Le pretese agricole dell’Ucraina possono far saltare gli equilibri Ue
Raccolta del grano in Ucraina (Getty Images)
  • Il ministro Solskyi batte cassa in vista di una possibile intesa: «Bruxelles tolga i limiti all’export del nostro grano». Ma Polonia e Ungheria non accettano altre deroghe. E il settore è in ebollizione anche in Olanda.
  • I proclami dei leader dei Paesi Nato continuano a vincolare la fine delle ostilità a un’ipotetica vittoria totale sul campo.
  • Due alti funzionari rivelano a «Politico»: «Dietro le promesse di Zelensky c’è il rischio di un insabbiamento dei casi che riguardano i pezzi più grossi». E una Ong conferma.

Lo speciale contiene tre articoli.

Dopo le parole di apertura del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, sembrerebbe che si stia entrando in una nuova fase della guerra in Ucraina. Questa, con le cautele del caso, è un’ottima notizia, dà uno spiraglio a un possibile avvio della soluzione del conflitto. Ma ogni cambiamento tuttavia porta con sé diversi risvolti e alcuni di questi potrebbero cambiare dinamiche e relazioni. Come già scritto dalla Verità, infatti, l’eventuale armistizio avrà inevitabilmente un prezzo. Sul piatto sicuramente l’ingresso in Europa che potrebbe avvenire in tempi record e anche quello nella Nato, più rischioso perché agita maggiormente il Cremlino.

Un’intervista rilasciata dal ministro dell’Agricoltura ucraino, Mykola Solskyi al Corriere della Sera, rende lo scenario più chiaro. La richiesta del titolare dell’Agricoltura è chiara: «Bruxelles tolga i limiti all’export dei nostri prodotti». Il ministro ha spiegato dettagliatamente quanto sia importante la crisi dell’agricoltura ucraina: «Dobbiamo tenere conto che i russi hanno occupato il 25 per cento del nostro territorio. Nel 2021 avevamo prodotto 110 milioni di tonnellate di grano e nel 2023 soltanto 72. Le cause sono note: la presenza dei soldati nemici nelle nostre regioni agricole; i contadini non hanno fondi per investire nelle nuove produzioni e si sono trovati a lavorare in condizioni molto difficili. Dobbiamo far fronte a una situazione di estrema gravità». Il tema è assai caro al governo di Kiev e il ministro si era già espresso su questo lo scorso aprile: «Quasi un anno fa, la Commissione europea ha lanciato l’iniziativa Solidarity lanes per stabilire rotte alternative per l’esportazione di prodotti agricoli ucraini e l’importazione di beni essenziali nelle condizioni del blocco del porto marittimo. Questo è stato un enorme sostegno dall’Europa e questa decisione ha contribuito a proteggere gli interessi critici degli agricoltori ucraini. Continuiamo a lavorare per avvicinare i nostri mercati, sosteniamo una sana concorrenza e comprendiamo che gli alleati dovrebbero essere a proprio agio con la cooperazione. Purtroppo, la guerra ha apportato le proprie modifiche», dice Solskyi.

Il problema esiste, ma è anche vero che alzare la posta in Europa su questi temi creerebbe certamente tensioni con gli altri Paesi membri. Basti pensare che negli ultimi mesi già ci sono stati parecchi problemi, specialmente con Polonia e Ungheria. I due Stati membri dell’Ue hanno infatti subito pesantemente la grande abbondanza di grano ucraino a prezzi stracciati, tanto che i produttori sono stati costretti a svendere i loro prodotti. L’emergenza è nata e cresciuta a dismisura come effetto del successo delle corsie di solidarietà volute dalla Commissione europea per favorire l’esportazione dei cereali ucraini e degli altri prodotti agroalimentari all’indomani del blocco dei porti sul Mar Nero. Proprio un mese fa il ministro dell’Agricoltura polacco ha annunciato che Varsavia avrebbe introdotto da sé un divieto unilaterale sui prodotti agricoli importati dall’Ucraina se l’Unione europea non avesse deciso di estendere le misure di protezione già in vigore. Il divieto era per altro già stato introdotto sia dalla Polonia che dall’Ungheria lo scorso 15 aprile. Nello specifico, l’accumulo di scorte di grano ha causato nei due Paesi Ue il crollo dei prezzi, scatenando le proteste dei lavoratori agricoli, ma al coro di proteste si erano unite anche Romania, Bulgaria e Slovacchia.

Tutto questo in un contesto in cui gli agricoltori europei sono in agitazione a causa della legge Natura. La Nature restoration law mira a proteggere almeno il 20% della superficie terrestre e marina dell’Ue entro il 2030, ma secondo gli agricoltori la legge rappresenta una minaccia alla produzione europea e alla sicurezza alimentare. Il Copa-Cogeca, sindacato che comprende i rappresentanti degli agricoltori e delle cooperative agricole europee, vuole che la Commissione europea ritiri la legge, sostenendo che ridurrà le aree destinate alle attività agricole, forestali e orticole. In Olanda le proteste più forti. Alla «ribellione» di allevatori e agricoltori alle regole della transizione verde in Europa è diventata politica si aggiunge la decisione del governo che ha calcolato che sarebbe necessario ridurre di un terzo gli animali allevati, chiudendo circa 11.200 allevamenti.

Insomma, la situazione per l’agricoltura europea è già tesa di per sé e le richieste avanzate dall’Ucraina rischiano di sparigliare ancora di più le carte in tavola. Solskyi nell’intervista ha aggiunto: «Noi ci battiamo contro ogni limite alla produzione e all’export della nostra produzione agricola. I nostri contadini si trovano in una situazione talmente gravosa e penalizzante che andrebbero aiutati, non osteggiati. Stiamo lavorando per ottenere le sovvenzioni europee per l’export dei nostri prodotti in Paesi lontani in Africa, Asia e America Latina. La nostra proposta è ufficiale e in corso di discussione al Parlamento di Bruxelles». Per ora non ci sono state reazioni alle dichiarazioni del ministro dell’Agricoltura ucraino, ma il tema è destinato a diventare un argomento fortemente divisivo in un’Europa che non ha fatto che sostenere l’Ucraina dall’inizio del conflitto. Ora, tutti si augurano che la guerra finisca presto, ma a quale costo? E soprattutto, chi pagherà?

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