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Snacks bar. Healthy vegetables sticks and hummus

Il primo pensiero è che sia una parolaccia, ma non lo è. Si chiama cazzimperio. È una insalata, una macedonia di verdure fresche, crude e croccanti – finocchi, carote, rapanelli, zucchine, cetrioli, sedani, peperoni – tagliate in listarelle da intingere in un buon olio d’oliva extravergine aromatizzato con sale e pepe. L’assonanza di questa insalata con una delle parole volgari più usate nel linguaggio italiano moderno, ormai adoperiamo tale parola anche al posto delle virgole, c’è, eccome.

Ma il cazzimperio ha tutt’altra genesi linguistica e non ha niente a che fare con il nome del membro maschile il quale, secondo alcuni glottologi, deriverebbe dal marito dell’oca, l’ocazzo, un «oco» più grosso del normale. «Se non v’è oca, a noi dona un ocazzo», ammicca il quattrocentesco umanista fiorentino Pier Filippo Pandolfini in una sua ottava burlesca. Altri filologi, a tal proposito, preferiscono solcare le onde e fanno risalire il termine al vocabolo marinaresco «cazzare», cioè tenere tesa la cima che regge la vela. In entrambi i casi, le allusioni al pene sono inequivocabili. Sarebbe inutile ed ipocrita negarlo.

Il croccante cazzimperio, invece, appartiene al linguaggio romanesco rinascimentale. È nell’Urbe dei Papi della Rinascenza che l’insalata di ortaggi crudi prende vita e nome, prima nei banchetti delle famiglie aristocratiche, poi sui tavolacci del popolino. Se ne hanno notizie fin dal Cinquecento e deve l’altisonante appellativo alla combinazione di due parole: la «cazza», sorta di mestolo con i buchi – come la schiumarola dei cuochi – che serviva a Paracelso, Giano Lacinio, Isabella Cortese e ad altri loro colleghi alchimisti per i loro esoterici esperimenti e la parola «imperio», comando. Chi maneggiava la cazza era riconosciuto come uomo di potere. Ovvio che la somiglianza del nome dell’insalata con quello dell’organo maschile, generava, e tuttora genera, lazzi e frizzi in bocca al popolo romano. Il dialettale cazzimperio, per essere iscritto ufficialmente nel vocabolario dei letterati, dovette attendere 300 anni. Nel 1831 lo sdogana Giuseppe Gioachino Belli nel sonetto La bbotta de fianco nel quale parla dell’appititosa sora Rosa sostenendo che oltr’ar zale c’ha pure il pepe in corpo. A questo punto ecco la bbotta, cioè la spiritosaggine finale: «Scappò allora ridenno er sor Zaverio:/ «Co ssale e ppepe e cquattro gocce d’ojjo/ poderissimo facce er cazzimperio»».

Poteva cent’anni dopo Carlo Alberto Salustri, Trilussa, l’altro re della poesia romanesca, tirarsi indietro sul cazzimperio? Non lo fece. Nella poesia Nerone, pubblicata nella raccolta Acqua e vino, battezza con il nome dell’insalata la bettola dove l’imperatore manda un suo sgherro a spiare il popolo: l’Osteria der Cazzimperio. Quando torna a palazzo Nerone gli chiede: «Allora? Cosa dicono di me? Racconta… Com’annamo?». «A burr’e alice!», risponde lo spione. «La gente magna, beve e se ne fotte…». In quel «magna» c’è tanto di quel cazzimperio che dà il titolo all’osteria.

Il cazzimperio, con il passar del tempo e l’avvento del «politicamente corretto», fu costretto a piegare il capo al conformismo e diventare, come si dice oggi, inclusivo. In alcune Regioni del Centrosud è stato ingentilito in «cacimperio», portando un po’ di confusione nel menu della cucina italiana. Lo spiega bene Pellegrino Artusi che ne La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene (1891) polemizza con il gastronomo francese Brillat Savarin a proposito di fondue e fonduta dando la ricetta dell’autentico cacimperio: formaggio fuso che il profeta della cucina italiana attribuisce ai torinesi, una fonduta preparata con fontina (il cacio), burro, rossi d’uovo e latte. In altre Regioni, ben presto in tutta Italia, il cazzimperio divenne pinzimonio, parola toscana, pulita e senza equivoci. Anche pinzimonio è una parola macedonia (così le definì il linguista Bruno Migliorini) nata dall’accoppiamento di due vocaboli: il segmento iniziale di «pinzare», usare, cioè, pollice e indice come una pinza per afferrare le verdurine, e il tratto finale di «matrimonio» per sottolineare la felice unione di finocchio, carota, zucchina, sedano, eccetera, con olio d’oliva, sale e pepe.

Tra cazzimperio e pinzimonio non c’è differenza, ingredienti e condimento sono gli stessi: verdure crude tagliate a striscioline, olio extravergine, sale e pepe. Attenzione, però. Gli accademici del pinzimonio considerano buzzurro del gusto colui che versa nella ciotola prima l’olio, poi il sale e il pepe. Secondo loro tutti dovrebbero sapere che i granelli di sale non si sciolgono nell’olio, ma si depositano sul fondo, integri. Questione di chimica. Quindi, per un autentico pinzimonio, bisognerebbe procedere così: versare nella ciotola un paio di gocce di aceto (o di limone) nelle quali sciogliere una punta di cucchiaino di sale mescolando fino a soluzione completa. Poi si gratta un po’ di pepe fresco e si rimescola. Infine si versa l’extravergine per l’amalgama conclusivo. A questo punto, pucciata libera.

Il pinzimonio, molto di moda negli aperitivi, non appesantisce. Anzi. Secondo molti nutrizionisti le verdure crude danno vigore e la piccantezza della salsa vivacità e voglia di fare. È un piatto leggero e fa bene, dietetico e contro la pesantezza e la sonnolenza post prandiale. Lo aveva ben capito Filippo Pananti, poeta ed epigrammista toscano dell’Ottocento

che in alcuni versi lo consigliava per trovare la carica: «Mi vo subito a mettere a telonio (tavolo di lavoro)/ pieno di fuoco e un bellissimo estro/ perché ho mangiato molto pinzimonio». Gabriele D’Annunzio con il cibo aveva un rapporto molto particolare: amava i piatti che gli titillavano i sensi e si mostravano belli da vedere, ma gli piacevano anche le verdure fresche crude intinte nell’olio figlio dell’olivo, pianta che adorava ritenendola sacra: «…i fratelli olivi/ che fan di santità pallidi i clivi…».

Roberto Benigni sventola comicamente la bandiera politica del pinzimonio che, con lui, diventa un partito. Nello spettacolo teatrale Tuttobenigni portato in tour per l’Italia alla fine degli anni Novanta, l’attore comico chiede il voto agli elettori: «Noi siamo il Partito del pinzimonio, siamo il partito più serio, quello del cazzimperio», incita il pubblico promettendo un’Italia fresca, croccante e salutare. Il Partito del pinzimonio ebbe talmente successo che il compositore Nicola Piovani, premio Oscar per le musiche de La vita è bella, film dello stesso Benigni, ne creò l’inno: La banda del pinzimonio, una marcia solenne con trombe, tromboni, grancasse, piatti e compagnia bella.

Cazzimpario? Pinzimonio? Vadite retro. Nei grandi ristoranti del mondo oggidì si ordina in francese: crudités di verdure come horse-d’oeuvre, antipasto. Lo fanno anche molti italiani gongolando di essere tanto fichi. Del resto cosa potrebbero dire? «Portateci per favore un cazzimperio?». Minimo-minimo il maître li guarderebbe stralunati. O, molto più facilmente, essendo la parolaccia di cui abbiamo parlato sopra conosciuta quasi come la pasta e la pizza, si sentirebbe offeso.

Il povero cazzimperio nato secoli prima delle crudités non trova posto nei menu e, a parte la carta dei ristoranti italiani, non lo trova nemmeno il pinzimonio. E pensare che quando gli aristocratici alla corte di re Enrico II videro la regina Caterina de’ Medici sgranocchiare le verdure crude intinte nell’olio d’oliva portato dalla Toscana insieme ad altri generi alimentari e a cuochi fiorentini, si scandalizzarono: «Mangia l’erba come gli animali». Per loro gli ortaggi andavano ben cotti. Nei secoli si sono ricreduti e oggi tagliano finocchi, carote, sedani, rapanelli e peperoni in modi molto elaborati: alla julienne, o a batonnet (bastoncini) per favorire l’inzuppo nella vinaigrette o nella remoulade, una salsa complessa, cremosa fatta con maionese, senape e capperi. Così va il mondo.

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