- Dopo decenni in cui, in nome del rispetto ambientale, è stata bloccata ogni innovazione, per sostituire il gas russo si torna a lui, il combustibile più inquinante. Era il male assoluto, ora è l’àncora di salvezza. E le centrali destinate a chiudere ripartono.
- Il ricercatore del Cnr Nicola Armaroli: «Difficile spingere gli impianti a pieno ritmo. Se le bollette continueranno a crescere scatterà un’autoregolamentazione tra i consumatori».
Lo speciale contiene due articoli.
E così dopo tante discussioni, dopo il no al nucleare perché fa paura, ai rigassificatori e ai termovalorizzatori perché inquinano, ai pozzi nell’Adriatico perché farebbero sprofondare Venezia, alle pale dell’eolico e ai pannelli del fotovoltaico perché deturpano il paesaggio, siamo tornati al punto di partenza. La guerra ucraina non solo ha evidenziato la centralità dell’energia fossile (solo i ciechi potevano dubitarne) ma ha anche rimesso in gioco l’uso del carbone. Come dire: con la politica del no siamo caduti dalla padella sulla brace. O meglio, sul carbone.
Proprio il nemico numero uno della transizione ecologica è diventato l’asso nella manica di quei Paesi, Italia compresa, che lo avevano messo al bando puntando tutto sul gas. «Il ritorno al carbone non è più un tabù»: iI cambio di passo è in queste parole pronunciate alla Bbc dal vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, il promotore del Green deal europeo, cioè il piano strategico con cui il Parlamento europeo vuole la neutralità climatica entro il 2050. Una delle fasi di questo percorso è la riduzione del 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030. Il carbone è una fonte fossile a cui sono state addebitate ingenti emissioni di anidride carbonica. Ma ora i proclami di Cop26 sono sfumati. Le tappe della decarbonizzazione, di fatto, sono già saltate. Al momento nessuno se la sente di fare mea culpa per gli errori del passato, o di dire apertamente che la transizione ecologica avrà tempi più lunghi. Si parla di una situazione temporanea, ma l’emergenza rischia di durare a lungo.
L’Europa ospita 322 centrali elettriche a carbone e nell’ambito delle riduzioni volute dalla Ue, entro il 2030 la metà di queste (161) dovrebbero essere dismesse o riconvertite. L’Italia, con il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), si era proposta obiettivi da prima della classe, anticipando al 2025 la dismissione o riconversione delle sette centrali. Va ricordato che quelle di Civitavecchia (Roma) e Cerano (Brindisi) sono le più grandi d’Europa. Una prima marcia indietro si è avuta a dicembre 2021, quando le centrali di La Spezia (di Enel) e di Monfalcone (di A2A), appena chiuse, sono state riattivate per fronteggiare un rischio di blackout determinato da un improvviso aumento della domanda, dal rialzo del prezzo del gas e dal blocco di quattro centrali nucleari francesi.
Il decreto energia prevede una norma per il periodo transitorio sul carbone. Le quattro centrali a carbone in funzione che andavano verso l’eliminazione graduale saranno utilizzate ancora per 18 mesi, massimo due anni, senza aprire quelle già spente e saranno mantenute in funzione con una deroga alle emissioni nazionali ma non a quelle europee. L’obiettivo è di avere un mix di fonti energetiche a disposizione, qualora ci fosse il blocco totale del gas russo.
Nel 2019 la produzione degli impianti a carbone copriva il 4,4% del fabbisogno energetico nazionale grazie all’import di materia prima dall’estero. In Italia non ci sono giacimenti di carbone, eccetto il bacino sardo del Sulcis Iglesiente, attivo fino al 2015. Il 90% della materia prima che bruciamo viene quindi dall’estero. Secondo i dati del ministero della Transizione ecologica, nel 2020 l’Italia ha importato carbone principalmente da Russia, Stati Uniti, Canada, Australia e Colombia, raggiungendo in totale quasi 7,1 milioni di tonnellate.
Nel nostro Paese funzionano ancora sette centrali a carbone. Una chiusura parziale di alcuni gruppi di produzione ha riguardato la centrale Andrea Palladio presso Venezia (dove però è stata autorizzato l’impiego di più carbone e bloccata la conversione a gas di due gruppi di bruciatori) e la Federico di Brindisi. Sono operativi gli impianti di Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia, la Grazia Deledda di Portovesme e quella di Fiumesanto vicino a Porto Torres in Sardegna, e quella di Monfalcone (Gorizia). L’attività estrattiva in Sardegna è cessata ma il percorso di chiusura, concordato con l’Unione europea nel 2014 per evitare la procedura d’infrazione sugli aiuti di Stato, non è ancora terminato: dovrebbe concludersi definitivamente nel 2027. Forza Italia in un’interrogazione al Senato ha chiesto di rivitalizzare il sito, facendo riconoscere alla miniera, gestita dalla partecipata della Regione Carbosulcis, lo status di «riserva strategica carbonifera del Paese». Nell’interrogazione si sollecita il governo a intervenire presso la Commissione europea per chieder la revisione del piano di chiusura che ha una potenzialità immediata di 25 milioni di tonnellate di carbone e di successiva «coltivazione» fino a 100 milioni. Nel sito attualmente sono impiegati 113 lavoratori. Il governo dovrebbe fissare in vent’anni «la verifica dell’opportunità del prolungamento dell’attività estrattiva» con un piano dettagliato che preveda l’individuazione delle attrezzature necessarie all’addestramento del personale. La qualità del carbone però non è delle migliori e potrebbe essere impiegato solo se mischiato ad altri tipi. L’iniziativa di Forza Italia è rimasta però senza seguito: per gli ambientalisti il carbone va solo importato.
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