Quello di Paolo Monelli è un nome che dirà poco ai lettori del terzo millennio, ma è stato penna illuminata e visionaria, protagonista in vari settori del secolo scorso.
Nel 1891 i natali nella modenese Fiorano, divenuta bomboniera dei rombi ferraristi. Papà Ernesto era medico con le stellette, poi chiamato a dirigere l’ospedale militare di Bologna dove il giovane Paolo ha compiuto il suo percorso di studi, laureandosi in giurisprudenza, anche se la passione per il giornalismo sempre più a sobbollire nell’anima, tanto che esordì, ancora liceale, al Resto del Carlino, sotto la direzione di Mario Missiroli, ma come stenografo, peraltro molto apprezzato.
Talento eclettico, presentatosi alla scuola ufficiali alpina di Aosta, venne scartato, in quanto unico figlio maschio della nidiata. Da qui il piano B con la toga, ma quando scoppiò il conflitto mondiale non esitò a presentarsi come volontario, tanto da guadagnarsi tre medaglie d’oro e scriverci poi un bel libro uscito nel 1921, Le scarpe al sole, che ebbe un notevole successo.
Tra trincee e veglie all’alba al fronte in Valsugana, un passaggio divertente: «Fino ad allora avevo sempre bevuto acqua, ma dopo un mese bevevo vino come uno che, col vino, fosse stato svezzato sin da pargoletto». Rimesse le stellette nell’album dei ricordi, si dedica a tempo pieno alla sua missione giornalistica, con testate di livello nazionale, quali La Stampa, direttore Luigi Salvatorelli, Il Corriere della Sera, guidato da Ugo Ojetti, che, apprezzandone il talento, lo spediscono a raccontare ai lettori quanto avviene nel mondo. Un testo per tutti, Viaggio alle isole freddazzurre, che lo portò, pioniere per l’epoca, fino a Capo Nord. Uno stile molto originale, che sapeva conciliare puntualità narrativa con leggerezza divulgativa, sì da coinvolgere (e fidelizzare) i suoi sempre più numerosi lettori. Il cambio di passo nel 1929, quando entra nella redazione della torinese Gazzetta del popolo, quotidiano apripista, per quel tempo, nella stampa a colori e una impaginazione interna suddivisa, oltre che per la cronaca, anche per discipline diverse, cucina compresa.
Si sta uscendo dai malatempora della Grande guerra. Nel 1931 esce la prima edizione della Guida del Touring Club che va ad integrare, per certi versi, quanto descritto da Pellegrino Artusi quarant’anni prima, posto che nel 1930, grazie al tedesco Hans Barth, si andavano aprendo nuovi scenari per la valorizzazione della cucina (e del vino) italiana per quei turisti stranieri interessati, oltre che a monumenti e archeologia, pure a quella che poi, a tavola, è stata nobilitata a «cultura immateriale». Anche perché già il titolo scelto, Guida spirituale alle Osterie italiane, la diceva lunga su quali potenzialità l’antica tradizione rurale potesse offrire a una società in attesa di riscatto e miglioramento della vita quotidiana, anche per far fronte a un passato di emigrazione a frotte che aveva interessato tutta la penisola. Su queste premesse, nasce l’idea di raccontare quell’Italia gastronomica fino ad allora mai sufficientemente valorizzata, vivendola e descrivendola in diretta.
Ed è così che la Gazzetta del popolo invia Paolo Monelli e il suo degno compare, il disegnatore Giuseppe Novello, a farsi inviati in diretta sul campo. Una coppia apparentemente ossimorica, il primo, Monelli, «bevitore esperto e sapiente gastronomo», l’altro, il buon Novello, «lodigiano astemio e inappetente». Ne segue una narrazione divertente e ironica in cui i due protagonisti non si risparmiano frecciatine pungenti, soprattutto il primo verso il compagno di ventura. Il libro uscì nel 1935 ed ebbe subito pieno successo, nonostante l’imprevisto delle sanzioni cui fu soggetta l’Italia dopo la guerra d’Etiopia, con numerose «penalizzazioni» culinarie che bloccarono, praticamente, l’importazione di molti prodotti facenti parte della prassi quotidiana nelle cucine di famiglia e nelle trattorie di paese, il caffè un esempio per tutti.
Prima di imbracciare forchetta e coltello per accompagnare le pagine di Novello, una bella sintesi introduttiva è quella di Giuseppe Benelli, accademico della cucina nonché presidente della Fondazione Città del libro, in quel di Pontremoli, dove ha sede lo storico Premio Bancarella, con specifica sezione dedicata alla Cucina e premio conseguente: «Con la verve godibile dell’elzevirista incantato, ha saputo connettere il piacere della tavola all’immagine di girovago intelligente e creare così un vero e proprio genere letterario». Il che si abbina a una puntuale riflessione che lo stesso Monelli fece all’uscita del libro, quando definì il suo stile caratterizzato da un «difetto di educazione», in quanto la sua prosa era figlia di un Dna giornalistico e non, quindi, di raffinate discendenze accademiche. Quando qualcuno gli rimproverò alcune licenze letterarie, la risposta fu: «Poiché gli articoli li scrissi con gusto e piacere, abbiano un bel fare i disinvolti davanti ai letterati a dire che la nostra roba deve vivere 24 e non di più, e lì’ sta il bello del mestiere, quando riusciamo a imbalsamare un nostro vecchio articolo in un bel libro solido, destinato così alle biblioteche e all’immortalità».
In tempi di digitalizzazione dilagante, riflessione ancor più vera, un secolo dopo. Uno stile ben descritto da Luca Clerici, che ne curò l’ennesima ristampa 80 anni dopo: «Monelli ha saputo entrare in sintonia con le atmosfere e i paesaggi da cui nascono e a cui appartengono cibi e sapori», grazie anche a «un piglio confidenzialmente discorsivo», di descrivere come «il carattere di un popolo si rispecchia nelle sue ricette, tanto che così i prodotti enogastronomici di un territorio assumono non solo un significato antropologico, ma anche storico».
Oramai le papille di lettura sono stimolate a dovere ed è ora di iniziare a viaggiare, forchetta in resta, lungo le sue pagine che, oltre al padre fondatore Il ghiottone errante, vedranno degni contributi anche ne L’Italia allo spiedo del 1968 e il coetaneo Spaghetti d’oro. Il viaggio non può che iniziare dalle terre sabaude con un bel ritratto dedicato alla carbonata e all’oste malinconico. Ci troviamo nella valdostana Valdigna, il Monte Bianco a fare da contorno. I due cibovaganti entrano nell’osteria dedicata e vedono un oste dal tratto originale, rispetto ai gaudenti colleghi conosciuti sino ad allora, «austero ai fornelli, ieratico nei gesti, che ci intimidì con i suoi sguardi filosofici». Presentatisi per la missione cui erano stati comandati, chiedono il piatto di carne locale, la carbonata. «Qui non si mangia carne, è tempo di vigilia della festa patronale». In alternativa poca scelta tra rane, merluzzo, qualche vecchia toma. Alla fine prevale l’assoluzione alla missione di inviati speciali e l’oste «salpò solenne» verso la cucina, Monelli e Novello ad inseguirlo curiosi. E qui assistono alla liturgia della carbonata. Uno spezzatino di manzo cotto a lungo nel mosto di vino, tanto da assumere «il colore delle ceneri del Vesuvio e la tristezza delle nuvole perse» così che «pareva ci avessero versato dentro una bottiglietta di inchiostro». Il riscatto dietro l’angolo, alla prova del piatto «poi ci tuffammo e la carbonata si rivelò sapidissima cosa, intrisa di cipolla, vin cotto, farina e non so quanti sapori di pascolo».
E che dire della mocetta, al tempo un prosciutto di stambecco o altra cacciagione «che si appende all’aria, in un cortile dai banconi di legno su cui si curvano a curiosare le cime incombenti»? «Si aspetta che marcisca e, quando non si muove più, che anche i vermi sono morti. Allora è buona da mangiare». Mocetta ancora attuale anche se, per la concia, ora si usano mucche che tornano esauste dal pascolo dopo una vita dedicata a dar latte per quella fontina che poi, in cucina, «diventa lago caldo e giallo su cui galleggiano le barchette di tartufo».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >