- L’Italia, primo produttore del continente, ottiene di nuovo i dazi sui cereali coltivati in Birmania e Cambogia. L’Europa ha fatto scattare la clausola di salvaguardia chiesta a gran voce da Coldiretti e osteggiata dal Pd.
- Il riso italiano è il migliore del mondo, ma alla sapienza dei nostri risicoltori non sempre corrisponde un’altrettanta giusta educazione al consumo. Ecco un vademecum per ottenere i migliori risultati in cucina.
- La pasta rappresenta uno dei prodotti simbolo del made in Italy. Un pacco ogni quattro di quelli consumati nel mondo è prodotto nel nostro Paese. Eppure non c’è da star tranquilli perché alcuni competitor si stano facendo sotto.
Lo speciale contiene tre articoli.
Per una volta l’Europa ha ascoltato l’Italia e di fronte all’evidenza dei fatti si è arresa. Stop all’importazione selvaggia, e senza dazi, del riso dalla Cambogia, dalla Birmania e dal Vietnam. È scattata la clausola di salvaguardia che le organizzazioni dei risicoltori italiani, Coldiretti in testa, avevano chiesto a gran voce da almeno tre anni, che l’allora ministro dell’agricoltura Maurizio Martina aveva tiepidamente invocato anche per non dispiacere all’Alto rappresentante alla politica estera dell’Ue Federica Mogherini che con l’incondizionato supporto del Pd e dunque del gruppo socialista al’Europarlamento ha sempre usato i prodotti agricoli mediterranei – dall’olio ai pomodori passando per la frutta e appunto il riso – come merce di scambio nella diplomazia dell’assistenza con i Paesi emergenti o del Sud del mondo.
È proprio in questo quadro che rientrava l’accordo d’importazione di riso Indica (sarebbe quello che noi conosciamo come Basmati) dai Paesi del Sud-Est asiatico senza dazi. Questa importazione selvaggia ha provocato danni enormi alla risicoltura italiana che è di gran lunga la maggiore per quantità e qualità di tutta Europa, determinando un crollo dei prezzi anche del riso Japonica, quello da risotti per intenderci. che è quasi un’esclusiva italiana e una saturazione dei mercati. Il neoministro dell’agricoltura e del turismo Gian Marco Cetinaio, appena insediato, ha aperto subito il dossier riso mettendo mano a tre provvedimenti che hanno già determinato un cambio di passo del mercato interno e hanno avuto significative e positive ripercussioni su quello comunitario. I tre provvedimenti sono l’obbligo di etichettatura come riso classico per alcuni tipi di riso che devono essere corrispondenti al cento per cento alla qualità dichiarata in etichetta, l’obbligo di etichettatura biologico per i risi che davvero provengono dall’intero ciclo di produzione bio e infine la ripresa della richiesta di clausola di salvaguardia. E stavolta la richiesta è stata accettata.
L’Ue ha svolto un’indagine che è durata oltre un anno per verificare se effettivamente l’importazione senza dazio del riso birmano e cambogiano in particolare procurava danni ai risicoltori europei ed italiani in particolare e il 5 novembre scorso ha depositato le conclusioni di questa indagine che ha rilevato come effettivamente nel periodo «2012-2017 le importazioni di riso da Cambogia e Birmania sono esplose con incrementi nel periodo fino all’80% e un ingresso di circa 30.000 tonnellate all’anno senza dazio sul mercato comunitario». Inoltre questa indagine ha concluso che il riso birmano viene da un Paese che viola sistematicamente i diritti umani e quello cambogiano da un Paese dove i controlli sanitari sono insufficienti.
Dunque ha proposto ai 28 Paesi membri la revoca del regime di «preferenza commerciale europea» e proprio due giorni fa l’Ue ha fatto scattare la clausola di salvaguardia, come da richiesta dell’Italia, che era stata appoggiata anche da altri sette paesi – Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Ungheria, Romania e Bulgaria che sono anch’essi, sia pure con quantità minime produttori di riso – che prevede la reintroduzione dei dazi. Il ministro per l’agricoltura e il turismo Gian Marco Centinaio ha commentato a caldo: «È un risultato importante che riconosce al nostro Paese il danno economico causato dalle importazioni a dazio zero da Cambogia e Birmania e anche il grande lavoro che stiamo portando avanti a sostegno di un settore che per troppo tempo è stato penalizzato. Abbiamo perso oltre il 50% della superficie investita per la coltivazione. Non possiamo più permettercelo. Adesso basta».
Egualmente soddisfatto è il neopresidente di Coldiretti Ettore Prandini, che ha ricordato come sulla Birmania pesi anche l’accusa di aver praticato il genocidio contro la minoranza musulmana dei Rohinghya «e dunque non v’era nessuna giustificazione a questa situazione che ha determinato una gravissima crisi della risicoltura italiana». La Coldiretti due giorni fa per «festeggiare» questa vittoria diplomatico-commerciale ha anche organizzato a Roma una mostra per «raccontare la straordinaria ricchezza della biodiversità della nostra risicoltura». Che è un volano economico indispensabile per una parte importante del Paese.
Basta ricordare che l’Italia produce 1,5 milioni di tonnellate di riso, che il comparto vale oltre 1,5 miliardi di fatturato e che impiega oltre 4200 aziende agricole. Ma è un settore in profonda crisi perché i margini agricoli sono stati compressi proprio dalle importazioni massicce e selvagge. Per contrastarle i risicoltori italiani hanno espiantato il riso Japonica e impiantato quello Indica, cioè come quello che arriva dal sud est asiatico e che soprattutto nel nord Europa è il più consumato. Così siamo passati da una situazione di dieci anni fa con solo il 30% di superficie coltivata a Indica, alla situazione attuale con oltre il 60% di superficie coltivata con questo riso dal chicco allungato, ma il prezzo del risone è precipitato dai 450 euro al quintale sotto i 300 euro. Questo ha segnato l’abbandono di produzione.
Proprio per contrastare questa crisi, Centinaio ha varato l’obbligo di etichettatura del riso classico, che si accompagna a quella di «riso italiano». Si può etichettare come classico solo il riso che effettivamente appartiene a queste varietà: Carnaroli, Arborio, Baldo, Roma, Sant’Andrea, Vialone Nano e Ribe. Questo perché la legislazione precedente consentiva di utilizzare anche altre qualità di riso equivalenti. Il riso infatti è diviso in varie categorie a seconda delle dimensioni, la forma, la collosità dei chicchi e così ad esempio Carnaroli e Carnac sono nella stessa tipologia di riso e possono essere venduti miscelati, ma oggi l’etichettatura obbligatoria con la dicitura classico indica al consumatore che in quella confezione di Canaroli c’è colo ed effettivamente riso Canaroli.
Questa specificazione serve a incrementare il valore percepito dei risi e se poi il riso vuole dirsi bio bisogna che sia stato piantato e raccolto senza ausili chimici e che la coltivazione sia stata fatta in modo tradizionale. Tutto questo dovrebbe dare un nuovo slancio alla risicoltura e dovrebbe essere d’esempio anche per la cerealicoltura. Insieme al decreto sul riso classico è stato infatti confermato quello sulla pasta che deve avere il cento per cento di grano italiano se vuole dirsi tale. Questo ha portato alla riscoperta di antiche cultivar di grano duro (dalla Tumilia alla Saragolla, dall’Ariete al Simeto) ma anche allo sfatare il luogo comune secondo il quale i gran italiani, poiché meno proteici, sarebbero inadatti ala moderna pastificazione.
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