- Approvata ieri la risoluzione che censura i tagli alle sovvenzioni e lamenta la marginalizzazione dei deputati. Dubbi anche da Ursula von der Leyen. E i media italiani s’accorgono di «paletti», «insidie» e «punti oscuri».
- A Bruxelles franano le intese romane: Carroccio e M5s respingono l’uso del Salvastati per stimolare l’economia. Fi vota con il Pd. Marco Zanni: «Giallorossi divisi, si torni alle urne»
Lo speciale contiene due articoli.
È durata appena una manciata di giorni la luna di miele con il Recovery fund. La brusca frenata imposta dal Parlamento europeo, riunito ieri in sessione plenaria straordinaria per discutere nel merito delle conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo, ha riportato tutti (o quasi) con i piedi per terra. Primi della fila i media mainstream nostrani, per giorni intenti a tessere le lodi dell’accordo tra i 27, ma che oggi sembrano essersi risvegliati da un lungo sonno. Ecco dunque apparire sulle pagine del Corriere della Sera, associati al Recovery fund, locuzioni piuttosto tranchant quali «insidie», «punti oscuri» e «trappole» da evitare. Oppure, tanto per citarne un altro, il Sole 24 Ore che si esprime in termini di «strada in salita», «paletti», «linee rosse».
Noi della Verità, anticipando quella che sarebbe diventata la narrazione comune, avevamo preannunciato ai nostri lettori quanto stava per accadere. La risoluzione approvata ieri a larga maggioranza (465 voti a favore, 150 contrari e 67 astenuti) dall’europarlamento getta un’ombra pesante sul Recovery fund. Sia per quanto concerne la sostanza, dal momento che gli eurodeputati «deplorano la scelta di ridurre la quota di sovvenzioni», come richiesto dai Paesi frugali; sia per le meno note questioni di forma, dato che la scelta di incardinare lo strumento per la ripresa nell’articolo 122 del Trattato del funzionamento «non attribuisce un ruolo formale ai membri eletti del Parlamento europeo».
Sentendosi messo da parte sul Recovery fund, l’emiciclo presieduto da David Sassoli ha reagito mostrando gli artigli nella materia sulla quale i trattati – a proposito: valgono ancora qualcosa? – gli danno potere di intervenire, vale a dire il budget Ue. E lo ha fatto utilizzando espressioni durissime, che riportano a galla tutto il malcontento. Per gli eurodeputati, infatti, «le conclusioni raggiunte dal Consiglio rappresentano niente di più che un accordo politico tra i capi di Stato e di governo». Perciò il Parlamento non si limiterà a mettere «il timbro su un fatto compiuto», dicendosi pronto a bloccare l’accordo sul Quadro finanziario pluriennale (Qfp) «finché non verrà raggiunto un accordo ritenuto soddisfacente tra il Consiglio e il Parlamento». Nel mirino rientrano i tagli ad alcuni programmi di spesa (tra i quali Erasmus e Eu4Health), la condizionalità dei fondi legata al rispetto dello Stato di diritto e la riforma delle risorse proprie.
Minacce reali o disperata ricerca di attenzione? Tecnicamente, la normativa europea vincola la partenza del Qfp all’approvazione del Parlamento europeo. Se ciò non dovesse avvenire, si entrerebbe in un regime di «bilancio provvisorio» durante il quale verrebbero replicati gli schemi del precedente budget. Molto più verosimile la possibilità che da qui a ottobre (mese entro il quale è previsto l’esito del voto) si svolgano una serie di negoziati finalizzati a venire incontro, per quanto possibile, alle richieste del Parlamento. Basse dunque le probabilità di assistere a un vero e proprio muro contro muro.
Tuttavia, solo il tempo potrà dirci se la risoluzione approvata ieri sarà in grado o meno di innescare una crisi. Nel frattempo, gli eventi di questi giorni scavano un solco tra le tre istituzioni europee, e di conseguenza sul modello di governance dell’Ue. Per un Parlamento che rivendica il diritto a essere partecipe, o quanto meno maggiormente coinvolto, nelle decisioni che contano, troviamo una Commissione e un Consiglio che si muovono su direttrici autonome. Due diversi modelli di gestione del potere – uno fondato sul principio di rappresentanza, l’altro su quello intergovernativo – difficilmente conciliabili, se non a prezzo di dolorose rinunce. Se lette sotto questa luce, le parole pronunciate ieri prima del voto dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, assumono un significato ben preciso. Perché è vero che i tagli «sono difficili da mandare giù», e «vi sono decisioni deplorevoli su molti programmi che hanno un valore aggiunto europeo», d’altro canto è necessario «fare un passo indietro» e considerare che «rispetto a dove siamo partiti, questo è un risultato enorme». Come fossero moderni Socrate, sembra dire la von der Leyen, ai parlamentari europei non resterebbe altro che bere la cicuta di un bilancio monco e svilito.
Una cosa è certa, a prescindere da come andranno le cose, e cioè che le contraddizioni emerse in questi giorni in seno alle istituzioni europee generano strascichi paradossali, ma non per questo meno velenosi, a livello nazionale. Curioso ascoltare in sede europea discorsi critici da quegli stessi partiti – Pd e M5s in testa – che in patria dimostrano di voler seguire pedissequamente le indicazioni di Bruxelles. Possiamo solo augurarci che a fare le spese di questa deriva del pensiero politico non siano ancora una volta i cittadini.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >