossalmente aiuterebbe i cittadini a gestirla meglio?
Per comprendere come si articola il dissenso internazionale occorre mappare le sue tre sigle principali, a partire dalla frangia più intransigente di Stop AI, che rifiuta i limiti legali e adotta la disobbedienza civile per imporre un bando totale sull’IA, considerata una minaccia per la civiltà. Le azioni sul campo, che hanno conquistato le prime pagine dei media internazionali quanto quelle dei paladini dell’emergenza climatica, includono scioperi della fame davanti a colossi come Google DeepMind e Anthropic o interruzioni di convegni.
Su posizioni più moderate e legalitarie si colloca, invece, PauseAI, fondata a Utrecht nel 2023 da Joep Meindertsma. I militanti si definiscono «tecno-ottimisti» fiduciosi nel «potenziale medico dell’IA» (quello della cura di massa, anziché della cura su misura del singolo, ndr) ma terrorizzati dall’assenza di controllo pubblico sulla sua evoluzione. Guidata negli Usa dalla biologa di Harvard Holly Elmore e nel Regno Unito dal ricercatore di Oxford Joseph Miller, la rete globale organizza soltanto proteste pacifiche e rifiuta nettamente le derive radicali.
All’opposto delle barricate stradali agisce anche ControlAI, l’ala più istituzionale della sicurezza informatica. Il gruppo preferisce le pubbliche relazioni e il lobbismo normativo, organizza campagne mediatiche d’impatto e cerca di indurre i parlamentari a firmare dichiarazioni sui rischi sistemici dell’IA.
Nell’arena politica, il dissenso sta cambiando pelle: l’opposizione all’IA è ormai diventata un tema centrale ed elettorale, seppur trasversale. Il governatore repubblicano della Florida, Ron DeSantis, ha proposto una «Carta dei diritti» sull’IA per tutelare i cittadini affinché siano informati quando interagiscono con l’Intelligenza artificiale, si forniscano controlli parentali sui chatbot e si pongano limiti all’uso dell’IA nella consulenza psicologica. Ma anche il democratico Bernie Sanders è favorevole a una moratoria, al contrario del suo collega dem Josh Shapiro, promotore di massicci investimenti infrastrutturali. Quanto alle risorse economiche che muovono la complessa macchina del dissenso, arrivate finora da canali differenti (donazioni spontanee, fondi del Future of life institute), oggi la sponda politica più concreta arriva dai partiti, pronti a scommettere sulle proteste locali e cavalcarle in vista delle prossime elezioni.
Contestazioni anche nel mondo accademico: a Oxford Michael Wooldridge denuncia i pericoli dell’IA, John Lennox ci vede un «capitalismo di sorveglianza», Nick Bostrom avverte sul rischio esistenziale e Mariarosaria Taddeo ne critica l’uso militare. Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica e uno dei padri fondatori del deep learning, ha firmato con oltre 200 accademici un appello formale all’Onu per stabilire linee rosse internazionali.
Il professor Mauro Lubrano dell’Università di Bath ha paragonato l’attivismo delle giovani generazioni contro l’IA al luddismo ottocentesco: gli operai non rifiutavano la tecnologia ma l’introduzione incontrollata che stravolgeva le loro vite; inascoltati, ricorsero alla violenza. Per il docente, l’IA usata in guerra, sul lavoro e nel controllo sociale consolida oggi una pericolosa oligarchia tecnologica.
E siamo sicuri che in questa contesa avranno sempre più peso i report sulle conseguenze per il mondo del lavoro. L’ultima fotografia l’ha scattata l’International Labour Organization ed è stata ripresa da Consumers’ Forum (ente indipendente di associazioni dei consumatori e imprese). Evidenzia come il 25% dell’occupazione globale rientri in professioni potenzialmente esposte all’IA - 1 posto di lavoro su 4 è a rischio - e come ad oggi gli algoritmi abbiano provocato 425.000 licenziamenti.
A questa mobilitazione laica si è affiancata una profonda riflessione della Chiesa cattolica. Nella sua recente enciclica, papa Leone XIV ha affrontato lo sviluppo algoritmico sollevando il tema cruciale della responsabilità delle scelte umane. Il pontefice, secondo il quale l’IA non è moralmente neutra, ha messo in guardia l’umanità contro l’illusione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana, denunciando il rischio che settori vitali come il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi sociali e la reputazione personale vengano totalmente affidati a sistemi automatizzati che occultano la responsabilità etica delle decisioni. L’Italia non è rimasta immune da questa ondata di attivismo algoritmico, sebbene nel contesto nazionale non si registrino manifestazioni violente. La presenza più significativa sul nostro territorio è rappresentata dalla sezione ufficiale di PauseAI Italia, che punta all’AI Act e su una moratoria internazionale. Una forte resistenza sindacale e legale si concentra invece sulla tutela del lavoro e del copyright con le associazioni di editoria, arte e doppiaggio schierate contro il Web scraping non autorizzato.
La partita sul futuro della tecnologia dimostra, insomma, che la sfida non si gioca più a colpi di codice nella Silicon valley, ma è diventata una complessa contesa sociale che ridefinirà le prossime partite elettorali. E soprattutto i confini della civiltà occidentale.
«Utilizzare oppure no l’algoritmo resta sempre una scelta da umani»
«Usare o meno l’IA è, in sé, una decisione». Oxford ospita diverse voci critiche contro l’Intelligenza artificiale, ma è anche la base del professor Alberto Giubilini, vicedirettore dei corsi d’insegnamento presso l’Istituto Uehiro di Oxford e coordinatore del team locale del progetto Cavaa, finanziato dall’Unione europea, che indaga proprio sulle implicazioni etiche della consapevolezza dell’Intelligenza artificiale.
Si parla di «rivoluzione silenziosa dell’IA»: gli individui stanno rinunciando alla capacità di decidere, come sostiene Papa Leone XIV?
«È vero che in un contesto in cui gran parte dei cittadini utilizza l’IA, c’è una forma di pressione a usarla per non “rimanere indietro”. Ma questo riguarda e ha storicamente riguardato molte altre tecnologie. Non credo che ciò che l’IA minacci sia la capacità di decidere: ci sono altri problemi, come la perdita di creatività individuale e collettiva, il rischio dell’uniformità di pensiero quando l’IA entra nella sfera delle questioni morali, o il senso (falso) di deresponsabilizzazione che si potrebbe avere quando si delega all’IA».
Perché lo definisce «falso»?
«Perché l’IA mette chi decide di fronte alla possibilità che ci siano conseguenze non previste ed errori esattamente come succede quando non la si usa. Di queste due opzioni, sono sempre gli umani i responsabili, decidendo se usare o no l’Intelligenza artificiale».
Oggi l’opposizione all’IA sembra viaggiare su due binari distinti: da un lato c’è la critica di papa Leone XIV, dall’altra quella portata avanti dai gruppi di opposizione che hanno rivendicazioni più contingenti. Non trova sorprendente che la riflessione più incisiva sia stata formulata da un’autorità spirituale?
«Non so se la critica del Papa sia più “incisiva” delle altre. Il pontefice ha un ruolo culturale e istituzionale che richiede attenzione a certi questioni e altri gruppi (ad esempio, gli ambientalisti) danno attenzione ad altre. Credo che siano tutte importanti, ma si riferiscono a problemi diversi. Le vedo più in sinergia che non in contrapposizione o gerarchia».
L’insorgente dissenso sociale verso l’IA esprime un’autentica resistenza etica a tecnocrazia e meccanicismo o piuttosto la declinazione 3.0 di quella retorica propria delle giovani generazioni, storicamente inclini alla contestazione?
«Credo che in parte non sia niente di nuovo: ci sono sempre gruppi che oppongono innovazioni tecnologiche radicali. C’è un elemento di retorica apocalittica, ma ci sono altre ragioni e preoccupazioni. Credo sia difficile raggruppare l’opposizione all’IA in un fenomeno unitario. L’opposizione può arrivare da retroterra culturali e politici diversi. È un po’ come l’opposizione ai vaccini o alla medicina più in generale: a volte l’opposizione arriva da ambienti più libertari-conservatori scettici verso i proclami della scienza, altre da gruppi più progressisti scettici verso Big Pharma o inclini a stili vita “naturali”. Anche qui, niente di nuovo, credo».
La repressione del dissenso sull’IA potrebbe alimentare un risentimento sotterraneo e comportamenti ancora più violenti, come suggerisce il professor Lubrano?
«Repressione e coercizione tradizionalmente esasperano gli animi. È un equilibrio delicato quello fra il mantenere ordine pubblico e un dibattito civile da un lato, e rispettare libertà di parola e manifestazione del dissenso dall’altro. Di nuovo, mi pare una questione molto più vecchia dell’IA».
Quale strategia legislativa ritiene capace di dare denti e sostanza ai principi etici sull’IA, riuscendo nell’impresa di non scadere nell’inefficacia?
«Credo sia importante affrontare la questione della responsibilità individuale per le conseguenze dell’uso dell’IA. Ed è importante evitare il rischio che, sia a livello etico che a livello legale, una persona possa dire “è stata l’IA, non è colpa mia”. Questo tipo di affermazione non è giustificata, ma c’è il rischio che la si prenda per buona. Credo la priorità della legge sia quella di chiarire che l’uso dell’IA non deresponsabilizza. È anzi vero il contrario».
Ritiene che la libertà dei singoli possa essere più minacciata dall’uso incontrollato dell’IA o da una sua rigida regolamentazione?
«L’uso incontrollato, da parte di qualcuno, di ogni tecnologia rischia sempre di interferire con la libertà altrui, perché la mancanza di controlli dà il potere di danneggiare altri. Ma credo nessuno sostenga che l’IA debba essere “incontrollata”. La rigida regolamentazione può prevenire questa situazione, ma al rischio di limitare troppo la mia libertà di accedere alla tecnologia».
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Marco Arenare
L’esperto Marco Arenare: «La tecnologia muta gli scontri, ma alla fine ci saranno sempre uomini molto addestrati che dovranno decidere e agire».
Marco Arenare entra giovanissimo nella Marina militare. Ha un obiettivo: diventare un incursore del Comsubin. Ci riesce. Ma è solo l’inizio di una vita vissuta intensamente.
Partiamo quindi dall’inizio. Come mai ha scelto di diventare un incursore della Marina militare italiana?
«Sono nato a Policastro Bussentino, nel Cilento, dove il mare e il fiume Bussento erano il nostro campo giochi. Da ragazzini, alla foce del fiume, ci hanno avviato alla canoa: accompagnavamo i turisti nelle escursioni e con quel poco ci pagavamo le trasferte per le gare. Da lì la maglia azzurra e un argento ai Mondiali Junior del 1990. Poi la leva in Marina, sulla fregata Scirocco. Alla Spezia, in un capannone del centro sportivo, trovai un vecchio kayak olimpico in legno, impolverato e destinato alla distruzione: chiesi di poterlo sistemare e, pezzo dopo pezzo, lo riportai in acqua. In quel gesto c’era già tutto: la cura delle cose, la pazienza, il non arrendersi davanti a ciò che sembra finito. Quando mi parlarono degli incursori del Varignano risposi che prima dovevo vincere il concorso per sottufficiali: una cosa per volta. Così è stato. Poi il 46° corso Incursori e il Basco Verde. Non cercavo un lavoro, cercavo una vocazione: stare dove la selezione è più dura, al servizio del Paese».
Com’è stata l’esperienza dell’addestramento?
«Il percorso per diventare incursore è lungo e durissimo: su tanti che ci provano, pochissimi arrivano in fondo. Non si cerca il superuomo: si cerca chi non molla quando il corpo dice basta. Nuoto da combattimento, immersioni, paracadutismo, tiro, esplosivi: ogni fase toglie il superfluo e lascia solo l’essenziale. Ma la vera lezione è mentale: impari che il limite è quasi sempre più lontano di dove credi che sia. E impari l’umiltà, perché al Varignano c’è sempre qualcuno più bravo di te da cui rubare il mestiere. L’addestramento, poi, non finisce mai: in trent’anni non ho smesso di studiare, dai corsi fatti negli Stati Uniti accanto ai reparti speciali americani fino a quelli per imparare a guidare le persone e le organizzazioni, seguiti negli ultimi anni in Nato. L’operatore che smette di imparare è un operatore che ha già perso».
Quali missioni ha svolto all’estero e quale è stata la più difficile?
«Ho servito per tre decenni nel Gruppo operativo incursori, in operazioni nazionali e internazionali in diversi teatri, e per un periodo sono stato distaccato nei reparti speciali della Marina americana, i Navy Seal, lavorando fianco a fianco con loro. Molti dettagli, per riservatezza, non si possono raccontare. Posso parlare di due episodi a Herat, in Afghanistan, perché le motivazioni delle decorazioni sono pubbliche. Il primo: un’operazione contro il terrorismo per la liberazione di ostaggi, conclusa con 31 persone liberate, tra cui sei italiani. Il secondo, durante l’operazione Maashin IV: nel corso di violenti combattimenti un mio commilitone è stato ferito gravemente; l’ho raggiunto, ho messo in sicurezza la zona e gli ho prestato le prime cure. È stata la missione più difficile, non per il pericolo in sé, ma perché in quei momenti hai nelle mani la vita di un fratello. Tutto l’addestramento di una vita si comprime in pochi minuti. Le medaglie che ne sono seguite le sento come un riconoscimento al reparto, prima che a me».
Lei è stato anche soccorritore militare. Cosa significa fare il «medic» nelle forze speciali?
«Mi sono qualificato come paramedico delle forze speciali alla scuola di medicina militare dell’esercito americano, e ho applicato sul campo le procedure di soccorso in combattimento. Il soccorritore è l’assicurazione sulla vita della squadra: devi essere un operatore completo, capace di combattere come gli altri, ma quando qualcuno cade tocca a te. È come fare il medico del pronto soccorso, ma di notte, sotto il fuoco e con il solo materiale che ti porti addosso. La differenza tra la vita e la morte si gioca nei primi minuti e nella qualità delle decisioni che prendi. È una responsabilità enorme, ma è anche il ruolo che più mi ha insegnato il valore della vita umana».
Com’è stata la transizione alla vita civile? Più difficoltà o più opportunità?
«Entrambe. Quando togli l’uniforme dopo trent’anni, la prima sfida è l’identità: non sei più il tuo grado e il tuo reparto, devi ridefinirti. Il mio ultimo incarico mi ha aiutato molto: dal 2019 al 2023 sono stato il consigliere sottufficiale più anziano nel quartier generale delle forze speciali della Nato, in Belgio, nell’ufficio che sviluppa le capacità dei reparti speciali marittimi di tutti i Paesi alleati. Lì ho lavorato a livello strategico e ho investito sulla mia formazione: corsi di organizzazione aziendale, di gestione e crescita delle persone, di preparazione mentale. Ho scoperto che ciò che impari nelle operazioni speciali, guidare uomini, pianificare, gestire il rischio, decidere sotto pressione, è esattamente ciò che manca a molte aziende. Anche qui ho applicato la regola di sempre: una cosa per volta. La transizione è difficile se la subisci, è un’opportunità se la pianifichi come una missione».
Cos’è Novamas?
«Novamas Global è la società che ho fondato. Siamo veterani e ci vediamo come un ponte tra l’industria e chi opera sul campo. Da una parte aiutiamo Forze armate e Forze dell’Ordine ad analizzare le proprie esigenze e a scegliere i materiali giusti, con consulenza, forniture e formazione avanzata: ciò che proponiamo lo abbiamo usato o messo alla prova di persona. Dall’altra affianchiamo le aziende che vogliono capire meglio l’ambiente militare, per costruire prodotti davvero aderenti a chi li userà. Il nostro chiodo fisso è perfezionare l’integrazione tra l’operatore e lo strumento: la tecnologia migliore vale poco se non è costruita intorno all’uomo che la impiega. Lavoriamo molto anche sulla difesa contro i droni. Per noi è un modo di restituire qualcosa alla comunità che ci ha formati».
Com’è cambiata la guerra di oggi?
«Il campo di battaglia sta diventando una casa di vetro: satelliti, droni e sensori vedono tutto, sempre. Nascondersi è sempre più difficile e ciò che viene visto può essere colpito in pochi minuti. Non è uno scenario futuro: sta succedendo adesso, e l’Ucraina è il laboratorio di questa trasformazione. La seconda rivoluzione è una sfida tra Davide e Golia: un piccolo drone da poche centinaia di euro, poco più di un giocattolo modificato, può distruggere un carro armato da milioni. La terza, che per la mia esperienza è la più importante, è la velocità con cui bisogna adattarsi: tattiche e contromisure cambiano nel giro di settimane, non di anni. Chi non regge questo ritmo è già sconfitto».
Quanto contano i droni e come ci si difende?
«I droni sono ormai dappertutto: osservano, colpiscono, guidano il fuoco dell’artiglieria, trasportano rifornimenti, e cominciano a muoversi in sciami coordinati, come stormi di uccelli. E la minaccia non riguarda solo i campi di battaglia: aeroporti, infrastrutture e grandi eventi sono vulnerabili anche in tempo di pace, come dimostrano le incursioni che si stanno verificando sui cieli europei. Difendersi, a mio avviso, funziona come proteggere una casa: prima serve l’allarme che si accorge dell’intruso, cioè antenne e radar che rilevano il drone; poi la telecamera che lo riconosce e capisce se è una minaccia; infine, l’intervento che lo ferma, accecandolo, cioè interrompendo il collegamento con chi lo guida e il segnale satellitare che lo orienta, oppure abbattendolo. Non esiste una soluzione unica: serve un sistema a più strati e, soprattutto, persone addestrate a usarlo. È uno dei campi su cui con Novamas lavoriamo ogni giorno».
La domanda da un milione di dollari: come immagina le guerre di domani?
«Premetto che è un parere personale, maturato sul campo e negli anni in Nato: nessuno ha la sfera di cristallo, e il futuro della guerra è già in atto sotto i nostri occhi. Viviamo in un’epoca di sovrabbondanza di informazioni, e il campo di battaglia non fa eccezione: ogni sensore, ogni drone, ogni satellite riversa fiumi di dati nei posti di comando. La vera sfida non è più raccogliere informazioni, è filtrarle: separare ciò che conta dal rumore e decidere nel più breve tempo possibile. Come negli scacchi giocati a tempo: vince chi trova la mossa giusta più in fretta dell’avversario. È la superiorità decisionale, e l’intelligenza artificiale sta già dando ai comandanti questo vantaggio, comprimendo in secondi analisi che fino a ieri richiedevano ore. E non esisteranno più una guerra di terra, una di mare e una di cielo separate: terra, mare, cielo, spazio e mondo digitale stanno diventando un unico campo di battaglia, con macchine sempre più autonome e uomini sempre più protetti e decisivi. Ma la tecnologia cambia il volto della guerra, non la sua natura: alla fine contano sempre la volontà, l’addestramento e i valori di chi combatte. Per questo continueranno a servire professionisti seri e silenziosi. La macchina calcola, ma la responsabilità di decidere resta umana. Almeno per ora».
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