Pur di attaccare la Meloni i sindacati si buttano a destra
La manifestazione della Cgil a Bologna (Ansa)
  • Pd e Cgil in piazza contro la «precarietà». E dopo mesi passati a denunciare la «guerra ai poveri» il leader rosso Maurizio Landini fa la piroetta: «Tagli al cuneo? Vanno estesi». Benvenuto, ma allora se la prenda col Patto di stabilità.
  • Sotto le bandiere rosse a Bologna va in scena la sfilata di pensionati, militanti dei centri sociali e trotzkisti attempati per criticare l’esecutivo. I manifestanti non gradiscono la presenza di Elly Schlein: «Vai a casa».

Lo speciale contiene due articoli.

Era da anni che i sindacati non scendevano in piazza contro un governo di centrodestra. Ovvio che in automatico scattino tutti gli esercizi retorici che piacciono a chi sventola le bandiere rosse. Stavolta però la critica contro il il recentissimo decreto lavoro impone alla Cgil, alle altre due sigle e pure alla Confindustria di Carlo Bonomi (che sembra virtualmente accodarsi) un salto carpiato. Il taglio delle tasse sui salari chiesto da anni è finalmente arrivato, ma attenzione: non basta. «Ce ne vuole di più», spiega Maurizio Landini, e soprattutto «deve essere per sempre, deve essere strutturale». Guarda caso esattamente ciò che la legge delega sulla riforma del fisco del governo Meloni ha appena partorito e consegnato alle Camere perché ne scaturiscano i numerosi decreti attuativi. Insomma, pur di manifestare sembra che Landini & C. vogliano spostarsi a destra rispetto a questo governo. Peccato che, nell’operazione politica, le sigle glissino oggi una serie di problemi che hanno negli anni ignorato oppure cavalcato solo a beneficio personale, e mai per giungere a una soluzione. Parliamo del Patto di stabilità e dei vincoli che questo Paese ha accettato di sottoscrivere nel corso degli anni.

Lo scorso dicembre il capo della Cgil manifestava a Roma contro la legge Finanziaria. Critiche contro il governo perché applicava una austerity maggiore di quella richiesta dall’Ue. Sul cuneo fiscale, puntò il dito contro il passo indietro del governo che aveva promesso «un grande intervento sul taglio dei contributi» sui salari, ma «poi ha deciso di prorogare il 2% dell’esecutivo Draghi senza aggiungere nulla». Ecco: adesso che è arrivato il taglio del cuneo, Landini sembra dimenticare tutta la storia pregressa di questo Paese e purtroppo ignorare anche il suo futuro immediato. È vero che il più grande taglio del cuneo fiscale è stato realizzato da Romano Prodi, ma quello attuale segue a ruota ed è il massimo che oggi si possa fare: tanto più che il Reddito di cittadinanza grillino è stato riformato, ma nei fatti (per il 2024) rifinanziato con un taglio inferiore al miliardo di euro. Il sindacato ha perso due anni dietro ai deliri del salario minimo, di cui Enrico Letta si era invaghito per far contenta la nomenclatura Ue. E, prima ancora, la Cgil non risulta aver bacchettato più di tanto Giuseppe Conte per le sue mancate promesse in tema di lavoro e fisco.

Il problema complessivo sta sempre nella coperta corta. Aver abbracciato e sposato il Pnrr ha creato nella realtà un enorme vincolo interno che impedisce al Paese di spendere i soldi al di fuori delle infrastrutture, certamente importanti ma non l’unico elemento per il rilancio dell’economia e della produttività. Il Pnrr per di più crea inflazione: eppure i sindacati non sono mai scesi in piazza contro il Piano di ripresa e resilienza. Tanto meno sono scesi in piazza contro le strategie di Bruxelles. Lo scorso 24 gennaio Landini ha incontrato il ministro all’Industria, Adolfo Urso. All’uscita da Via Molise, l’erede di Susanna Camusso ha spiegato ai giornalisti: «Si è parlato anche delle politiche europee, c’è bisogno di una discussione perché si superi il Patto di stabilità senno a partire dal 2023 pagheremo un prezzo molto alto». Parole sacrosante, che non sono state in alcun modo seguite dai fatti.

La trattativa per la riforma del Patto di stabilità è tutta sulle spalle del governo. E, per il momento, non si è conclusa bene. Visto che torneremo nei fatti all’austerity precedente, con la differenza che ci saranno o quattro o sette anni per rientrare nei parametri. Il tutto a fronte di un monitoraggio così stretto che puzza di commissariamento.

È giusto che il governo si prenda le sue responsabilità, ma chi fa opposizione deve almeno perseguire un obiettivo concreto e una strada coerente. Inoltre, non è immaginabile che la cosiddetta società civile continui a essere cieca nei confronti delle problematiche di riassetto europee. Giornali e sindacati tacciono di fronte all’austerity quando ci sono governi di sinistra e si stracciano le vesti quando a Palazzo Chigi c’è il centrodestra. Se poi vogliamo entrare nei dettagli dei numeri, i costi del Pnrr e pure quelli del riarmo non sono stati scorporati dal Patto. Le conseguenze sono tangibili. Nella legge finanziaria 2024 ci saranno come minimo sette miliardi di tagli imposti dal nuovo Patto di stabilità. A cui si aggiungeranno altri sette o otto eredità del governo Draghi. La scelta di tassare gli extraprofitti delle società energetiche è stata un fallimento. Tanto che su dieci miliardi messi a copertura della Manovra ne sono arrivati otto.

L’ultimo degli osservatori (La Verità) aveva lanciato l’allarme: a differenza dei sindacati che sono stati silenti, avevamo previsto il buco in arrivo. Buco che purtroppo pagheranno i lavoratori il prossimo anno. Questo governo si troverà ad avere nel 2024 almeno 14 miliardi in meno da investire nel fisco e nelle buste paga. Darà continuità alle politiche di questo dl Lavoro, ma non sarà per nulla facile. Chi adesso, come la coppia Landini-Bonomi, chiede meno tasse sul lavoro, sa bene che l’austerity non si combatte in piazza ingannando i lavoratori, ma con un percorso politico complesso che richiede la riforma degli equilibri Ue. Gli slogan falsi e bolsi contro l’evasione fiscale o a favore degli espropri – modello patrimoniale – fanno comodo a Elly Schlein, ma non a chi deve lavorare ogni giorno e lottare per una paga dignitosa.


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