- Più di 3 milioni di famiglie sono in difficoltà. I vecchi mutui sono cresciuti del 43%, comprare auto o lavatrici è sempre più difficile. Se non si interviene per bilanciare i deficit, Francoforte colpirà ancora di più gli italiani.
- Il governatore della Banca d’Italia invita a non puntare solo sulle politiche monetarie. «Giusto lottare contro l’inflazione, ma vanno valutate le implicazioni sull’economia».
Lo speciale contiene due articoli.
Le famiglie italiane indebitate sono circa 6,8 milioni su un totale di 25. Poco più di 3,3 milioni sono quelle che pagano un mutuo. L’altra metà circa è indebitata anche per le spese correnti: il cosiddetto credito al consumo. Parliamo, secondo i dati pubblicati ieri dalla Fabi, il sindacato bancario, di un valore annuale di 256 miliardi. Questa è la fascia più colpita dalle scelte di politica monetaria della Bce e del governatore Christine Lagarde. Quattro esempi.
1 Le rate dei vecchi mutui a tasso variabile sono cresciute del 43%: vuol dire che chi pagava 500 euro al mese, oggi ne paga 715, cioè 215 in più. E, con le scelte dello scorso 2 febbraio di portare i tassi al 3%, ci saranno altri rialzi.
2 I nuovi mutui a tasso variabile potrebbero arrivare, a breve, in media, al 3,4% (dallo 0,6% di fine 2021). «Vuol dire», scrive la Fabi, «che per un prestito da 150.000 euro della durata di 20 anni la rata mensile sarà di 872 euro, ben 206 euro in più (+31%) rispetto a un anno fa».
Fin qui la batosta sui mutui. Peggio se si tracciano i costi del debito al consumo. Alla fine del 2021, il tasso d’interesse medio era dell’8,1%, alla luce della decisione dello scorso 2 febbraio potrebbe arrivare all’11,3%. Anche qui altri due esempi di effetti diretti delle scelte della Lagarde.
3 Per acquistare un’automobile da 25.000 interamente a rate, con un finanziamento da 10 anni, il costo totale passa da 37.426 euro a 42.986 euro, con una differenza complessiva di 5.560 euro.
4 Per acquistare una lavatrice da 750 euro interamente a rate, con un finanziamento da 5 anni, il costo totale passa da 942 a 1.022 euro, con una differenza di 81 euro, l’8,6% in più.
Bastano questi quattro esempi per comprendere l’effetto sulla vita quotidiana delle persone. Perché nel frattempo l’inflazione non accenna a diminuire e dopo la crisi energetica i prezzi della grande distribuzione resteranno alti per via della crisi delle materie prime. Non è un caso che anche Ignazio Visco, dal palcoscenico del Forex, abbia ribadito che «l’onere di affrontare i molteplici risvolti di questa crisi non può ricadere, come è avvenuto spesso in passato, sulla sola politica monetaria», aggiungendo che «Ciampi affermava che la stabilità monetaria è una responsabilità comune, un bene mai definitivamente acquisito». Il senso è che in una fase di forte incertezza le scelte di tutti gli attori, «autorità europee, governi nazionali e parti sociali, devono essere tra loro coerenti, tenendo conto del contributo che l’azione di ciascuno fornisce al risultato finale».
Al di là del politichese, anche da Visco emergono le prime critiche. Ciò che non viene detto apertamente è che rispetto al passato in questi mesi l’autonomia della Banca centrale non si può più considerare tale. Il mandato specifico della Bce, la gestione dell’inflazione, è stato surclassato da un nuovo mandato di natura prettamente politica. La Bce – come Bruxelles – opera per la transizione ecologica. Per spingere l’economia del Vecchio Continente in una direzione precisa e deformare le attuali filiere produttive. Numerosi esponenti del mondo finanziario l’hanno detto chiaramente, sostenendo che l’inflazione elevata aiuterà a far sì che la transizione sia più celere.
Non basta quindi criticare la Bce e le mosse che portano a bruciare ricchezza e disponibilità finanziaria. I governi devono intervenire su Bruxelles e sulla Bce ponendo una condizione fondamentale. Nessuna scelta di politica monetaria va presa senza prima aver chiuso un accordo europeo sul fondo di sviluppo che miri a rilanciare interi settori produttivi.
Il tentativo di creare il fondo non è da valutare soltanto nella chiave di contrasto all’enorme massa di incentivi messi a terra dalla Casa Bianca, ma va visto anche con l’obiettivo di bilanciare sui vari Paesi membri dell’Ue l’effetto delle scelte della Bce e in generale dell’inflazione. Se i due binari non vanno avanti in parallelo, chi come noi non ha alcun bazooka da sparare si troverà a pagare l’inflazione generata dalla Germania, per fare un esempio concreto. A quanto risulta alla Verità, le prossime mosse coordinata dal governo Meloni dovrebbero essere quelle di avviare con la Spagna una bozza iniziale di lavoro per poi allargare il tavolo a un’altra dozzina di nazioni. Quindi non accordi in base al colore dei governi, ma in base alle necessità monetarie da condividere. Se invece si va avanti ad attendere Commissione e Consiglio, il rischio è quello del price cap sul gas: un meccanismo che funziona solo quando non serve. E intanto le famiglie spendono senza che le imprese riescano a produrre ricchezza.
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