- Depositata la mozione di sfiducia al Senato: «Troppe le divergenze su giustizia, autonomia e manovra». Maria Elisabetta Alberti Casellati convoca la capigruppo lunedì. Inizia la bagarre per arrivare al voto prima del 20 di agosto.
- Polemica sul Capitano ministro. Ma Mario Monti da premier fece un partito. E nessuno chiese la testa di Giuliano Amato dopo la sfiducia a Romano Prodi.
Lo speciale contiene due articoli.
Il dado è tratto. L’altra sera, l’unico specchio retorico sul quale si arrampicavano gli avversari di Matteo Salvini era: ma perché la Lega non compie un atto formale di apertura della crisi, oltre a note di agenzia e comizi? E così ieri il Carroccio li ha accontentati, presentando in Senato (a prima firma del capogruppo Massimiliano Romeo) una mozione di sfiducia a Giuseppe Conte.
Il testo è un vero e proprio capo d’imputazione politico: «L’esame in Aula delle mozioni riguardanti la Tav ha suggellato una situazione di forti differenze di vedute tra le due forze di maggioranza su un tema fondamentale per la crescita del paese come lo sviluppo delle infrastrutture». E si sottolinea «la situazione paradossale che ha visto due membri del governo presenti esprimere due pareri contrastanti». Poi il passaggio più imbarazzante per Conte: «Il presidente del Consiglio non era presente in Aula, nel momento delle votazioni sulle citate mozioni, per ribadire l’indirizzo favorevole alla realizzazione dell’opera che egli stesso aveva dichiarato pochi giorni prima». Ciò detto, ecco il colpo di grazia politico: «Le stesse divergenze si sono registrate su altri temi prioritari dell’agenda di governo quali la giustizia, l’autonomia e le misure della prossima manovra economica».
Dopo questo passo ufficiale, la giornata è stata scandita da un pesante scambio di colpi: «Chi perde tempo danneggia il Paese e pensa solo alla poltrona», ha martellato la Lega, alludendo a possibili intese tra Luigi Di Maio e Matteo Renzi. «Caro Salvini, stai vaneggiando, inventatene un’altra per giustificare quello che hai fatto, giullare», è stata la greve risposta pentastellata. Quanto a Conte, dopo la livida e stizzita esibizione dell’altra sera, ha comunicato la sua intenzione di «passare la giornata lontano dai riflettori, tra la sede di governo e la famiglia».
Ma veniamo alla vera partita, quella dei tempi, tra acceleratori (Lega) e frenatori, determinati a trasformare le prossime settimane in vere e proprie sabbie mobili. Una prima sponda a Salvini è giunta dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, che ha convocato per lunedì alle 16 la conferenza dei capigruppo del Senato, che deciderà sulla calendarizzazione della mozione.
I leghisti chiedono di portarla in Aula già martedì (per fare pressione, Salvini ha convocato i suoi parlamentari a Roma per le 18 di lunedì), mentre i frenatori insistono per date incredibilmente lontane, tipo 19 o 20 agosto. E la motivazione che adducono è francamente surreale: consentire ai senatori di raggiungere Palazzo Madama. Ma, essendo oggi il 10 agosto, ci si domanda come sia possibile impiegare 9-10 giorni per arrivare a Roma, come se i poveri senatori dovessero raggiungere la Capitale a piedi o in bicicletta dai rispettivi luoghi di villeggiatura.
La decisione sulla data, alla fine, potrebbe anche essere presa a maggioranza, in un dibattito che coinvolgerà – nella conferenza – i rappresentanti dei sette gruppi (M5s, Lega, Fi, Pd, Fdi, Autonomie, Misto). Il regolamento prevede che la mozione di sfiducia non possa essere discussa prima di tre giorni dalla sua presentazione, mentre non è previsto un tempo massimo. Questo è politicamente ovvio: un atto di sfiducia politica non scade come uno yogurt. Ma non può diventare un pretesto per dilazioni temporali insensate: che tra l’altro avrebbero un evidente costo di impopolarità per i frenatori.
Una volta che l’Aula sarà stata convocata, è matematico che il governo non avrà la fiducia. A quel punto, Conte sarà obbligato a salire al Quirinale. E da quel momento il pallino sarà definitivamente in mano a Sergio Mattarella, che potrà disporre degli immensi – e purtroppo assai vaghi – poteri che l’attuale Costituzione attribuisce al capo dello Stato nelle fasi di crisi.
Diciamolo chiaramente: il presidente della Repubblica può fare qualunque cosa, dopo aver svolto un giro di consultazioni (ascoltati cioè i presidenti delle Camere e i rappresentanti dei gruppi). Può rinviare il governo Conte alle Camere (opzione che stavolta parrebbe irragionevole); oppure (e sarebbe altrettanto avventuroso) proporre un Conte-bis con la stessa maggioranza; oppure (altra idea che sembra impraticabile) individuare un’altra personalità nella stessa maggioranza (che però si è rotta); oppure (sarebbe la soluzione a nostro avviso più lineare) lasciare a questo governo sfiduciato il disbrigo degli affari correnti; oppure incaricare qualcun altro (è la tesi largamente veicolata da 24 ore) per un cosiddetto «governo di garanzia elettorale», sulla base dell’idea secondo cui non sarebbe opportuno che Salvini, frontman della prossima campagna elettorale, restasse titolare del Viminale e responsabile delle operazioni di voto, conteggi post elettorali inclusi. Dopo di che, scatterebbe finalmente lo scioglimento delle Camere e l’apertura della campagna elettorale, con durata tra i 45 e i 70 giorni.
Ma il vero punto è: quanto tempo intende consumare Mattarella per compiere una o più d’una di queste operazioni? Volendo, può impiegare una sola settimana; volendo diversamente, può quadruplicare o addirittura quintuplicare i tempi di attesa, spostando inevitabilmente in avanti la data del voto, fino a novembre inoltrato, ponendo a rischio la sessione di bilancio. È questa la vera partita. È proprio il caso di dire (altri lo dissero, sciaguratamente e con tutt’altra intenzione, nel 2011): fate presto.
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